Benchè presso Marcellino conte e ne' Fasti fiorentini Opportuno sia chiamato questo console, pure negli altri Fasti e monumenti dell'antichità si trova appellato Importuno. Fu console di Occidente e vien creduto della famiglia Decia. In quest'anno ancora continuò Teoderico la guerra nella Gallia, con pensiero di abbattere Giselico, usurpatore del regno de' Visigoti, e di ricuperar tutto ciò ch'era stato occupato dai Franchi, e ch'egli pretendeva devoluto al suo dominio. Sotto a questo consolato scrive Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] che Mammo capitano dei Goti saccheggiò una parte della Gallia. Scuro è tutto il resto di quelle imprese, perchè niuna storia ci fa ben conoscere se continuasse o come continuasse la guerra contra dei Borgognoni. Racconta Procopio che i Franchi con tutto il loro sforzo assediarono Carcassona: perchè fama correa che in quella città fossero custoditi i tesori pervenuti alle mani del vecchio re Alarico nel sacco di Roma, e tra le altre cose si dicea che quivi si miravano i vasi preziosi del re Salomone, trasportati a Roma da Tito dopo la presa di Gerusalemme; ma che sopravvenendo il re Teoderico, coi Goti, i Franchi per paura sciolsero quell'assedio. Aggiugne appresso che Teoderico, dopo aver abbattuto Giselico, trasferì il regno de' Visigoti in Amalarico figliuolo di una sua figliuola, con divenirne egli tutore; e che preso seco tutto il tesoro ch'era in Carcassona, frettolosamente se ne ritornò a Ravenna. Ma, per quanto vedremo, non già ora, ma solamente alla sua morte, restituì Teoderico quel regno al nipote, e fece ivi da padrone, e non da tutore, finchè visse. Potrebbe essere succeduto in quest'anno l'assedio di Carcassona; ma, tra perchè gli storici antichi franzesi nulla parlano di questo, anzi ci rappresentano Clodoveo, dappoichè furono i suoi rispinti dall'assedio d'Arles, come principe che avesse deposto la lancia e lo scudo, e perchè Procopio si scopre poco informato di quegli affari troppo lontani dal suo paese: nulla di certo si può asserire di questo. Pare bensì che se non al precedente possa al presente anno appartenere ciò che scrive sant'Isidoro [Isidor., in Chron. Gothor.]: cioè che Gesalico, appellato Geselico da Procopio, il quale s'era fatto riconoscere re dei Visigoti, uomo quanto vile di nascita, altrettanto sprezzabile per la sua dappocaggine, trovandosi nella città di Narbona, quivi fu assediato da Gundobado re de' Borgognoni. La città fu presa e messa a sacco con grande strage dei suoi, ed egli con molto suo disonore fuggì, e andò a risiedere in Barcellona. Resta incerto se Gundobado fosse in tal congiuntura nimico o amico di Teoderico. Noi certo ritroviam da lì innanzi che il dominio d'esso Teoderico si stendeva di là dal Rodano. Abbiamo da Gregorio Turonense [Gregor. Turon., lib. 1, cap. 78, de Gloria Martyrum.], che Aram capitano del re Teoderico, residente in Arles, avendo conceputi dei sospetti contra dell'arciprete di Nimes, spedì a quella città i suoi sergenti per condurlo ad Arles; ma egli miracolosamente scappò la burrasca. Inoltre sappiamo, avere Teoderico scritto ad Iba od Ida duce (sarà lo stesso Ibba, ossia Ebbane, da noi veduto di sopra suo generale), con ordinargli [Cassiod., lib. 4, epist. 