Correva già gran tempo ch'esso Augusto era disgustato di Gallo Cesare suo cugino, a cui già vedemmo appoggiato il governo dell'Oriente; e ciò a cagione de' suoi mali portamenti. Non aveva questo principe più di ventiquattro anni, allorchè fu promosso alla dignità cesarea da Costanzo. Il trovarsi egli portato improvvisamente sì alto dalla bassa fortuna, in cui era vivuto per l'addietro; l'aver per moglie una sorella dell'imperadore; l'essere suo cugino, e il godere un'autorità quasi sovrana in tante belle provincie, gli mandò tosto dei fumi alla testa, accresciuti da qualche buon successo dell'armi sue contra de' nemici dell'imperio, e dagli adulatori e panegiristi, fra' quali si conta anche Libanio sofista. A renderlo anche più cattivo e crudele contribuì non poco Costantina sua moglie, che portava il titolo d'Augusta, donna piena d'orgoglio, che Ammiano [Ammianus, lib. 14, cap. 1.], forse con eccesso di passione, arrivò a chiamare una Megera; la quale in vece di addolcirlo, lo andava incitando continuamente ai processi e alle morti, non mancando mai pretesti per opprimere anche le persone più illustri ed innocenti. Professava Gallo, è vero, la religione cristiana [Sozomenus, Hist., lib. 4, cap. 19. Chrysostomus, in Gen., et alii.], e per cura sua seguì in Antiochia la traslazione del corpo del celebre martire s. Babila; ma non men di Costanzo Augusto favoriva anch'egli e fomentava l'arianismo: perlochè Filostorgio [Philostorgius, lib. 3, cap. 27.] ariano parla assai bene di lui. Ma convengono gli storici tutti d'allora che non lieve era la sua crudeltà ed ingiustizia; e infin lo stesso Giuliano [Julian., Epist. ad Athen.] suo fratello, contuttochè si sforzi di scusar le di lui azioni, e di rigettarne la colpa addosso a Costanzo Augusto, pure confessa ch'egli fu d'umore selvatico e fiero, e non fatto per regnare. Ma lo storico Ammiano senza briglia scorre nelle accuse di questo principe, dipingendolo per uomo di testa leggiera, pieno sempre di sospetti, credulo ad ogni calunnia, e però portato a spargere il sangue ancora degl'innocenti, non che dei veri colpevoli. Faceva egli uno studio particolare col mezzo di assaissime spie per saper quello che si diceva di lui anche nelle case private; e per chiarirsene meglio cominciò ad usare di andar la notte travestito per le osterie e botteghe. Ma non durò molto questa sua viltà, perchè essendo le strade in Antiochia illuminate da molte lumiere la notte, in guisa che quasi vi compariva al chiarezza del giorno (il che si praticava allora anche in altre città), egli fu più di una volta riconosciuto, nè più si attentò ad esporsi a maggiori pericoli. Ma non gli mancavano relatori di quanto si diceva, o pur si fingeva che si dicesse; e ad ognuno si dava benigno ascolto, e poi senza processi, e senza dar le difese, facilmente si procedeva alle condanne. Perchè Libanio sofista [Liban., in Vita.] gli era assai caro (verisimilmente per le sue adulazioni) la scappò netta un giorno. Da chi gli voleva male fu subornato un uomo iniquo ad accusarlo di sortilegi contro la persona dello stesso Gallo. Ma Gallo freddamente gli rispose che andasse a produr tali accuse davanti ai giudici ordinarii; e con ciò si sciolse in fumo la meditata trama. Accaddero dipoi varii disordini in Antiochia per la carestia del grano. Perchè a cagion d'essa i magistrati non poterono soddisfare alla di lui premura per una festa, ne fece morir alcuni, ed altri cacciò nelle carceri: il che accrebbe il male. Andossene egli a Jerapoli, senza provvedere al bisogno del popolo, con aver solamente dato per risposta che Teofilo governatore della Soria avea gli ordini opportuni. Lasciò in tal guisa esposto quel ministro al furor della plebe, la quale, vedendo sempre più incarire i viveri, un dì gli pose le mani addosso, e dopo averlo barbaramente ucciso, strascinò il di lui cadavero per le strade.
