Eusebio per la seconda volta ed Albino.

Eusebio console orientale di questo anno è quel medesimo che dianzi nel 489 era stato decorato della stessa dignità. Trovavasi in questi tempi nella corte imperiale di Costantinopoli per relazione della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.] e di Teofane [Theoph., in Chronogr.], un Eusebio chiamato magister officiorum, ossia maggiordomo dell'imperadore. Probabilmente lo stesso fu che ora veggiamo per la seconda volta console. Albino, cioè l'altro console, verisimilmente spetta all'Occidente. Cassiodoro [Cassiod., lib. 1, epist. 20.] ed Ennodio [Ennod., lib. 3, epist. 221.] nelle loro epistole e l'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.] fanno menzione di Albino patrizio, che fu poi accusato nell'anno 524, ed è chiamato vir consularis da Boezio [Boetius, lib. 1, de Consolat.]. Questi si può credere lo stesso che il presente. Notò sotto questi consoli Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], che in Costantinopoli insorse una guerra civile contra dello stesso imperadore Anastasio, dimodochè le statue di lui e della imperadrice Arianna furono legate con funi e strascinate per la città; e che Giuliano generale dell'armi in una baruffa accaduta di notte nella Tracia, trafitto dalla spada di uno Scita, terminò di vivere. Nulla si raccoglie di questi avvenimenti dagli altri storici. Seguitava intanto la guerra contra gl'Isauri, e sappiamo da Teofane che avendo Diogene, uno de' capitani imperiali, presa la città di Claudiopoli, scesi gl'Isauri dal monte Tauro, l'assediarono sì strettamente là dentro, che fu in pericolo di perir di fame egli con il suo seguito. Ma finalmente arrivato all'improvviso Giovanni Cirto generale dell'imperador con delle soldatesche dall'un canto, e facendo dall'altro una vigorosa sortita Diogene, rimasero sconfitti gli assedianti, e fra essi ucciso Conone vescovo d'Apamea, il quale lasciata la sedia episcopale con disprezzo de' sacri canoni s'era messo a fare da general di battaglia. Era già durato circa tre anni l'assedio di Ravenna con incomodo gravissimo degli assedianti, ma più degli assediati. Agnello, che circa l'anno 830 scrisse le Vite degli arcivescovi di Ravenna [Agnell., part. 1, tom. 2 Rer. Ital.], ci fa intendere essere talmente venuti meno i viveri e cresciuta la fame nella città, che mangiavano le cuoja ed altri immondi ed orridi cibi, e che non pochi avanzati alle spade vi perirono di fame. Perciò Odoacre trattò di pace con Teoderico, e il trovò disposto ad accettarla. Imperocchè, siccome narra Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1.], riuscì ai Goti d'impadronirsi o per amore o per forza di tutte le città, fuorchè di Cesena e di Ravenna; ed avendo speso quasi tre anni nell'assedio dell'ultima, erano i soldati omai stanchi ed attediati per sì lunga dimora. Interpostosi adunque l'arcivescovo di Ravenna, si venne ad un accordo. Odoacre diede per ostaggio a Teoderico Telane suo figliuolo [Anonym. Vales.]. Secondo l'attestato d'Agnello, nel dì 15 di febbraio, o pure, come ha il Cronologo del Cuspiniano [Chronolog. Cuspiniani.], nel dì 27 di esso mese si conchiuse la pace. Furono dipoi nel dì 5 di marzo aperte le porte di Ravenna, e l'arcivescovo con tutto il clero, colle croci, coi turiboli e coi santi Vangeli processionalmente cantando salmi, si portò a trovar Teoderico; e prostrati a terra, gli domandarono perdono e pace, ed ottennero quanto chiesero. In quello stesso giorno anche Teoderico prese il possesso della città e del porto di Classe. Con quali condizioni e patti seguisse l'accordo fra lui ed Odoacre, hanno dimenticato gli antichi di registrarlo. Poichè non è molto credibil quello che vien raccontato dal suddetto Procopio, cioè che tanto l'un come l'altro avessero ugualmente da signoreggiare da lì innanzi in Ravenna. L'Anonimo Valesiano non altro dice promesso ad Odoacre, se non che sarebbe in salvo la sua vita: il che è ben poco, perchè forse Odoacre avrebbe potuto tentar di fuggire per mare, e portar seco di che sostentare in luogo sicuro onorevolmente la vita. Altri hanno immaginato ch'egli solamente chiedesse un qualche angolo d'Italia da passarvi convenevolmente il resto de' suoi giorni.

