Consoli
Flavio Anastasio ed Agapito.
Fu d'opinione il cardinal Baronio che questo Flavio Anastasio, console orientale nell'anno presente, fosse il medesimo Anastasio imperadore, e però il chiamò console per la quarta volta. Così ancora han tenuto altri. Ma prima d'ora hanno osservato il Du-Cange [Du-Cange, Famil. Byzant.], il cardinal Noris [Noris, Ep. Consol.] e il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], non sussistere punto che Anastasio Augusto abbia preso il quarto consolato. Gli antichi Fasti e le iscrizioni ci fan conoscere, essere stato persona privata questo console; ed in fatti egli fu nipote o pronipote dell'imperadore, come osservò il suddetto Du-Cange. Però è da stupire come Pietro Relando [Reland., in Fast.] ultimamente ne' suoi Fasti seguitasse a spacciare per console di quest'anno l'imperadore stesso. Agapito console occidentale si trova intitolato prefetto del pretorio nelle lettere di Cassiodoro, e presso Ennodio ha il titolo di patrizio. Terminò il corso di sua vita, secondochè pretende il padre Pagi, in quest'anno, o pure nel precedente, come ha Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.], Gundobado, re de' Borgognoni, il cui regno fu di grande estensione nella Gallia, perchè abbracciava la Borgogna moderna, la Savoia, il Delfinato, il Lionese, l'Avignonese ed altri paesi di quei contorni. Morì nella credenza ariana, dalla quale, per quante diligenze usasse sant'Avito vescovo di Vienna, egli non giunse mai a staccarsi per paura della sua nazione infetta de' medesimi errori. A lui attribuisce Agobardo arcivescovo di Lione la legge che autenticava l'abuso dei duelli, contra del quale scrisse un opuscolo lo stesso Agobardo, come disopra accennammo. Lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè Sigismondo e Gundomaro. Ma il solo Sigismondo, che fu poi riguardato come re santo, ebbe il titolo regio e il governo di que' popoli. Caratene sua madre, principessa cattolica e di rara pietà, l'aveva allevato nella sua religione; il perchè imbevuto di questo latte, e coi buoni esempii della madre, arrivò poi a risplendere per molte virtù. Lo stesso Mario storico scrive che nell'anno 515 egli fabbricò il monistero agaunense, oggidì di San Maurizio, nelle contrade de' Valesi, cioè uno de' monisteri più celebri di quel tempo, quantunque si pretenda dagli eruditi che san Sigismondo solamente il rifabbricasse, perchè fondato molto prima. Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 5.] scrive che tal fabbrica fu fatta dappoichè egli succedette nel regno al padre, e però non già nell'anno 515, ma dopo il presente. Quantunque fosse riuscita infruttuosa la spedizione dei legati pontificii a Costantinopoli, ed eglino fossero ritornati a Roma per significare a papa Ormisda lo stato infelice delle chiese d'Oriente, senza speranza di profitto, a cagione dell'empio imperadore che fomentava le eresie e della memoria di Acacio, ad abolir la quale non si sapevano indurre varii popoli, e massimamente quello di Costantinopoli: tuttavia il romano pontefice non rallentò le sue premure e diligenze per la causa di Dio. Scrisse pertanto varie lettere in quest'anno ad Anastasio Augusto, ai vescovi orientali e ad altre persone; ed inoltre tornò a spedire a Costantinopoli per suoi legati il medesimo Ennodio vescovo di Pavia, che vi era stato prima, e Pellegrino vescovo di Miseno, con dar loro nuove istruzioni, sperando pure di battere tanto il chiodo, che l'animo di Anastasio si movesse a dar fine a sì perniciosa division delle chiese [Anastas. Bibl., in Vit. Hormisdae.]. Andarono i legati, ma in vece di convertire l'empio Augusto, tentò egli di pervertire i medesimi coll'esibizione di regali. Trovata in loro la costanza che conveniva a sacri ministri e legati della santa Sede, andò nelle furie, ed ordinò che s'imbarcassero e fossero condotti in Italia, senza che potessero avere ingresso in alcuna città. Abbiamo tali notizie da Anastasio bibliotecario; e sappiamo da altri storici che per questa ostinazione di Anastasio Augusto insolentirono sempre più gli eretici, ed incrudelirono ancora contra de' cattolici, fra' quali trecento cinquanta monaci maroniti nella Siria furono trucidati, perchè difendevano il concilio calcedonese, degni perciò di aver luogo nel Martirologio romano, siccome veri martiri della Chiesa di Dio. Cominciarono circa questi tempi, per attestato di Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 5.], a farsi sentire nella Gallia i corsari danesi, popoli pagani del Baltico, de' quali ne' secoli susseguenti s'andrà udendo frequente e sempre funesta menzione. Teodeberto, figliuolo di Teoderico re de' Franchi, con una forte armata navale gli assalì, gli sconfisse, uccise Clochilarco loro re, e ritolse a' medesimi il bottino che asportavano dalle spiagge della Gallia.
