Scoperta dai cortigiani questa intenzione dell'imperadore, e temendo di veder calare la loro autorità e possanza, non dimenticarono [Ammianus, lib. 15, cap. 8.] di far quanta opposizione poterono; con rappresentargli i pericoli ai quali si esponeva, massimamente innalzando un fratello di Gallo, e tanto più perchè egli non avea bisogno di compagni per governar tutto l'imperio. Ma più di loro si trovarono possenti le persuasive dell'Augusta Eusebia, di modo che raunate le milizie tutte in Milano [Idacius, in Fastis. Socrates, Hist., lib. 2, cap. 27. Hier., in Chronico.], e salito Costanzo sul trono, dichiarò Cesare il suddetto suo cugino Flavio Claudio Giuliano, gli diede la porpora cesarea e destinollo al governo delle Gallie, per far testa a tanti barbari scatenati contra di quelle contrade. Straordinarie in tal congiuntura furono le acclamazioni e il giubilo de' soldati, ed orribile lo strepito de' loro scudi battuti sopra il ginocchio: chè questo era il segno consueto dell'allegrezze: laddove il battere colle lance gli scudi, segno era di sdegno e dolore. Trovavasi allora il novello Cesare in età di venticinque anni, picciolo di statura, ma spiritoso ed agile, di volto nondimeno poco avvenente; al che contribuiva ancora l'aver egli voluto ritener la barba mal pettinata e rabbuffata [Aurelius Vict., in Epitome. Julian., in Misopogon.], che affettavano i filosofi di quel tempo, benchè avesse deposto il mantello filosofico. Ma qui non finirono gli onori da Costanzo compartiti a Giuliano. A lui diede ancora in moglie Elena sua sorella, e poscia nel dì primo di dicembre [Ammian., lib. 15, cap. 9.] l'incamminò alla volta delle Gallie, accompagnandolo fino ad un luogo posto fra Lomello e Ticino, o vogliam dire Pavia. Appena giunto a Torino intese Giuliano la funesta nuova che l'insigne città di Colonia, assediata dai Barbari, era finalmente caduta in loro mani, spogliata e diroccata dal loro furore: nuova che il rattristò forte, quasi cattivo augurio ai suoi passi. Nè si dee tacere che il geloso Costanzo si studiò per quanto potè di ristrignere l'autorità del cognato e cugino Cesare, per paura ch'egli se ne abusasse, come avea fatto il suo fratello Gallo. Sotto specie d'onore gli mutò tutta la famiglia; gli diede guardie scelte da sè, con ordini segreti ad ognuno di vegliare sopra i di lui andamenti; gli prescrisse infino la tavola [Julian., in Epist. ad Athen. Ammian., lib. 15, cap. 5. Zosimus, lib. 3, cap. 2.], come se si fosse trattato di un figlio che si mettesse in collegio. Deputò per generale dell'armi Marcello; in man di esso e non di Giuliano doveva essere tutto il comando, con ordine espresso che Giuliano nulla potesse donare ai soldati, e nè pure per la sua promozione, come si stilò sempre in addietro. Tante precauzioni del sospettoso Augusto dove andassero a terminare, lo scorgeremo dopo qualche tempo. Intanto Giuliano Cesare passate le Alpi prima che finisse l'anno arrivò a Vienna del Delfinato, ivi accolto con gran festa da tutto il popolo; ed allora fu, se merita fede Ammiano, che una vecchia cieca di quella città gridò, essere venuto chi ristabilirebbe un dì i templi de' falsi dii. Malcontento nondimeno fece Giuliano quel viaggio, perchè Costanzo non gli avea dato seco se non trecento sessanta soldati [Zosimus, lib. 3, cap. 2. Libanius, Orat. ad Julian. Julian., in Epist. ad Athen.]; quando le Gallie si trovavano in un estremo bisogno di forze militari, per resistere alla gran possanza e crudeltà delle nazioni barbariche, alle quali il Reno non serviva più di confine. Nè mancò gente maligna, per attestato di Socrate [Socrat., Histor., tom. 3, cap. 1.], che giudicò averlo Costanzo Augusto inviato colà apposta per farlo perire, soperchiato dai Barbari: il che niun colore ha di verisimiglianza. La di lui nobile promozione, e l'illustre maritaggio smentiscono abbastanza tal voce, e facilmente apparisce, aver solamente paventato Costanzo che questo giovane alzato tant'alto, potesse un dì rivoltarsi contra del benefattore, come in fatti dopo qualche tempo avvenne. Quanto ad Eusebia Augusta, priva di figliuoli, considerando ella Giuliano per successore del marito, cercò per tutte le vie di sempre più affezionarselo con proteggerlo, e perchè conosceva il di lui genio ai libri, gli donò anche una bella libreria, che forse fu a lui non men cara che i ricevuti onori.
