Credesi che Antemio fosse console orientale e Fiorenzo occidentale. Non aveva il re Teoderico figliuolo maschio alcuno, a cui potesse tramandare la corona del suo regno. Un'unica figliuola del matrimonio di Audefelda sorella di Clodoveo re de' Franchi, per nome Amalasunta, gli restava; e giacchè questa dovea essere l'erede sua, cominciò per tempo a pensare in chi si avesse da collocare questo prezioso pegno. La famiglia Amala fra i Goti era considerata la più nobile delle altre; da questa era uscito Teoderico stesso; e da questa pur discendea Eutarico soprannominato Cillica. Lui dunque elesse Teoderico per suo genero, e nel presente anno seguirono le nozze con Amalasunta. Credette intanto il pontefice Ormisda che Anastasio imperadore daddovero si fosse applicato a trattar di pace ed unità della Chiesa, e fosse per dar mano alla celebrazione del concilio destinato ad Eraclea; e però inviò a Costantinopoli i suoi legati. Furono questi Ennodio (scorrettamente chiamato Evodio da Teofane) celebre scrittore di questi tempi, già divenuto vescovo di Pavia; Fortunato vescovo (forse di Todi), Venanzio prete e Vitaliano diacono. Andarono i legati, seco portando le istruzioni della Sede apostolica, riferite dal cardinal Baronio; furono ben accolti da Anastasio, ma si trovarono in fine delusi delle loro speranze. Anastasio altro in mente non avea che di calmare i moti del popolo di Costantinopoli, e di far deporre l'armi a Vitaliano scita che si protestava difensor della Chiesa e della vera dottrina. Perchè i legati pretendeano che si abolisse la memoria d'Acacio, che era tuttavia cara ai Costantinopolitani, si servì Anastasio di questa lor pretensione per iscreditar essi presso il popolo, e nel medesimo tempo per guadagnare in favor suo il popolo stesso. Abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.] che Ormisda fu sollecitato alla spedizione de' suddetti legati anche per parte del re Teoderico e di Vitaliano: segno che Teoderico ne doveva avere ricevuti gl'impulsi o da Anastasio Augusto o da Vitaliano, col quale probabilmente egli manteneva buona intelligenza per tener basso l'imperadore dopo l'insulto fatto alle spiaggie d'Italia nell'anno 508. Terminò i suoi giorni nel corrente anno, per testimonianza di Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.], Arianna imperadrice, malcontenta d'aver preso per marito e creato imperadore chi era poi divenuto persecutor della Chiesa. Non merita essa il brutto epitafio che le fece il cardinal Baronio, dacchè sappiamo che anch'ella detestava la condotta dell'eretico consorte. Dal medesimo Marcellino e da Teofane intendiamo che gli Unni, cioè i Tartari, fecero varie scorrerie in questo anno, e barbaramente saccheggiarono l'Armenia, la Cappadocia, la Galazia e il Ponto: siccome ancora essere riuscito a Secondino ossia Secondiano, di riavere libero dalle mani di Vitaliano il suo figliuolo Ipazio, con pagargli una gran somma d'oro pel suo riscatto. Per altro, continuando lo stesso Vitaliano conte più che mai la guerra contra di Anastasio, tornò questi ad inviargli de' senatori con ricchi regali per trattar di pace, e il dichiarò generale dell'armi cesaree per la Tracia.


DXVI

Anno diCristo DXVI. Indizione IX.
Ormisda papa 3.
Anastasio imperadore 26.
Teoderico re 24 e 6.

Console

Pietro senza collega.

Fu questo console creato in Occidente. Per maggiormente ingannare i Cattolici, mandò in quest'anno Anastasio imperadore due suoi ambasciatori a papa Ormisda, ed insieme una professione di fede, in cui a riserva, del non acconsentire alla riprovazion d'Acacio, egli si mostrò attaccatissimo alla vera dottrina della Chiesa. Inganni furono tutti questi. Di tali artifizii si servì l'astuto Augusto per tirar dalla sua i popoli sollevati, e dappoichè ebbe ottenuto il suo intento, e con ciò indebolita la fazione di Vitaliano conte, gli tolse il generalato accordatogli nell'anno precedente, e lo diede a Rufino. Vitaliano, per attestato di Niceforo [Niceph. Callistus, lib. 16, cap. 18.], si ritirò a casa sua, con attendere dipoi a menare una vita tranquilla. Maggiormente però crebbero i disordini della Chiesa in Oriente, con trovarsi nulladimeno assaissimi che sostenevano il partito cattolico, e mantenevano l'unione con papa Ormisda, pontefice che, adempiendo le parti del sacro suo ministero, non tralasciava diligenza veruna per provvedere ai bisogni del Cattolicismo in varii luoghi afflitto. Intanto il re Teoderico, godendo e facendo godere ai suoi popoli i frutti d'una invidiabil pace, attendeva a far delle sontuose fabbriche, e a ristaurare le mura delle città. Racconta l'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.] ch'egli perfezionò in Ravenna il palazzo regale, tuttochè non arrivasse a dedicarlo, come si costumava allora, con gran solennità. Fece ancora dei portici intorno al palazzo. Abbiamo parimente dall'autore della Vita di santo Ilaro [Vita. S. Hilarii, in Actis Sanct., ad diem 5 maji.], fondatore del monistero della Gelata alle radici dell'Apennino nella Romagna verso la terra di Civitella, che Teoderico fabbricò un palazzo in que' contorni presso il fiume Bedente, per godere dell'aria pura della montagna. In Verona fece fabbricar le terme, ossia il bagno, e un magnifico palazzo, e un portico continuato da una porta della città fino al medesimo palazzo. Fece anche rifare in essa città l'acquedotto, che da gran tempo era distrutto, e v'introdusse l'acqua. Circondò similmente di nuove mura quella città, ampliandola, per quanto si può conghietturare. In Ticino, ossia in Pavia, fabbricò un palazzo, le terme, l'anfiteatro ed altre mura. Simili benefizii compartì ad altre città. Attese del pari a far fiorire la mercatura e il commercio, e venivano allegramente in Italia i mercatanti stranieri a trafficare. Tale era l'esattezza e buona regola del suo governo, che si potea tenere alla campagna oro ed argento colla stessa sicurezza che fra le mura della città. Scrive inoltre il suddetto autore, essere allora stato in uso per tutta l'Italia che non si chiudevano le porte delle città, di maniera che in qualunque ora che si volesse, di dì e di notte, potevano i cittadini andare e venire, ed attendere ai loro interessi, senza timore dei malviventi. Giunse a' tempi di questo principe ad essere sì grande l'abbondanza, che per un soldo, ossia scudo d'oro, si avevano sessanta moggia di frumento (doveva essere allora il moggio ben diverso dal nostro) e trenta anfore di vino per un soldo. L'anfora conteneva in que' tempi tre moggia. Tale era il governo del re Teoderico, quantunque egli non sapesse nè leggere nè scrivere, in guisa che, affine di poter sottoscrivere le lettere e i memoriali, usava una lamina d'oro, che forata conteneva le quattro prime lettere del suo nome, cioè THEOD., e messa questa sopra la carta, egli colla penna condotta per que' fori scriveva così abbreviato il suo nome. Altrettanto racconta Procopio [Procop., in Hist. Arcan.] che fu praticato da Giustino imperadore, successor d'Anastasio e principe senza lettere.


DXVII

Anno diCristo DXVII. Indizione X.
Ormisda papa 4.
Anastasio imperadore 27.
Teoderico re 25 e 7.