Trocondo console del presente anno fu creato in Oriente, ed era fratello di Illo stato console nell'anno 478. Anch'egli col fratello avea tradito Basilisco tiranno, col voltar casacca in favor di Zenone: servigio rimunerato dipoi con questa dignità. Severino sostenne il consolato in Occidente, ed è appellato juniore, per distinguerlo dall'altro ch'era proceduto console nell'anno 461. Per relazione di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], nell'anno presente Teoderico Amalo re dei Goti, che acquistò dipoi il regno d'Italia, dianzi amico, e poi divenuto (non se ne sa il perchè) nemico, mosse guerra di nuovo a Zenone imperador d'Oriente; ed entrato coll'armi nell'una e nell'altra Macedonia, siccome ancor nella Tessalia, vi commise dei gran saccheggi; e questa calamità spezialmente toccò a Larissa metropoli della stessa Tessalia. Era intanto salito ad una gran possanza nella corte di Zenone Augusto il poco fa mentovato Illo, generale dell'armi, e stato già console. Racconta Teofane [Theoph., in Chronogr.], che, per consiglio di costui, Zenone s'indusse a mandar via da Costantinopoli Verina Augusta suocera sua e vedova di Leone imperadore. Avendola sotto varii pretesti indotta a passare a Calcedone, fecela di colà condurre al castello di Papurio, per vivere insieme con Leonzia sua figliuola e con Marciano suo genero, relegati colà. Cominciò allora Verina a tempestar con lettere Arianna, l'altra sua figliuola e moglie d'esso Zenone Augusto, acciocchè le impetrasse la grazia, ed ella ne fece vivissime istanze al marito. Saputa dipoi che da Illo era proceduta la risoluzion presa di cacciar in esilio essa sua madre, tanto fece Arianna, che impetrò da Zenone di poterne far vendetta. Mandò pertanto un sicario per levarlo dal mondo; ma costui nel tirargli un colpo di spada, impedito da uno dei servi d'Illo, arrivò solamente a tagliargli l'orecchia destra. Benchè Zenone fingesse di nulla sapere di questo attentato, pure Illo accortosi onde era venuto il malanno, mostrò desiderio di passar in Asia per mutar aria, e guarir meglio dalla ferita. Ne ottenne la licenza da Zenone, il quale per placarlo il dichiarò prefetto di tutto l'Oriente, con dargli in oltre un'ampia podestà di crear dei duci. Prese Illo in sua compagnia Leonzio patrizio di nazione siriaca, generale dell'esercito della Tracia, ed uomo non meno esperto nelle scienze che nell'arte della guerra, con Pamprepio senatore, accusato dianzi di magia. Passò ad Antiochia, dove raunato un gran seguito di gente, cominciò a manipolare una ribellione contra dell'imperadore, e l'eseguì, siccome vedremo andando innanzi. Non è però certo che questa tela cominciasse in quest'anno; perciò assai confusa si truova la Cronologia di Teofane in questi ed altri tempi. Pubblicò Zenone Augusto in quest'anno il suo Enotico, cioè un suo editto, per unire insieme gli eutichiani e nestoriani eretici coi cattolici, contenente una esposizion della fede, per cui, benchè mostrasse di detestar gli errori di quegli eresiarchi, pure venne in certa maniera a rigettare il sacro concilio di Calcedone, con iscoprirsi anche fautore dell'eresia. Acacio vescovo di Costantinopoli fu creduto consigliere e promotore di questa novità, anzi di questa sacrilega insolenza, non appartenendo ai principi del secolo il regolar la dottrina della Chiesa, ma sì bene ai vescovi, e spezialmente ai romani pontefici, a' quali Iddio ha data questa cura e facoltà. Perciò papa Simplicio e tutti i buoni cattolici si opposero a questo editto, che partorì poi dei gravissimi sconcerti in Oriente, come si può vedere presso gli autori della Storia ecclestiastica. Trovasi ancora che in quest'anno esso papa scrisse una forte lettera [Tom. 4 Concilior. Labbe.] a Giovanni arcivescovo di Ravenna, perchè avea consacrato per forza, cioè al dispetto dei cittadini, vescovo di Modena Gregorio, minacciandolo di gastigo se in avvenire avesse commesso di simili falli. Puossi conghietturare che in questi tempi l'Italia godesse una gran quiete, al vedere che nè di Odoacre, nè di avvenimento alcuno s'incontra memoria presso gli antichi storici. E veramente Odoacre, benchè Barbaro di nazione, pure ammaestrato in Italia, non si sa che facesse aspro o cattivo governo de' popoli; ed inoltre, quantunque ariano, niuna novità indusse in pregiudizio della Chiesa cattolica, non restando alcuna querela di questo nè dalla parte dei papi, nè da quella degli scrittori. I Latini ed i Greci chiamavano Barbaro chiunque non era della lor nazione; ma ci sono stati dei Barbari più buoni, prudenti e puliti che gli stessi Latini e Greci.