Erano riferiti a Costanzo Augusto tutti questi ed altri disordini ch'io tralascio; e però a poco a poco cominciò a ritirare di sotto al comando di Gallo le milizie di quelle parti. Poscia, in occasione [Ammianus, lib. 13, cap. 7.] che mancò di vita Talassio prefetto del pretorio d'Oriente, mandò colà Domiziano ad esercitar quell'autorevole impiego, riconoscendosi da ciò che gli imperadori, nel dare allora i governi ai Cesari, si riserbavano l'elezione almen delle cariche principali. Seco portò Domiziano un ordine segreto d'indurre con bella maniera e tutta dolcezza Gallo a dare una scorsa in Italia. Ma siccome costui era un uomaccio ruvido ed incivile, arrivato ad Antiochia, passò davanti al palazzo del principe, senza curarsi di usare con lui atto alcuno di rispetto, e portatosi all'abitazion consueta dei prefetti del pretorio, quivi si fermò per qualche tempo senza uscirne, con allegar degl'incomodi di sanità, ma intanto raccogliendo tutto il male che si diceva di Gallo, per avvisarne l'imperadore. Chiamato poi da esso Cesare, andò in fine a visitarlo, e fra le altre cose sgarbatamente gli disse, esservi ordine di Costanzo ch'esso principe andasse in Italia; perchè, altrimenti facendo, comanderebbe che gli fossero trattenuti i salari e le provvisioni solite a somministrarsi a lui e alla sua famiglia: e, ciò detto, dispettosamente se ne andò. Gallo, giacchè Domiziano, benchè invitato altre volle, non si lasciò più vedere, montato in collera, mandò parte delle sue guardie a rinserrarlo in casa [Sozom., Hist., lib. 4, cap. 2. Epiphan. Scholast. Theoph., in Chronogr.]; e perciocchè Monzio, ossia, come altri lo appellarono, Magno questore, parlò a quelle guardie, con dir loro che quando pur volevano far simili violenze a un sì riguardevole uffiziale dell'imperadore, dovevano prima abbattere le statue dell'Augusto Costanzo, cioè venire alla ribellione: Gallo Cesare, di ciò avvertito, andò sì fattamente in furia, che spinse le guardie addosso al questore, il quale insieme col prefetto Domiziano fu in breve messo a pezzi, e i lor corpi gittati nel fiume. A questi sconcerti ne tennero dietro degli altri, che tutti riferiti a Costanzo imperadore, il misero in grande agitazione, e tanto più, perchè saltò su il timore che Gallo fosse dietro a far delle novità, e meditasse di usurpare l'imperio. Questo timore agevolmente in cuore di lui nato, perchè principe naturalmente sospettoso, poscia fu avvalorato [Ammian., lib 14, cap. 8, et lib. 15.] da Dinamio e Picenzio, iniqui suoi cortigiani, e da Lampadio prefetto del pretorio, uomo sommamente ambizioso, e dagli eunuchi di corte, che gran credito aveano presso il regnante. Socrate [Socrates, Hist., lib. 2, cap. 34.] fu d'avviso che ben fondati fossero i sospetti di Costanzo, ed Ammiano inclinò anch'egli a credere dei perniciosi disegni in Gallo. Giuliano [Julian., Epist. ad Athen.] di lui fratello, e Zosimo pretendono tutto ciò falso. La gelosia di Stato ne' principi, massimamente deboli, è un mantice che di continuo loro ispira le più violente risoluzioni; e così ora avvenne, con prendere Costanzo la determinazione di levare al cugino Gallo, non solamente la porpora, ma anche la vita.