DXVIII
| Anno di | Cristo DXVIII. Indizione XI. |
| Ormisda papa 5. | |
| Giustino imperadore 1. | |
| Teoderico re 26 e 8. |
Console
Magno senza collega.
Già è deciso presso gli eruditi che questo solo console, creato in Oriente, diede il suo nome ai Fasti nell'anno presente, e che non ebbe per collega nè Fiorenzo, come pensarono il Panvinio [Panvin., in Fast. Cons.] e il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], nè Agapito per la seconda volta, come ha la Cronica di Vittor Turonense [Victor Turonensis, in Chron.]. In Roma questo anno fu segnato colla formula di post consulatum Agapiti, come apparisce da una lettera di papa Ormisda e da un'iscrizione ch'io ho rapportata altrove [Thes. Nov. Inscript., pag. 418.]. Non permise Dio che più lungamente durasse l'empietà e la vita di Anastasio imperadore. Abbiamo da Evagrio [Evagr., lib. 3, cap. ult. Hist.], da Teofane [Theoph., in Chron.], da Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.], da Cedreno [Cedren., in Annal.] e da altri storici, ch'egli nel dì 9 di luglio da una morte improvvisa fu colto, e in tempo che s'era tornato a commuover contra di lui il popolo, ed egli studiava le maniere di difendersi dalle insidie che andava sospettando dappertutto. Se vogliam credere a Zonara [Zonar., in Histor.] e Cedreno, autori ben lontani da que' tempi, e mercatanti talora di favole, Anastasio fece morir molti per tali sospetti negli ultimi dì di sua vita, e corsero rischio di perdere in tale occasione la testa anche Giustino e Giustiniano, che furono suoi successori, s'egli non fosse stato atterrito in sogno da un uomo terribile, che gli disse: Lasciali stare. Così finì di vivere Anastasio, con lasciare dopo di sè una memoria infausta del suo nome, ed essere riguardato come eretico e protettore degli eretici, e persecutore della Chiesa di Dio. Molti erano i nipoti e pronipoti di questo imperadore; grande era la loro potenza e ricchezza; contuttociò l'odio e l'avversione ch'egli s'era guadagnato con tanta empietà e crudeltà ridondò sopra tutti i parenti, in guisa che ognun di essi restò escluso dal trono imperiale. L'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.] specialmente nomina tre suoi nipoti, cioè Pompeo, Probo ed Ipazio, ciascun de' quali egli desiderava per suo successore. Ma vivente ancora Anastasio (soggiugne quello scrittore, a cui in questo non siamo obbligati a prestar fede) egli s'avvide che a niuno toccherebbe l'imperio, e conobbe poi in sogno che era riserbato il trono per Giustino. In fatti dopo la di lui morte per elezione del senato fu conferita la dignità imperiale a Giustino, nato, per testimonianza di Procopio [Procop., in Hist. Arcan., cap. 6.], in Bederiana, città situata ne' confini dell'Illirico e della Tracia, e però chiamato da alcuni scrittori Trace, e da altri Illiriciano. Bassissimi furono i suoi natali e da semplice soldato cominciò il corso della fortuna, e salendo per varii gradi giunse ad essere senatore e prefetto del pretorio. Evagrio scrive [Evagr., lib. 4, cap. 2.] che con frode egli salì, e con danari si studiò che i soldati pretoriani il dichiarassero imperadore. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] narra che egli fu eletto del senato. Protestò nondimeno esso Giustino in una lettera scritta in quest'anno nel dì primo d'agosto a papa Ormisda, d'essere stato alzato contra sua volontà a dignità sì eccelsa; e così doveva egli scrivere, ancorchè fosse vero il racconto di Evagrio. Varie in somma furono le opinioni degli antichi intorno a ciò; ma poco importa in fine il saperne la verità.