Vero è che Teoderico potè liberalmente concedere quanto gli fu dimandato, perchè già covava il pensiero di non mantener la parola. In fatti dopo aver fatta buona ciera e carezze per alquanti giorni ad Odoacre, invitatolo un dì a pranzo co' suoi cortigiani nel palazzo di Lauro o Laureto, gli fece levar la vita: e, se vogliam credere all'Anonimo Valesiano, lo stesso Teoderico di sua mano l'uccise, con aggiugnere che nel medesimo giorno tutti quei che si poterono trovare del di lui seguito, furono d'ordine d'esso Teoderico tagliati a pezzi. Il medesimo scrittore, e Procopio e Cassiodoro [Cassiod., in Chron.] attribuiscono questa barbarica risoluzione all'avere Teoderico scoperto che Odoacre gli tendeva delle insidie. Ma non mancano mai pretesti a chi può e vuol fare del male agli inferiori; e probabilmente non mancarono falsi consiglieri ed adulatori della gran fortuna di Teoderico. Odoacre ridotto in quello stato, con un potente esercito intorno, chi crederà mai che potesse fabbricar delle trame contra del suo vincitore? Più degno di fede a noi sembrerà Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.], allorchè scrive che Odoacre ab eodem Theoderico perjuriis illectus, interfectusque est; e il dirsi dell'autore della Miscella: A Theoderico in fidem susceptus, ab eo trucullente interemtus est. Con tale iniquità diede principio al suo pieno dominio il re Teoderico; e in questa maniera terminò i suoi giorni il misero Odoacre, appellato dall'Anonimo Valesiano homo bonae voluntatis. Nè si dee omettere che durante questo grande sconvolgimento dell'Italia [Ennod., in Vita S. Epiph. Ticin. Episc.], essendo partiti, per attestato di Ennodio, da Pavia i Goti, fu consegnata quella città ai Rugi, i più barbari e crudeli di tutte le nazioni, i quali si credeano di aver perduta la giornata qualor non aveano potuto commettere qualche scellerata azione. Tuttavia a sant'Epifanio vescovo di quella città riuscì di ammollire i cuori di que' Barbari colle sue dolci maniere, talmente che piangeano allorchè dopo due anni ebbero da andarsene al lor paese. Crede il padre Sirmondo che costoro entrassero in Pavia nell'anno presente. L'autore della Miscella in fatti scrive che dopo tre anni, usciti i Goti da Pavia, vi entrarono i Rugi, e che costoro per due anni continui diedero il guasto a quella città e al suo territorio. Noi già vedemmo che Federigo re dei Rugi era venuto in Italia colle sue genti in aiuto di Teoderico. Sappiamo poi dal medesimo Ennodio [Ennod., Panegyr. Theoderici.] che costui mancò in progresso di tempo di fede a Teoderico, e si unì coi nimici di lui. Ma in fine nata discordia fra esso e i suoi collegati, restò disfatto e forse ucciso dai medesimi. Quando ciò succedesse, è scuro affatto. Probabilmente nondimeno egli si rivoltò durante l'assedio di Ravenna, e poi succedette la sua rovina, allorchè Teoderico ebbe a far guerra nella Pannonia, siccome diremo al suo luogo. È di parere il cardinal Baronio che dopo la morte di Odoacre e sul fine di quest'anno Teoderico inviasse ad Anastasio Augusto i suoi ambasciatori, per istabilir pace e lega con lui, e che a tal fine fosse scritta la lettera prima di Cassiodoro [Cassiod., lib. 1, ep. 1.] ad esso imperadore. Parimente crede che Fausto maestro degli uffizii fosse uno di questi ambasciatori. Ma in quella lettera si suppone intorbidata la buona armonia che dianzi passava fra Anastasio e Teoderico; e però negli anni susseguenti sembra essa scritta a nome di Teoderico. E tanto più perchè Teoderico confessa di essere stato più volte esortato dall'imperadore ad amare il senato romano, e ad osservare le leggi dei precedenti Augusti. Per altro abbiamo dall'Anonimo Valesiano [Anonym. Vales.] che nell'anno 490, vivente ancora Zenone imperadore, non tardò Teoderico ad inviare in Costantinopoli Festo capo del senato, per chiedergli la veste regale, ed è lo stesso che dire a pregarlo che volesse riconoscerlo per re d'Italia. Lo stesso autore dipoi chiama questo ambasciatore non più Festo, ma Fausto il negro, ed aggiugne che prima del ritorno suo dalla medesima ambasciata, avendo Teoderico intesa la morte di Zenone (accaduta, come dicemmo, nell'anno 491), e dappoichè fu entrato in Ravenna ed ebbe tolto dal mondo Odoacre, i Goti il proclamarono e confermarono re, senza aspettar la licenza ed approvazione del nuovo imperadore Anastasio. Ma forse questo scrittore anticipò alquanto la spedizione del suddetto ambasciatore, e la assunzione del titolo regale: del che parleremo all'anno 495.