CCCLVI
| Anno di | Cristo CCCLVI. Indizione XIV. |
| Liberio papa 5. | |
| Costanzo imperadore 20. |
Consoli
Flavio Costanzo Augusto per l'ottava volta e Flavio Claudio Giuliano Cesare.
Leonzio, prefetto di Roma, continuò ancora per quest'anno in quel riguardevole impiego, senza che apparisca se alcuno gli succedesse dopo il mese d'ottobre, in cui si vede una legge [L. 13, de Episcop. Cod. Theodos.] a lui indrizzata da Costanzo Augusto. In Milano si fermò per tutto il verno esso imperadore, e qualche apparenza v'ha ch'egli desse, venuta la primavera, una scorsa nella Pannonia, perchè si sa che chiamò a Sirmio il celebre vescovo Osio [Athanasius, ad Solitar.], ritenendolo ivi come in esilio. Ma egli si truova poi anche in Milano nel suddetto ottobre, dove confermò, colla legge poco fa accennata, i privilegi della Chiesa romana. In questi tempi ancora affascinato più che mai dai vescovi ariani esso imperadore fece un'orribil persecuzione al santo vescovo d'Alessandria Atanasio, il quale fu forzato a fuggire e a nascondersi, con essersi intruso Giorgio ariano nella di lui sedia. Mandò ancora in esilio il celebre vescovo di Poitiers sant'Ilario con altri vescovi cattolici, benchè nel medesimo tempo mostrasse grande ardore in favor della religione cristiana, e pubblicasse editti contra chiunque sacrificava agl'idoli. Per quel che riguarda Giuliano Cesare, egli soggiornò per tutto il verno in Vienna, dove per la prima volta procedette console [Ammianus, lib. 16, cap. 1.], ed attese a raccogliere quante milizie potè, e a far preparamenti [Liban., Orat. IX et XII.] per uscire in campagna contro de' Barbari nemici, i quali, più fieri che mai, seguitavano a dare il sacco alle contrade gallicane. Assediarono essi appunto verso questi tempi la città di Autun, la quale, ancorchè poco fortificata, fu bravamente difesa dai soldati veterani che vi erano di presidio. Le diedero i nemici un dì la scalata, e furono rispinti con loro gran danno. A quella città pervenne Giuliano verso il fine di giugno, perchè gli antichi non solevano mettersi in campagna se non dopo il solstizio di state. Di là passò ad Auxerre, e poscia a Troia, e nel cammino si vide attorniato dai Barbari con forze superiori alle sue, ma gli riuscì di dissiparli con grande loro perdita. A Reims, dove i due generali Marcello ed Ursicino aveano avuto ordine di far la massa di tutte le milizie, si mise Giuliano alla testa dell'armata, e marciò dipoi verso l'Alsazia contra degli Alamanni, i quali, ancorchè avessero presa Argentina, Vormazia, Magonza ed altri luoghi di quel tratto, amavano piuttosto di abitare alla campagna, che di star chiusi nelle città [Liban., Orat. XII.]. Un corpo d'essi che assalì la di lui retroguardia, fu disfatto: dopo la qual picciola vittoria [Ammianus, lib. 16, cap. 3.], giacchè non compariva più ostacolo veruno, rivolse i passi verso la città di Colonia, ed, entratovi, attese a ristabilire quell'abbattuta città. Colla promessa ancora di un tanto di danaro per cadauna testa che i suoi portassero de' nemici, animò ciascuno a far con calore la guerra. Mentre quivi egli dimorava, vedendo i re dei Franchi che i Romani aveano alzata forte la fronte, proposero e conchiusero con Giuliano una tregua, che in questi tempi fu creduta molto utile ai di lui affari. Così è a noi descritta da Ammiano la prima campagna di Giuliano, che sembra stata gloriosa per lui, e pure, scrivendo egli stesso agli Ateniesi [Julian., Epist. ad Atheniens.], confessa che assai male procederono le cose sue in questo primo anno. Libanio [Liban., Orat. IX et XII.] aggiugne aver egli avuto da soffrir molto per la contrarietà de' suoi assistenti, i quali, in vece di secondare i di lui buoni disegni, parevano stargli al fianco solamente per contrariarli, a tenore degli ordini segreti che tenevano dal geloso Costanzo Augusto, quasichè tutta la sua autorità avesse da consistere in solamente lasciarsi vedere per quei paesi, ma senza far nulla: il qual dire ha cera di un'esagerazione maligna di quel sofista pagano. Parla Giuliano [Julian., Orat. III in fine.] dell'andata di Eusebia Augusta a Roma, mentre il consorte Costanzo facea guerra agli Alamanni con aver passato il Reno, e del grande onore a lei fatto dal senato e popolo romano, e dei donativi d'essa ai capi delle tribù e centurioni di esso popolo. Può essere che questo suo viaggio accadesse nell'anno presente. Ma noi nulla altro sappiamo della guerra suddetta contro gli Alamanni.