CDLXXXIII

Anno diCristo CDLXXXIII. Indizione VI.
Felice III papa 1.
Zenone imperadore 10.
Odoacre re 8.

Console

Fausto, senza collega.

Fu creato console Fausto in Occidente, ciò apparendo dalla vita di papa Simmaco presso Anastasio [Anastas. Bibl. in Vit. Symmachi.]. Abbiamo una lettera di Alcimo Avito [Avitus, epist. 31, apud Sirmondum.], scritta a Fausto e Simmaco senatori di Roma. Crede il padre Sirmondo che il primo fosse il medesimo che si trova console in quest'anno. Egli è nominato Aginantus, o Aginatius Faustus nel sepolcro di Mandrosa presso il Grutero [Gruter., Thes. Inscript. pag. 1055, n. 3.] e Fabretti [Fabrett., Inscr. pag. 558.]. Truovasi ancora all'anno 490 console un altro Fausto, appellato perciò juniore. Mancò di vita in quest'anno san Simplicio papa, e la sua morte, per quanto abbiamo da Anastasio, accadde nel dì 2 di marzo. Fu pontefice di petto e zelo indefesso per la vera fede cattolica, e non omise diligenza veruna per rimediar alle piaghe ostinate delle chiese di Oriente. Allorchè si venne a raunare il clero per eleggere il successore nel Vaticano, v'intervenne un ministro del re Odoacre, cioè sublimis et eminentissimus vir praefectus praetorio, atque patricius, agens etiam vices praecellentissimi regis Odoacris, Basilius [Concil. Roman. sub Symmac. Can. 12.]. Si crede quel medesimo che era stato console nell'anno 480, e che da Apollinare Sidonio [Sidon., lib. 1, ep. 9.] è sommamente commendato. Questi intimò alla sacra raunanza, che, secondo il ricordo e comandamento lasciato dal beatissimo papa nostro Simplicio, per ischivare gli scandali, non si potesse celebrare l'elezione del nuovo pontefice senza consultar prima esso prefetto. Pensa il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] che una tale scrittura fosse supposta a papa Simplicio, e finta dagli scismatici in occasion delle controversie che insorsero dipoi dell'elezione di Simmaco. E potrebbe essere stato così. Imperciocchè vero è bensì che i vescovi nel concilio romano all'udirne parlare, non pretesero già che fosse un'impostura; nientedimeno sostennero, e con tutta ragione, che fosse scrittura invalida, sì perchè era contra i canoni, non dovendo dipendere l'elezion de' sommi pontefici dalle persone laiche, e sì ancora perchè quella scrittura non era sottoscritta da alcun romano pontefice: il che bastò a screditarla. E certo, se papa Simplicio avesse voluto ordinare quanto fu esposto da Basilio, avrebbe saputo egli formare il decreto, nè avrebbe lasciato in balìa ad un laico di significare al clero i suoi sentimenti. Però nel suddetto concilio fu giudicata quella scrittura di niun valore, e deciso che non dovesse aver luogo fra gli statuti ecclesiastici. Successivamente adunque fu eletto papa Felice III, di patria romano, parroco del titolo di Fasciola, uomo di eminenti virtù, che non tardò a rigettare l'enotico di Zenone imperadore, e a procedere contra di Acacio vescovo di Costantinopoli e contro gli altri perturbatori della dottrina e Chiesa cattolica, come si può vedere nella storia ecclesiastica.

