Paolo e Muschiano.
Credesi che il primo di questi consoli sia orientale, e il secondo occidentale. E ciò par certo quanto a Paolo, perchè nell'Antologia greca si ha un epigramma, da cui ricaviamo che Proclo, figliuolo di Paolo, avea superato il padre nel numero dei consolati. Ma per conto di Muschiano, ossia Musciano, se ne potrebbe dubitare, trovandosi una lettera scritta nell'ottobre da papa Simmaco, colla data post consulatum Felicis. Qualora c'era console creato in Occidente, si soleva in Roma segnar l'anno col nome di lui. Per altro questi due consoli son personaggi noti solo nei Fasti ed ignoti nel resto della storia di questi tempi. Dopo la morte di Clodoveo, cessato il rispetto e riguardo che si avea per quel potente e bellicoso principe, e specialmente considerata la division degli stati ed interessi fra i suoi figliuoli, i Goti ruppero la pace coi Franchi, e loro levarono parte del paese occupato dopo la rotta data al re Alarico. Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 3 et 22.] è quel solo che attesta il fatto con dire: Gothi vero quum post Chlodovechi mortem multa de his, quae illi adquisiverat, pervasissent, ec. Lo stesso autore più sopra ci lascia intendere che essi Goti s'erano impadroniti della città di Rodes, e ne avevano per sospetti cacciato san Quinziano vescovo, che passò dipoi alla chiesa d'Auvergne per opera di Teoderico re, figliuolo di Clodoveo. Ma Teoderico re d'Italia, che più amava la pace che la guerra, e di conservare che d'accrescere le sue conquiste, dovette far cessare quel fuoco, giacchè troviamo che da lì innanzi egli lasciò in quiete i Franchi; ed all'incontro i Franchi non osarono in sua vita di turbare i di lui stati, perchè ne conoscevano ben la possanza e il valore. Sappiamo parimente ch'egli mantenne buona pace con Gundobado re de' Borgognoni. In somma la riverenza verso di questo principe, e il timore d'averlo nemico, tenne in freno tutti i re barbari, finch'egli visse e regnò, con essersi poi scatenati tutti dopo la morte di lui. Sempre più crescendo il mal talento di Anastasio imperadore contra del Cattolicismo, e studiandosi egli più che mai d'abolire il sacro concilio calcedonense, perchè alle di lui novità introdotte nell'inno Trisagio non volevano i Cattolici acconsentire, anzi s'opponevano con fermezza, per ordine suo, secondochè abbiamo da Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], ne furono molti uccisi. Questa crudeltà mise il popolo di Costantinopoli in furore, e si formò una terribil sedizione che abbattè le immagini e statue di lui, ammazzò varie persone, attaccò il fuoco a molte case, e dimandò per imperadore Ariobindo, marito di Giuliana figliuola del già imperador d'Occidente Olibrio, il quale se ne fuggì, affinchè non fosse creduto complice di questo attentato. Anastasio, essendo comparso nel circo senza diadema, con belle promesse e molti spergiuri placò l'infuriato popolo; ma poco stette a far peggio di prima, con aver soprattutto cacciato in esilio Flaviano patriarca cattolico d'Antiochia, e fatte altre novità descritte nella Storia ecclesiastica. Per attestato di Suida [Suidas, in Excerptis, tom. 1 Histor. Byz.], egli vendeva tutti i magistrati, e per danari assolveva qualunque delinquente che non fosse povero. L'avarizia sua fu cagione che restassero senza soldati le provincie, e però esposte a tutte le insolenze dei Barbari. Aggiugne Marcellino che nel presente anno fu introdotta la nazione degli Eruli nelle terre e città dei Romani, cioè dell'imperio greco, senza spiegare per ordine di chi e in favore di chi quella gente venisse. La lettera di Simmaco papa, mentovata di sopra, fu scritta in questi tempi ai cattolici dell'Illirico, della Dardania e di ambedue le Tracie. Avea il romano pontefice avuta contezza della persecuzione mossa dall'infellonito imperadore contra de' difensori della vera dottrina della Chiesa; e però con questa lettera fece loro coraggio, animandoli a sostenere ogni più acerbo trattamento per la fede ortodossa. Rapporta inoltre il cardinal Baronio un'altra lettera scritta ad esso papa Simmaco dalla chiesa orientale, in cui si vede la profezion di fede di que' vescovi, e le ragioni loro di non essere rigettati a cagion della memoria di Acacio già vescovo di Costantinopoli.