Quel che è certo, non intervenne tumulto o forza nell'elezion di Giustino. Se crediamo a Procopio, scrittore che sparge veleno sopra tutto ciò che riguarda Giustiniano Augusto, figliuolo di una sorella di questo imperadore, allorchè Giustino salì sul trono imperiale, si trovava in età decrepita, ruvido di costumi, stolido, ed inoltre (cosa non mai avvenuta in addietro nell'imperio romano) non conosceva lettere, e neppure sapeva scrivere il suo nome. Tuttavia grande fu sempre la sua pietà e ben regolati i suoi costumi, e perciò degno che Dio l'innalzasse per bene della religione cattolica al grado imperiale. Non ho finora saputo intendere, se non è un errore di stampa, perchè l'accuratissimo padre Pagi [Pagius, Crit. Baron., ad ann. 518, n. 3.] scrivesse che Giustino vien chiamato Anicio da Prudenzio nel libro primo contro Simmaco. Se Prudenzio nacque nell'anno di Cristo 348, come mai può essere ch'egli parli di Giustino eletto imperadore nell'anno 518? Aveva egli per moglie Lupicina, barbara di nazione, e già sua schiava e concubina. Mutatole il nome, fece chiamarla Elia Marcia Eufemia, e dichiarolla imperadrice Augusta. Teofane scrive [Theoph., in Chronogr.], essere stato il popolo che le diede il nome d'Eufemia. La prima azione di questo novello Augusto fu quella di nettare il palazzo da que' malvagi eunuchi e ministri che, cooperando colla crudeltà ed empietà d'Anastasio, e favorendo i manichei, aveano commesse tante iniquità, colle morti specialmente e con gli esilii di tanti cattolici. Un d'essi fu Amanzio eunuco mastro di camera del defunto Augusto [Marcell. Comes, in Chron.], un altro Teocrito, che avea fatto di gran maneggi e speso molto oro per ottenere lo imperio. A costoro non fu permesso di vivere più lungamente. Il popolo stesso dimandò la loro rovina. Altri lor compagni altro gastigo non ebbero che quello dell'esilio. Non tardò il pio imperadore Giustino a richiamare quanti vescovi cattolici erano stati banditi sotto il regno di Anastasio, e a far loro restituire le chiese. E perciocchè aveva conceputa una grande stima del valore e della pietà di Vitaliano conte, cioè di quell'uffiziale scita che negli anni addietro avea prese l'armi in favore della religion cattolica, il chiamò alla corte, e, secondochè abbiamo da Marcellino conte e da Teofane, non passarono sette giorni, che il dichiarò generale delle milizie. Prese ancora per questore Proclo, e se ne servì come della mano diritta, governandosi co' suoi consigli. Procopio scrive che questo Proclo ebbe assaissima autorità, e faceva tutto ad arbitrio suo. Ma noi sappiamo da Suida [Suidas, in Excerpt. tom. 1 Hist. Byz.] ch'egli fu uomo giusto, disinteressato, che non ammetteva regali, nè scrisse mai legge alcuna a sproposito, nè permise che si mutassero i vecchi regolamenti. Così Giustino verificò l'assioma de' politici: Che un principe debole con ottimi ministri può uguagliare nel buon governo i migliori. Ma specialmente Giustino fece risplendere il suo zelo per la religion cattolica, con aver tosto pubblicato un editto [Cyrillus, in Vit. S. Sabae.], in cui confermò il sinodo calcedonese, e promosse la celebrazion di varii concilii, per deprimere gli eretici, giunti a troppo insolentire sotto di Anastasio. Il popolo stesso di Costantinopoli con pubbliche grida richiese che si condannassero gli eretici eutichiani; e Giovanni patriarca di quella città tenne un concilio, in cui fu scomunicato e deposto Severo vescovo intruso di Antiochia, riposti ne' sacri dittici i nomi di san Leone papa e di Eufemio e Macedonio vescovi cattolici di Costantinopoli, morti in esilio. Altri concilii per questo furono tenuti in Gerusalemme e in Tiro, dei quali si parla negli Annali ecclesiastici.