La maniera da lui tenuta, per compiere tal disegno, fu la seguente. Chiamò prima in Italia Ursicino, generale delle armi in Oriente [Ammianus, lib. 14, cap. 9 et seq.], per paura ch'egli non si unisse con Gallo, o facesse altra novità in quelle parti. Venuto ch'egli fu, Costanzo spedì a Gallo una lettera, tutta profumata di espressioni amorevoli, pregandolo di venire a trovarlo in Italia, per consultar seco intorno ai bisogni presenti, e massimamente intorno ai Persiani, che minacciavano un'irruzione nelle provincie romane. Nello stesso tempo fece sapere a Costantina sua sorella, che se voleva dargli una gran consolazione, venisse anch'ella alla corte. Attesta Filostorgio [Philostorgius, lib. 4, cap. 1.] che questa chiamata pose in somma apprensione tanto Gallo che la moglie: tuttavia fu creduto che andando Costantina innanzi, saprebbe essa ammollir l'ira del fratello ed ottener grazia pel marito. Però ella si mise in viaggio, e Gallo le tenne dietro. Ma giunta Costantina nella Bitinia al luogo di Cene, quivi assalita da maligna febbre, terminò il corso del suo vivere, e il corpo suo fu portato dipoi a Roma, e seppellito nella chiesa di sant'Agnese, già da lei fabbricata. Allora Gallo si vide come perduto; e, se Ammiano dice il vero, pensò ad usurpar l'imperio; ma non ne trovò i mezzi, perchè odiato dai più, e perchè Costanzo gli avea tagliate le penne, con levargli le milizie. Incoraggito poi dagli adulatori, arrivò a Costantinopoli, dove si fermò a vedere i giuochi circensi, benchè sollecitato dalle lettere di Costanzo che l'aspettava a braccia aperte, e mandato aveva intanto uffiziali per vegliare sopra le di lui azioni, sotto pretesto di servirlo nel viaggio. Lasciò Gallo in Andrinopoli buona parte della sua famiglia, e con pochi de' suoi giunse a Petovione, oggidì Petau, vicino al fiume Dravo, dove poco stette ad arrivar anche Barbazione conte de' domestici, ossia capitan delle guardie, che molte calunnie avea prima inventato contra di lui [Ammianus. Philostorg.], e non tardò a spogliarlo della porpora e di tutti gli altri ornamenti principeschi, assicurandolo poi con più giuramenti a nome di Costanzo, che niun altro male gli accaderebbe. Ma il misero fu condotto di poi alla fortezza di Fianone sulle coste della Dalmazia, ossia dell'Istria, vicino a Pola, dove a Crispo, figliuolo del gran Costantino, negli anni addietro era stata tolta la vita, e dove Gallo fu sequestrato sotto buona guardia. Credesi che veramente l'Augusto Costanzo avesse intenzione di non far di peggio al deposto cugino; ma tanto picchiarono Eusebio e gli altri eunuchi di corte, che mutò massima. Fu inviato lo stesso Eusebio con Pentado segretario, per esaminarlo intorno alla morte di Domiziano e d'altri, secondochè si ha da Ammiano: il che è da contrapporre a Giuliano [Julian., Epist. ad Atheniens.] e Libanio [Liban., Orat. XII.], che il dicono condennato senza ascoltarlo. Rispedì poi Costanzo lo stesso Pentado ad eseguir la sentenza di morte fulminata contra di Gallo; e quantunque Filostorgio [Philostorg., Histor., lib. 4, cap. 1.] e Zonara [Zonar., in Annal.] scrivano ch'egli pentito inviò un ordine in contrario, questo, per frode degli eunuchi, non arrivò a tempo, e Gallo ebbe mozzata la testa. Cattivo fine fecero poi coloro che maggiormente colle lor bugie aveano contribuito alla di lui morte, come Barbazione, Scudilone ed altri. Scaricossi ancora lo sdegno di Costanzo, principe implacabile, come avviene a chiunque è di picciolo cuore, sopra gli uccisori di Domiziano e di Monzio: giacchè trovandosi esso Augusto solo possessore del romano imperio, diviso per tanto tempo addietro fra più imperatori e cesari [Ammianus, lib. 15, cap. 1 et 2.], andava ogni dì più crescendo la di lui crudeltà ed orgoglio. Fatto anche venir dalla Cappadocia Giuliano, fratello dell'estinto Gallo, poco mancò che a lui pure non levasse la vita per le suggestioni degli adulatori di corte; ma interpostasi in favore di lui l'Augusta Eusebia, fu mandato a Como, e poscia ottenne di poter passare ad Atene, per continuar lo studio delle lettere che era il suo favorito.