Abbiamo dall'autor della Miscella [Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar.] e da Giordano storico [Jordan., de Reb. Get., cap. 58.] che Teoderico, per bene stabilirsi nel nuovo regno, conchiuse parentado con varii principi di questi tempi. Cioè prese egli per moglie Audelfreda, chiamata da Gregorio Turonense sorella, e da Giordano e dall'autore della Miscella (con errore, credo io, perchè Clodoveo era allora assai giovane) figliuola di Clodoveo il grande, re de' Franchi. Diede Amalafreda sua sorella ad Unnerico re de' Vandali. Ma l'autore della Miscella qui s'inganna. Il re Unnerico cessò di vivere nell'anno 484, ed ebbe per successore Gundamondo, la cui morte accadde nel 496. E dopo di lui regnò Trasamondo. Questi fu marito di Amalafreda, come s'ha chiaramente da Giordano e da Procopio [Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 8.]. Avea Teoderico due figliuole nate a lui da una concubina, allorchè dimorava nelle sue contrade. La prima appellata Teuticodo (da Procopio Teudicusa, e dall'Anonimo Valesiano [Anonym. Vales.] Arevagni vien detta) unì in matrimonio con Alarico re dei Visigoti, che regnava allora nella Gallia meridionale e in buona parte della Spagna. L'altra chiamata Ostrogota (ossia Teodogota, come ha il suddetto Anonimo) fu presa in moglie da Sigismondo figliuolo di Gundobado, ossia Gundibaldo, re de' Borgognoni. Una figliuola eziandio di Amalafreda sua sorella, e del suo primo marito, per nome Amalberga, ebbe per marito Ermanfredo re della Turingia. Ma questi matrimonii succederono in varii tempi, quantunque io gli abbia qui rapportati tutti in un fiato. Delle gloriose azioni di san Gelasio papa in quest'anno per la conservazione della vera fede sì in Occidente come in Oriente, son da vedere gli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio. Riferisce ancora Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 27.] al presente anno la guerra fatta da Clodoveo re dei Franchi ai Turingi, non già con soggiogarli affatto al suo dominio, come egli dice, ma con obbligarli a pagargli il tributo. Rammemora eziandio il di lui matrimonio con Clotilde nipote di Gundobaldo re dei Borgognoni, principessa gloriosa, perchè poi condusse il marito tuttavia pagano ad abbracciare la santissima religione di Cristo.


CDXCIV

Anno diCristo CDXCIV. Indizione II.
Gelasio papa 3.
Anastasio imperadore 4.
Teoderico re 2.

Consoli

Turcio Rufio Aproniano Asterio e Presidio.