17.] di restituire alla chiesa di Narbona i suoi poderi, in esecuzione di quanto avea comandato il defunto re Alarico. Sicchè scorgiamo che Teoderico dall'Italia continuava per la Provenza, e per la provincia di Narbona e Carcassona, il suo dominio fino ai Pirenei: e in breve il mireremo anche passar oltre fino in Ispagna. L'insolenza praticata nel precedente anno da Anastasio Augusto, con avere inviata una flotta a saccheggiare le spiagge della Calabria, porge motivo di credere che Teoderico nel presente si accingesse anch'egli a fabbricare navi per avere un'armata navale atta ne' bisogni, non solo a fare resistenza, ma eziandio a dare battaglia a' nemici e a trasportare i grani. Scrisse egli perciò varie lettere [Idem, lib. 5 ep. 16 et seq.] ad Abondanzio prefetto del pretorio, ad Uvilia conte del patrimonio, a Gundinando ed Avilfo, ossia Ajulfo, sajoni, cioè ministri dei magistrati, con incaricare al primo di comperar legni, come cipressi e pini per tutta l'Italia, ad effetto di fabbricar mille dromoni, cioè navi lunghe e veloci da trasporto, così appellate con vocabolo greco. Ordina anche ad Uvilia e ad Ajulfo di far tagliare alberi lungo le rive del Po, sapendo che ve ne ha gran copia a proposito per la fabbrica dei dromoni: comandando ancora che si tenga libero il corso del Mincio, Oglio, Serchio, Tevere, ed Arno, con levarne le siepi poste dai pescatori. Nel medesimo tempo diede gli ordini per provvedere tutta la bisognevol copia di barcaruoli e marinari, acciocchè a dì 15 di giugno tutta la gran flotta fosse ben allestita nel porto di Ravenna. Vedesi ancora il ringraziamento da lui fatto al suddetto prefetto del pretorio per aver già messe insieme tante navi, e fa abbastanza intendere ch'esse erano legni grossi, e case da acqua, perchè cadauna portava molti remi, senza che si vedesse la faccia dei remiganti. Ma noi non sappiamo che Anastasio recasse altro insulto al reame di Teoderico, nè che tale armata di esso re operasse cosa alcuna con apparenza che si ristabilisse fra loro la pace. Accadde ancora in quest'anno che facendosi i giuochi circensi in Roma, spettacolo che per necessità, non per volontà, Teoderico e gli altri principi saggi permettevano al popolo romano, Importuno console e Teoderico, ossia Teodoro, patrizio, favorendo la fazione veneta [Cassiod., lib. 1, epist. 27 et seq.], aveano con gente armata fatto degl'insulti alla fazione prasina, che loro avea dette pubblicamente delle ingiurie. E volendo questi ultimi venire alla corte a richiamarsi del sofferto aggravio, per istrada erano stati assaliti con insidie, ed uno d'essi rimasto ucciso. Dispiacque forte a Teoderico il fatto; ed affinchè imparassero i potenti a rispettar gli inferiori, diede ordine che i delinquenti comparissero in giudizio davanti ad Agapito prefetto di Roma e a Celiano, per esser giudicata la loro azione. Scrisse inoltre al senato e popolo romano, acciocchè da lì innanzi non succedessero disordini ne' pubblici spettacoli, con intimar pene a chiunque osasse di strapazzar senatori. Per relazione poi di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], accadde nel presente anno un fiero incendio in Costantinopoli, che si stese per gran tratto della città.


DX

Anno diCristo DX. Indizione III.
Simmaco papa 13.
Anastasio imperadore 20.
Teoderico re 18.

Console

Anicio Manlio Severino Boezio, senza collega.