Abbiamo da Ammiano che in questo anno, per avere alcuni popoli dell'Alemagna fatte più incursioni nelle terre romane verso il lago di Costanza, Costanzo Augusto nella state mosse l'armata contra di loro, e fermatosi nel paese di Coira, inviò innanzi Arbezione, che sulle prime ebbe delle busse, ma poscia in un secondo combattimento sconfisse i nemici: perlochè Costanzo tutto glorioso ed allegro se ne tornò a Milano, dove passò ancora il verno seguente. A quest'anno appartiene pur anche la ribellion [Aurel. Victor, in Epit. Zonaras, in Annalib. Ammianus, lib. 15, cap. 5.] di Silvano, nobile e valoroso capitano franzese, quel medesimo che, abbandonato il tiranno Magnenzio prima della battaglia di Mursa, era passato ai servigi dell'Augusto Costanzo, e creato dipoi generale di fanteria, fu inviato nelle Gallie per reprimere i barbari germanici, che mettevano a sacco e fuoco quelle contrade. Che che dicano di lui Giuliano [Julian., Orat. II.] e Mamertino [Mamertinus, in Panegyr. Jul.], si crede che Silvano procedesse da uomo prode ed onorato in far guerra contra de' Barbari. Ma non gli mancavano emuli e nemici alla corte, i quali procurarono la di lui rovina. Dinamio, uno dei bassi cortigiani, per quanto si disse, fu il fabbricator della trama. Impetrò egli lettere commendatizie da Silvano a varii personaggi di corte, e poi ritenuta la sottoscrizione, e scancellate con pennello le altre lettere della pergamena, vi scrisse ciò che volle, cioè delle preghiere in gergo ad essi suoi amici, per essere aiutato a salire dove la fortuna il chiamava. Portate dall'iniquo Dinamio tali lettere a Lampadio prefetto del pretorio, che poi si sospettò complice della frode, passarono sotto gli occhi di Costanzo; e tosto saltò fuori l'ordine della carcerazione delle persone alle quali erano indirizzati que' fogli. Fu ancora spedito nelle Gallie Apodemo, per far venire Silvano alla corte; ma costui prima di avvisarlo, si predè ad occupare i di lui beni, e a tormentare alcuni dei di lui dipendenti. Ciò diede impulso a Silvano di non volersi arrischiare al viaggio d'Italia, essendo egli assai persuaso che in questi tempi l'essere accusato e condennato era facilmente lo stesso; e però non sapendo qual partito prendere, si ridusse a farsi proclamare Augusto dalle milizie di suo comando. Troppo sventuratamente per lui, perchè in questo mentre essendosi scoperte le furberie di Dinamio alla corte, e per conseguente la di lui innocenza, se avesse tardato a far quel gran passo, era in salvo l'onore e la vita sua. Giunto a Milano l'avviso della di lui ribellione, ne sguazzarono i suoi emuli, al vedere fortunatamente verificati i lor falsi rapporti; e Costanzo Augusto inviò tosto nelle Gallie Ursicino conte, il quale a dirittura si portò a Colonia; e fingendo d'essere colà andato per unirsi con Silvano, entrò seco facilmente in confidenza finchè sotto mano guadagnati alcuni soldati, il fece un dì tagliare a pezzi, dopo soli ventotto giorni dell'usurpato imperio. Aspra giustizia fu dipoi fatta di alcuni complici di Silvano. Contuttociò si mostrò questa volta sì discreto Costanzo [Aurel. Victor, in Epitome.], probabilmente perchè capì essere stato precipitato l'infelice in quella risoluzione non da mala volontà, ma da un giusto timore, che presto desistè dal perseguitare i di lui amici [Ammian., lib. 15. Jul., Orat. I et II.], anzi volle che fossero conservati tutti i di lui beni ad un suo figliuolo, lasciato dianzi in corte per ostaggio della sua fede. Vi ha chi mette all'anno seguente il fatto di Silvano. Io, tenendo dietro a s. Girolamo [Hieronymus, in Chronico.], ne ho parlato in questo, giacchè egli sotto lo stesso anno riferisce le tragedie di Gallo e di Silvano.