In quest'anno medesimo, Unnerico re dei Vandali in Africa, covando già un astio incredibile contra de' Cattolici, perchè di setta ariano, cominciò verisimilmente circa questi tempi una fiera persecuzione contra de' medesimi, e massimamente contra de' vescovi, la qual viene lagrimevolmente descritta da Vittore Vitense [Victor Vitensis, lib. 1, de Persecut., lib. 2.], con proibire ai laici l'aver posto alcuno in corte, e luogo nella milizia, con occupare i lor beni e quei dei vescovi che venivano a mancar di vita. Prigioni, esilii, tormenti provò chiunque era costante nella religion cattolica, nè voleva abbracciar la setta ariana. Basterà per tutto il sapere che in varii tempi circa cinquemila tra vescovi, preti, diaconi, ed altri del clero, furono cacciati in esilio, e moltissimi relegati fra le solitudini del deserto. Ma il furore di questa persecuzione principalmente divampò nell'anno susseguente. Abbiamo da Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] che in quest'anno Zenone Augusto, sì per avere un nemico di meno, e sì per fortificare il suo Stato contra chi era dietro a turbarlo, guadagnò con regali ed onori Teoderico re, ossia duca de' Goti della stirpe Amala, re dipoi dell'Italia, creandolo generale delle sue guardie, e disegnandolo console per l'anno prossimo venturo. Gli assegnò ancora una parte della Dacia ripense e della Mesia inferiore; provincie, le quali, siccome vedremo, pare che allora fossero possedute dai Gepidi e Bulgari, acciocchè le conquistasse e servissero poi di abitazione ai suoi Goti: con che avrebbono potuto accorrere più facilmente ai bisogni d'esso imperadore. Giordano istorico aggiugne [Jordan., de Reb. Get., cap. 57.] che Zenone l'adottò per figliuolo, non già per una legale adozione, portante la succession negli stati, ma per una adozion di onore; e gli fece fare una statua a cavallo, che fu alzata davanti al palazzo imperiale. Non è poi da stupire perchè Zenone venisse a tanta profusion di onori verso di Teoderico, perciocchè aveva già per isperienza provato quanto valesse l'aiuto suo, allorchè ebbe da abbattere Basilisco il tiranno e da ricuperare l'imperio. Allora, per quanto s'ha da Ennodio [Ennod., in Panegyr. Theoderici.], autore contemporaneo, e dall'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.], egli chiamò in suo soccorso il medesimo Teoderico, e col suo braccio risalì sul trono. Ma non pensò mai daddovero a ricompensarlo, se non se nel presente anno; e massimamente perchè cresceva il bisogno di sì bravo capitano pel brutto temporale che nell'Oriente s'andava sempre più formando contra di lui. Siccome è detto di sopra, Illo, patrizio e prefetto dell'Oriente, malcontento di Zenone, seguitava a macchinar la di lui rovina; e però in questo anno diede principio alla ribellione. Racconta Teofane [Theoph., in Chronogr.] ch'egli in compagnia di Leonzio e d'altri suoi congiurati si portò al castello di Papurio nella Cappadocia, e ne estrasse Verina Augusta, vedova di Leone imperadore, che era quivi ristretta per ordine di Zenone Augusto suo genero, e la condusse alla città di Tarso nella Cilicia, con disegno che essa dichiarasse imperadore il suddetto Leonzio patrizio; il che fu eseguito nell'anno susseguente. In tal congiuntura è da credere che anche Leonzia figliuola d'essa Augusta e Marciano già suo consorte, ordinato prete, imprigionati anch'essi in quel castello, ricuperassero la lor libertà.


CDLXXXIV