All'udire i nomi di questo nobilissimo conte, intendono tosto i letterati che si parla di Boezio, insigne scrittore di questi tempi, il quale nella sua prefazione ai predicamenti di Aristotele avvisa di aver faticato durante il suo consolato, mentre era imperadore Anastasio, intorno alla versione latina di quella e di altre opere di Aristotele, le quali cominciarono allora ad aver qualche voga fra i Latini. Era stato Boezio in sua gioventù alle scuole d'Atene, con aver quivi imparate le lettere greche, e talmente s'era affezionato alla suola d'Aristotele, che dipoi si studiò di far gustare la di lui dottrina agli altri Romani. A questo console il Panvinio [Panvin., in Fast. Cons.], il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e il Relando [Reland., Fast. Consul.] aggiungono Eutarico, fidati in una legge del codice Giustiniano [L. 10. C. de Haeretic.]. Ma, siccome osserva il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], s'è indebitamente intruso questo Eutarico nei Fasti moderni. Gli antichi solamente parlano di Boezio. Erasi, come fu detto di sopra, ritirato in Barcellona Gesalico, intruso nel trono de' Visigoti. Abbiamo dalla Cronichetta [Victor Turonensis, tom. 1 Canisii.] inserita nella Cronica di Vittor Tunonense, che in questo anno esso Gesalico uccise in Barcellona nel palazzo Erico, senza sapersi chi sia. Ma non passò l'anno che Elbane, ossia Ebbane, o Ibba, capitano del re Teoderico, cacciò fuori di Spagna il medesimo Gesalico, il quale si rifugiò in Africa presso Trasamondo re de' Vandali. Aggiugne lo stesso autore che in Barcellona il conte, ossia governatore ivi lasciato da Gesalico, restò anch'egli trucidato. In questa maniera venne Teoderico re d'Italia ed essere padrone di tutto quanto godeano i Visigoti in Ispagna, che era ben molto, e si stendeva dai Pirenei fino all'Oceano. Da una lettera di lui intendiamo, che egli, volendo provvedere di buone leggi e costumi le provincie coll'aiuto di Dio sottoposte al regno nostro, manda Ampelio e Liveria in Ispagna, con ispecificare tutti i doveri del loro ministero, per mettere in buono stato quelle contrade. Facendo noi dunque ora i conti alle signorie godute allora da Teoderico, troviamo lui dominante per tutta l'Italia e Sicilia. Al settentrione il vedremo signore della Dalmazia e del Norico, col continuare la giurisdizione sua per la Pannonia Sirmiense, comandando ad una bella porzione della moderna Ungheria, e fors'anche a tutta. Aggiungo ora che a lui erano sottoposte le due Rezie, e perciò le moderne contrade dei Grigioni, Trento e il Tirolo. Vedesi un ordine da lui dato [Cassiod., lib. 1, ep. 11.] a Servato duca della Rezie, siccome ancora presso di Cassiodoro la formola del ducato delle Rezie. Nè qui si fermava il suo dominio: passava anche nella Svevia, la quale, se pur era tutta di lui, abbracciava la città d'Augusta, Costanza, Tubinga, Ulma ed altre città. Abbiamo una lettera [Idem, lib. 4, ep. 49.] d'esso Teoderico, scritta a tutti i provinciali, capillati, difensori e curiali abitanti nella Svevia, in cui gli avvisa di spedire per governatore di quella provincia Fridibado. E in un'altra [Idem, lib. 5, ep. 15.] scritta a tutti i possessori di beni nella Svevia, dice di aver loro inviato Severino, perchè sollevi dai tributi chiunque si crede ingiustamente oppresso. Laonde se a queste signorie si giugne la Provenza col littorale continuato sino ai Pirenei, e la maggior e miglior parte delle Spagne venuta in suo potere, può ognun conoscere a qual potenza fosse salito il re Teoderico, e che l'Italia sotto il suo governo, felicissimo per altro e giusto, avea ripigliato non poco dell'antico suo splendore. L'anonimo Valesiano [Anonymus Vales.] scrive essere stata cotanta la riputazione di Teoderico, ed aver egli trattato così amorevolmente i popoli confinanti, che spontaneamente si sottoponevano al di lui dominio.