CCCLV
| Anno di | Cristo CCCLV. Indizione XIII. |
| Liberio papa 4. | |
| Costanzo imperadore 19. |
Consoli
Flavio Arbezione e Quinto Flavio Mesio Egnazio Lolliano.
Col favore d'alcune iscrizioni da me rapportate altrove [Thesaur. Novus Inscript., p. 380.], sembrano a me sufficientemente provati i nomi di questi consoli. Lolliano si trova ancora col nome di Mavorzio. Continuò per alcuni mesi dell'anno presente nella prefettura di Roma Memmio Vitrasio Orfito, ed ebbe poi per successore Leonzio, personaggio assai lodato da Ammiano. Per quanto si raccoglie dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofr., Chron. Cod. Theodos.], l'Augusto Costanzo per lo più soggiornò in Milano nell'anno corrente, nè andò a Roma o a Sirmio, come per errore si legge in due date. Fu appunto in essa città di Milano tenuto in quest'anno un famoso conciliabolo, a cui intervenne lo stesso imperadore, spasimato fautor degli ariani: il perchè prevalse il loro partito. Quivi fu deposto sant'Atanasio [Sever. Sulpicius, lib. II. Baron., Annal. Eccl.]; e perchè papa Liberio con altri vescovi ricusò di sottoscrivere gli iniqui decreti, d'ordine di Costanzo fu mandato in esilio. Venne anche forzato il clero romano ad eleggere un altro pontefice, che fu Felice; essendosi poi disputato fra gli eruditi, se questi fosse vero o non vero papa. Tolto di vita Silvano, l'unico generale di cui rispetto e paura aveano in addietro i Barbari della Germania, parve che si aprisse la porta al loro furore, per iscorrere liberamente per le provincie gallicane, e portar la desolazione dappertutto [Ammian., lib. 15, cap. 8.]. Attesta Sozimo [Zosimus, lib. 3, cap. II.] che i Franchi, Alamanni e Sassoni presero e devastarono quaranta città poste lungo il Reno, e, fatto un immenso bottino, condussero in ischiavitù una infinità di persone. Nello stesso tempo anche i Quadi e Sarmati, dandosi probabilmente mano con gli altri Barbari, mettevano a sacco la Pannonia e Mesia superiore, senza trovar chi loro facesse resistenza. Del pari i Persiani non lasciavano quieta la Mesopotamia. Costanzo intanto se ne stava da lungi osservando questi malori, nè provvedeva al bisogno. Pieno sempre di diffidenze e timori, non osava di passar nelle Gallie, dove maggiore era il bisogno; e nè pur vi spediva generali, paventando l'esempio di Silvano. Mentre vacillava, senza appigliarsi a risoluzione alcuna, l'imperadrice Eusebia, donna di singolar prudenza, ancorchè conoscesse il sospettoso genio dell'Augusto consorte, massimamente verso de' parenti, pure con sì bel garbo gli seppe dipingere la persona di Giuliano di lui cugino, e fratello dell'estinto Gallo Cesare (chiamandolo giovane d'ingegno semplice, che metteva tutto il suo piacere ne' soli studi delle lettere, usando perciò il mantello da filosofo, e poco comparendo pratico degli affari politici), che bel bello indusse Costanzo a richiamarlo da Atene in Italia, e poscia a conferirgli il titolo di Cesare.