DXIII
| Anno di | Cristo DXIII. Indizione VI. |
| Simmaco papa 16. | |
| Anastasio imperadore 23. | |
| Teoderico re 21 e 3. |
Consoli
Probo e Clementino.
Secondo il padre Pagi, Clementino fu console orientale, e Probo occidentale, perchè della famiglia Anicia. Non abbiam chiara notizia di questo. Certo è che Probo è diverso dall'altro che fu console nell'anno 502. Nè sussiste che all'anno presente s'abbiano da rapportare due iscrizioni, riferite l'una dall'Aringhio e dal padre Sirmondo, e l'altra presso il Fleetwod, dove si legge PROBVS IVNIOR. Esse appartengono all'anno 523. Fu scritta nel presente anno una lettera da papa Simmaco [Concil. Labb. tom. 4.] ai vescovi delle Gallie intorno alla divisione della Provenza tra le chiese di Arles e di Vienna. E perciocchè da essa apparisce che san Cesario, vescovo di Arles, si trovava in quei tempi in Roma, perciò a quest'anno, e non già all'anno 508, come fu di avviso il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], si dee riferire ciò che scrive di quel santo vescovo nella Vita di lui Cipriano [Cyprian., in Vita S. Caesarii apud Mabillon tom. 1 Act. Sanct.]. Facilmente nascono ed allignano in tempi torbidi di guerra i sospetti. Fu accusato da qualche maligno san Cesario agli uffiziali di Teoderico re d'Italia, signoreggiante in Arles, quasi ch'egli tenesse corrispondenza coi Franchi, o meditasse tradimenti. Fu perciò sotto buona guardia condotto fino a Ravenna e presentato al re Teoderico, il quale, riverentemente alzandosi in piedi, e cavatasi di capo la berretta, con tutta cortesia l'accolse. Fattegli poi placidamente molte interrogazioni intorno ai suoi Goti e al popolo d'Arles, e ben guatato il venerabile aspetto e la sua intrepidezza, cagionata dalla buona coscienza, il licenziò contento di lui. Giunto all'albergo, eccoti un messo di Teoderico che gli porta in dono un piatto d'argento pesante circa sessanta libbre, con sopra trecento soldi, equivalenti in circa agli scudi d'oro degli ultimi secoli. Fece il buon santo vendere quel piatto con impiegarne successivamente il prezzo in riscattare dei prigionieri: il che risaputo dal re e dalla corte tutta, si raddoppiò la stima e l'ammirazione della virtù di san Cesario. Passò egli dipoi a Roma per visitar papa Simmaco e i senatori, e dopo aver ottenuta la conferma della dignità di metropolitano, e un uso speziale del pallio, e il privilegio ai suoi diaconi di portar le dalmatiche nella stessa guisa che portavano allora i diaconi della Chiesa romana, gloriosamente se ne ritornò ad Arles alla sua residenza. Continuarono intanto, anzi andarono crescendo nelle chiese di Oriente le rivoluzioni pel favore dato da Anastasio Augusto agli eretici, e spezialmente fu in quest'anno mandato in esilio Elia vescovo di Gerusalemme: intorno a che si possono consultar gli Annali ecclesiastici. Godevano in questo mentre una buona pace le chiese e i popoli dell'Italia, Gallia e Spagna, per la saggia condotta e pel buon governo del re Teoderico, il quale, oltre al non mettere mano negli affari spettanti alla religione dei suoi popoli, rispettava, sebbene ariano di credenza, i papi e tutti i vescovi e sacri ministri del cattolicismo.