Il resto delle provincie dianzi signoreggiate dai Visigoti nelle Gallie con Tolosa, già capo del regno loro, pare che restasse in potere di Clodoveo re dei Franchi, col quale e con Gundobado re dei Borgognoni si dee credere che Teoderico non tardasse molto a stabilir accordo e pace. Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.] anch'egli scrive che vedendo Teoderico di non poter cacciar i Franchi dal paese conquistato dopo la vittoria riportata sopra il re Alarico, si contentò che il ritenessero in loro potere. Circa questi tempi il re Clodoveo, che non dovea per anche aver bene studiata la legge di Gesù Cristo, benchè ne avesse abbracciata la fede, ansante più che mai di dilatare il suo regno in qualunque maniera ch'egli potesse, senza mettersi pensiero se sempre con ragione e giustizia (costume che si può osservare in non pochi altri conquistatori), si pose in cuore di far sua la città di Colonia colle sue dipendenze, dove regnava Sigiberto re suo parente. Imperocchè i Franchi in addietro non erano tutti uniti sotto di un capo, mi si bene sotto vari duci, a' quali danno gli scrittori il titolo di re, perchè cadaun d'essi era indipendente dall'altro. Per testimonianza dunque di Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 1, cap. 40.] e di Fredegario, mandò segretamente a dire a Cloderico figliuolo d'esso Sigiberto: Tuo padre è divenuto molto vecchio e zoppo. S'egli morisse, tu coll'amicizia nostra acquisteresti il suo regno. Bastò questo all'iniquo figliuolo per far levar di vita il padre. Avvisato di ciò Clodoveo, e pregato di accettar parte del tesoro di Sigiberto, inviò persone a Colonia, che nel tempo stesso di dividere il tesoro, con un'accetta ammazzarono il parricida Cloderico. Susseguentemente Clodoveo, fingendosi innocente dell'un e dell'altro fatto, indusse quel popolo ad accettarlo per suo signore. È da maravigliarsi come Gregorio Turonense dopo ciò soggiunga, che Dio abbatteva tutto dì i nemici di Clodoveo, ed accresceva il regno di lui, perchè egli camminava con retto cuore davanti a Dio, ed operava quel solo che può piacer a Dio. A chiusi occhi dovette ben far questa riflessione il Turonense, quando pur egli stesso fa menzione di tante altre iniquità d'esso Clodoveo, effetti dell'insaziabil sua ambizione. Cararico, altro re de' Franchi, vien creduto che signoreggiasse verso l'Artesia e la Piccardia [Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 41.]. Clodoveo col pretesto che nella guerra, tanti anni prima fatta contra Siagrio romano, egli fosse stato neutrale, circumventum dolis cepit, cioè con insidiose frodi il prese, ed obbligò lui a farsi prete, e suo figliuolo a prendere il diaconato. E perciocchè se ne lamentavano, fece loro tagliar la testa, e s'impadronì del loro regno e tesoro. Un altro re dei Franchi per nome Ragenario, o Regnacario [Idem. ib.], era signore di Cambray, principe tutto dato alla lussuria. Clodoveo, dopo aver guadagnato Farrone di lui consigliere, e i suoi baroni con delle smaniglie e degli usberghi creduti d'oro da essi, ma solamente indorati, gli spinse addosso un esercito, ed ebbe in mano lui e Riciario suo fratello, ch'egli con ischerno uccise di sua mano. Levò ancora di vita Rignomere, che signoreggiava ne' Cenomani oggidì le Maine. Questi ed altri re e signorotti franchi, benchè tutti suoi parenti, tolse di mezzo Clodoveo; e dappoichè fu padrone de' loro regni e tesori, fu udito una volta dire con questo amaro scherzo: Sfortunato ch'io sono, essendo rimasto come un pellegrino fra la gente straniera, e niuno ho più de' parenti che in caso di qualche disavventura mi possa aiutare. Soggiugne il Turonense ch'egli ciò diceva, non perchè si condolesse della morte loro, ma per vedere se ne potesse trovar alcun altro per ammazzarlo. Credesi ancora che egli facesse guerra alla Bretagna minore, ed abbassasse la potenza di quel popolo e l'autorità dei loro re, come ho accennato di sopra.