| Anno di | Cristo CDLXXXIV. Indiz. VII. |
| Felice III papa 2. | |
| Zenone imperadore 11. | |
| Odoacre re 9. |
Consoli
Teoderico e Venanzio.
Il primo de' consoli è Teoderico, da noi poco fa veduto re, ossia duca dei Goti, a cui Zenone Augusto, per maggiormente affezionarselo, conferì questa insigne dignità. L'altro, cioè Venanzio, è console creato in Occidente. Pienamente scoppiò nel presente anno la congiura d'Illo patrizio contra di Zenone imperadore d'Oriente. Abbiamo da Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] che costui, al pari dello stesso Augusto, era di nazione isauro, ed insieme con Leonzio patrizio si ribellò a Zenone. Poco dice questo scrittore. Vittor Turonense [Victor Turonensis, in Chron.] anche egli solamente scrive, che Leonzio colla fazione d'Illo patrizio occupò l'imperio nella Isauria. Non solamente in Isauria, ma in buona parte dell'Asia prese fuoco questa ribellione. Qui è da ascoltare Teofane [Theoph., in Chronogr.], tuttochè egli a me paia stendere in troppi anni questo avvenimento, e che sia confusa non poco la sua Cronologia. Narra egli adunque che Verina Augusta proclamò e coronò imperadore in Tarso Leonzio patrizio, e susseguentemente spedì lettere circolari agli Antiocheni e popoli della Soria, e a tutti i prefetti d'Oriente, dell'Egitto e della Libia (se non v'ha errore in questa parola, vegniamo a sapere che la Libia confinante coll'Egitto riconosceva tuttavia l'imperio romano, e non già i Vandali tiranni dell'Africa), notificando loro che veggendo essa sempre più andare di male in peggio gli affari dell'imperio a cagione de' vizii di Zenone, avea perciò coronato Leonzio imperadore, uomo piissimo ed a proposito per rimediare ai disordini e conservare la salute della repubblica. Fu da ognuno con grandi acclamazioni accettato il novello Augusto. Dice di più, che Leonzio come imperadore entrato in Antiochia nel mese di giugno, correndo l'indizione settima, e per conseguenza nel presente anno, creò Liliano prefetto del pretorio. Dopo di che passò a guereggiar contra di Calcide patria sua: il che non s'accorda con Marcellino conte, da cui Leonzio vien detto di nazione isauro. Ora Zenone, per estinguere sì gran fuoco, spedì immantinente Giovanni Scita con un grossissimo esercito per mare e per terra contra di Leonzio e d'Illo, i quali sconfitti in un grave fatto d'armi, appena si poterono salvare nel castello di Papurio. Morì circa questi tempi la suddetta Verina Augusta, vedova di Leone imperadore, forse da affanno e dolore, dopo aver avuta mano in tutte le ribellioni di Basilisco, Marciano e Leonzio. Ma non si dee tacere che in compagnia del suddetto Giovanni Scita fu de Zenone inviato ancora Teoderico, console in quest'anno, con buon corpo dei suoi Goti alla stessa impresa. Lo attesta il suddetto Teofane. Anzi sappiamo da Evagrio [Evagr., lib. 3, cap. 27.] e da Niceforo Callisto [Niceph. Callistus, lib. 16, cap. 23.] che Eustazio storico antichissimo, il quale con istile terso scrisse la storia d'Illo, narra fra l'altre cose, qualmente Teoderico Goto con buon esercito fu spedito da Zenone contra d'esso Illo e di Leonzio, senza punto parlare di quel Giovanni Scita. Non si può poi leggere senza commozion d'animo la continuazione della crudel persecuzione che in questo anno giunse al sommo in Africa contra dei Cattolici, per la inumanità di Unnerico re de' Vandali. Più di trecento cinquanta vescovi cattolici furono inviati in esilio, parte nella Sardegna, parte ne' deserti: le chiese de' Cattolici tutte chiuse; intimate rigorose pene contra chi non abbracciasse la setta ariana, occupati i beni delle chiese e de' particolari. I tormenti e le ignominie di chi stava saldo nella vera fede erano spettacoli d'ogni giorno, e però si videro martiri e confessori di non minor coraggio e merito che quei de' primi secoli della Chiesa. Ma Iddio non tardò ad atterrar questo mostro di crudeltà. Venne a morte Unnerico nel dicembre del presente anno, e diede fine a tante iniquità, con succedere a lui nel regno Gundabondo, figliuolo di Gentone suo fratello, sotto il quale respirò alquanto chiunque era seguace della fede cattolica. Intanto Felice papa tenne in Roma un concilio, nel quale esaminate le azioni di Acacio vescovo di Costantinopoli, proferì contra di lui la sentenza di scomunica e deposizione, con riguardarlo come protettor degli eretici e reo di altre mancanze.
CDLXXXV
| Anno di | Cristo CDLXXXV. Indiz. VIII. |
| Felice III papa 3. | |
| Zenone imperadore 12. | |
| Odoacre re 10. |
Console
Quinto Aurelio Memmio Simmaco juniore, senza collega.
L'Oriente non ebbe in quest'anno console alcuno. L'ebbe bensì l'Occidente, e fu Simmaco, celebre personaggio di que' tempi, sì per la sua nobiltà che per la sua letteratura. Egli era genero di Boezio filosofo insigne di que' tempi, e viene appellato juniore per distinguerlo dall'altro Simmaco che nell'anno 446 ottenne anch'esso la dignità consolare. Siccome eruditamente osserva il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], fu celebrato nel presente anno un altro concilio da papa Felice, in cui Pietro Fullone, occupatore della chiesa antiochena, e Pietro Mongo, usurpatore di quella di Alessandria, e di nuovo Acacio vescovo di Costantinopoli, furono scomunicati. Di questi sconcerti delle chiese orientali fu principalmente autore e fomentatore Zenone imperadore, macchiato, fra gli altri vizii, di quello ancora di un'instabile credenza. Egli in questo anno ricuperò Longino suo fratello, che era stato lungamente in prigione [Marcell. Comes, in Chron.], dove Illo patrizio dopo essersi ribellato, siccome abbiam detto, l'aveva rinchiuso. E perciocchè Zenone non aveva alcun figliuolo maschio legittimo, a cui potesse lasciare dopo di sè l'imperio, essendochè uno che egli ebbe, secondo l'attestato di Suida [Suidas, ad vocem Zeno.], e che destinava di avere per successore, allevato ne' vizii, immaturamente gli fu rapito dalla morte; perciò nell'anno 490 si propose di far succedere nell'imperio questo suo fratello Longino, e di dichiararlo Cesare. Ma fra gli altri che a questa elezione si opposero con franchezza magnanima, uno fu (per attestato di Cedreno [Cedren., in Histor.]), Pelagio patrizio, personaggio di gran nobiltà e prudenza, e poeta eccellente, che avea tessuta in versi la storia da Augusto fino ai suoi dì, con rappresentargli i vizii d'esso Longino, de' quali ci ha informati il predetto Suida. Costò la vita una tal libertà di parlare a Pelagio, avendolo fatto Zenone barbaramente morire, come si ha anche da Marcellino conte.