È fuor di dubbio che il primo di questi consoli, cioè Asterio, fu console creato in Occidente, ed è quel medesimo che si legge sottoscritto nel famoso antichissimo Virgilio scritto a penna della biblioteca medicea; sopra che son da vedere il cardinal Noris [Noris, Coenotaph. Pisan., Dissertat. 4.] e il canonico Gori [Gorius, Inscript. Etrur.]. I padri Sirmondo e Pagi, che il credono appellato Asturio, e non Asterio, non son qui da ascoltare. Asterio era cognome della casa Turcia, come ancor lo provai [Anecdot. tom. 1, dissert. 2.] in illustrando un poema di san Paolino vescovo di Nola. Quanto all'altro console, cioè a Presidio, il suddetto cardinal Noris ed Onofrio Panvinio [Panvin., in Fast. Consul.] il giudicarono console orientale; all'incontro dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] è tenuto anch'esso occidentale. Ma ognun di essi giuoca ad indovinare, nè si può stabilire chi s'abbia ragione. Tuttavia essendo il nome latino, e trovandosi posposto esso anche ne' Fasti greci, più probabile sembra l'opinione del Pagi. Dopo avere il re Teoderico ridotta alla sua ubbidienza l'Italia tutta, senza curarsi del titolo d'imperadore, assunse quello di re, usato (dice Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1.]) dai Barbari, per significare i lor principi, da' quali son retti e governati. E da saggio politico non solamente ritenne ed onorò tutti i magistrati soliti della repubblica e dell'imperio romano, ma ancora prese a vestirsi alla romana; il che piacque non poco ai popoli, come segno d'amore e di stima verso della nazione italiana. Poscia in questa felice calma s'applicò egli tutto a mettere in buon sistema l'Italia, che per tante passate rivoluzioni e turbolenze era ridotta in un miserabile stato. Ma specialmente, per attestato d'Ennodio [Ennod., in Vita s. Epiphan. Ticinens. episc.], a lui fece pietà la desolata Liguria, che in questi tempi abbracciava anche il Piemonte, il Monferrato e Milano. S'è toccata disopra la terribil incursione de' Borgognoni in quelle parti, allorchè Teoderico era impegnato nell'assedio di Ravenna, e s'è raccontato che in quella occasione fu condotta in ischiavitù nelle Gallie un'immensa quantità di popolo da quella barbara ed ariana nazione. Basterà sapere che le campagne erano rimaste quasi tutte senza abitatori e senza chi le coltivasse. Pensò dunque Teoderico al rimedio, quand'ecco giugnere a Ravenna Epifanio vescovo di Pavia in compagnia di Lorenzo arcivescovo di Milano, per implorare la di lui clemenza. Avea Teoderico pubblicata una legge, in cui concedeva a tutti i popoli, che erano stati in addietro del suo partito, i privilegii de' cittadini romani, col negarli, e con levare nominatamente la facoltà di testare agli altri che aveano tenuto per la parte di Odoacre. Era grande il lamento per questo in tutta l'Italia. I due santi vescovi con tanta efficacia il supplicarono d'abolir questa legge, che Teoderico non potè far resistenza, e chiamato tosto Urbico questore del sacro palazzo, gli ordinò di fare un editto ritrattatorio del precedente. Rivoltosi dipoi ad Epifanio, gli disse di aver posti gli occhi sopra di lui, per inviarlo suo ambasciatore a Gundobado, ossia Gundobaldo, re de' Borgognoni, per trattar seco del riscatto degli schiavi fatti nella Liguria: al qual fine l'erario regio gli avrebbe somministrato il danaro occorrente. Accettò il santo prelato questa pia incombenza, e solamente il pregò di volergli dar per compagno Vittore vescovo di Torino, personaggio di rare virtù. Pertanto nel marzo del presente anno si mossero i due vescovi alla volta di Lione, dove allora abitava il re Gundobado, siccome padrone ancora di quella provincia. Era già promessa in isposa a Sigismondo figliuolo di quel re una figliuola di Teoderico. La venerabil presenza e le sagge e pie parole di Epifanio indussero Gundobado a rilasciar gratuitamente tutti quegli Italiani che non aveano prese l'armi contra de' Borgognoni, richiedendo solamente che si pagasse il riscatto per gli altri. Allora si videro le schiere di quella povera gente tutte in moto ed allegre verso la lor patria. In un giorno solo dalla sola città di Lione ne partirono quattrocento; e lo stesso si praticò per tutte le città della Savoia e dell'altre provincie sottoposte ai Borgognoni. Ben seimila persone furono le donate alle preghiere del santo vescovo; Ennodio allora diacono, che tali notizie tramandò ai posteri, era presente alle lor liete processioni. Per riscattar gli altri impiegò Epifanio il danaro datogli dal re Teoderico, ma non bastò. Siagria piissima e ricca donna, ed Alcimo Ecdicio Avito, celebre vescovo di Vienna, contribuirono di molto oro per la liberazion degli altri. Passò ancora Epifanio a Geneva, dove comandava Godigiselo fratello del re Gundobado, ed ivi ancora ottenne la liberazion degli schiavi, attorniato dai quali anch'egli se ne ritornò in Italia con uno spettacolo che trasse dagli occhi di tutti le lagrime, e tornò in gloria grande della religion cristiana e di Teoderico, che da buon principe procurò sì gran bene ai sudditi suoi.