Teofane [Theoph., in Chronogr.] abbastanza ci fa conoscere che questo console fu creato in Occidente. Perchè in questi tempi era cessata la buona armonia fra Giustino Augusto e il re Teoderico, perciò non si dovette creare o mentovare in Italia console alcuno in Oriente. Era Olibrio della famiglia Anicia, nè in alcuno dei Fasti o de' monumenti antichi egli è chiamato juniore, come han voluto chiamarlo il Panvinio [Panvin., in Fast. Consul.] e il Relando [Reland., in Fast.]. Fra i patimenti e le miserie della prigione mancò di vita in quest'anno nella città di Ravenna papa Giovanni, credesi nel dì 18 di maggio. Anastasio bibliotecario [Anast. Biblioth., in Johanne I.] scrive che il sacro suo corpo fu trasferito a Roma, e posto nella basilica di san Pietro. Egli merita più fede che Agnello [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., Part. 1, tom. 2 Rer. Ital.], il quale cel rappresenta seppellito a Ravenna in un'arca di marmo. Meritò questo pontefice d'esser annoverato fra i martiri della Chiesa di Dio. Ma l'empio Teoderico, non più quello che sì saggiamente e pacificamente aveva in addietro governato il regno d'Italia, divenuto ormai odioso presso tutti i buoni a cagion di tali crudeltà, tardò pochi mesi a provar l'ira e i gastighi di Dio. Per quanto scrive l'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.], e lo conferma anche Agnello, egli era dietro a cacciar dalle loro chiese i sacerdoti cattolici, per darle agli ariani; e già Simmaco scolastico (cioè uomo eloquente ed avvocato) giudeo, a dì 26 di agosto ne avea steso il decreto, da eseguirsi nel dì 30 d'esso mese. Ma colto Teoderico da un flusso micidiale di ventre, in termine di tre giorni, e nel dì stesso destinato all'occupazion delle chiese cattoliche, perdè la vita e il regno. Fama correva, per quanto abbiam da Procopio [Procop., de Bell. Goth.], che portatogli in tavola il capo di un pesce di non ordinaria grandezza, gli parve di mirar quella di Simmaco ucciso, che coi denti e con gli occhi torvi il minacciasse. A questo fantasma tenne dietro la febbre, durante la quale, detestando il misfatto commesso nella morte d'esso Simmaco e di Boezio, senza aver dato tempo da esaminare, se erano innocenti o rei, finalmente se ne morì. Principe, che, qualora avesse saputo guardarsi da questi ultimi eccessi, avrebbe, tuttochè Barbaro di nazione, ed eretico ariano di credenza, uguagliato colle sue azioni e virtù politiche la gloria de' più accreditati re ed imperadori. Aveva esso Teoderico in sua vita preparato in Ravenna il suo sepolcro tutto di marmo, opera di maravigliosa grandezza (dice l'Anonimo Valesiano), con avere cercato una pietra di straordinaria mole che lo coprisse. Agnello scrive ch'egli fu seppellito in un mausoleo fatto da lui fabbricare fuori della porta di Artemetore, e chiamato a' suoi dì (cioè circa l'anno 830) il Faro, dov'era il monistero di Santa Maria, soprannominato alla memoria del re Teoderico. Ma stimava esso Agnello, ed è ben verisimile, trattandosi di un eretico, che l'ossa di lui fossero state cacciate fuori del sepolcro, perchè si vedeva davanti alla porte del monistero la maravigliosa urna di porfido, in cui esse una volta erano state riposte. Aggiugne inoltre, che nel palazzo da lui fabbricato in Pavia si mirava l'immagine del medesimo Teoderico a cavallo, composta di musaico. Una somigliante, anch'essa di musaico, esisteva nel palazzo edificato da lui in Ravenna, in cui esso re veniva rappresentato coll'armatura in dosso, con una lancia nella destra, lo scudo nella sinistra. In vicinanza stava in piedi Roma colla celata in capo e un'asta in mano; e dall'altra parte Ravenna, che teneva il piè destro sopra il mare e il sinistro sopra la terra, in atto di andare verso il re. Per alcuni secoli si mirò ancora in Ravenna una colonna a guisa di piramide quadrangolare, sopra cui era la statua di Teoderico a cavallo tutta di bronzo indorato, con lo scudo nel braccio sinistro e colla lancia nella mano destra. Correa nondimeno voce che tale statua fosse stata fatta in onore di Zenone imperadore, e che Teoderico vi avesse fatto mettere il suo nome. Ma (seguita a dire Agnello) trentotto anni sono che Carlo re de' Franchi essendo stato coronato imperadore da Leone III papa, nel tornare ch'egli faceva in Francia, passò per Ravenna, e cadutagli sotto gli occhi sì bella statua, una simile a cui in vaghezza confessò di non averne mai veduta, fattala portare in Francia, la ripose in Aquisgrana. Altre fabbriche e memorie lasciate dal re Teoderico o per ornamento o per difesa della città, ovvero per utilità del pubblico, si possono raccogliere dalle lettere di Cassiodoro.

Giacchè Eutarico, marito di Amalasunta sua figliuola, preso da lui per figliuolo e destinato ad essergli successore nel regno, era premorto a Teoderico, secondochè abbiamo da Giordano storico [Jordan., de Reb. Get., cap. 59.], prima di morire dichiarò suo erede Atalarico, nato da essa Amalasunta, con fargli prestare il giuramento dai magnati della corte e dagli uffiziali della milizia. Ad essi poi rivolto, raccomandò loro di onorare il re novello suo nipote, di amare il senato e popolo romano, e di studiare, per quanto poteano, di placare e di avere per amico l'imperadore d'Oriente: consiglio ben osservato da Atalarico e da sua madre, in guisa che, durante lo spazio di otto anni che esso re tenne il regno, goderono essi e l'Italia un'invidiabil pace. Aveva il re Teoderico, finchè visse, governato dispoticamente anche la parte della Gallia, che egli avea conquistata, siccome ancora tutte quelle provincie della Spagna che erano state sotto il dominio di Alarico ultimo re dei Visigoti. Mandava colà i suoi uffiziali e soldati, per attestato di Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.], ed esigeva i tributi. Ma per far conoscere ai Visigoti come non per interesse egli signoreggiava sopra di essi, impiegava poi tutti i tributi in tanti donativi ch'egli annualmente faceva, non meno alle milizie de' suoi Ostrogoti, da lui mantenuti in quelle parti, che a quelle de' Visigoti stessi; di maniera che sotto di lui stette sempre quieto e contento l'uno e l'altro popolo in quelle parti, e per varii matrimonii maggiormente coloro si unirono insieme d'affetto. Intanto era allevato in Ispagna il fanciullo Amalarico figliuolo del suddetto re Alarico e di una figliuola di Teoderico; ed avendo esso re Teoderico inviato colà Teode di nazione Ostrogoto per generale delle sue truppe, il dichiarò anche tutore del medesimo Amalarico suo nipote. Costui col tempo prese per moglie, non già una donna di nazione gota, ma bensì una spagnuola, ricchissima di roba e di stabili nel suo paese; col quale aiuto egli incominciò a tenere al suo soldo e per sua guardia duemila soldati, e a farla piuttosto da re che da ministro. Il saggio re Teoderico, ben considerando gli andamenti di costui, avrebbe volentieri adoperata la forza per metterlo in dovere; ma per timore che i Visigoti facessero delle novità, e che i Franchi profittassero di quella divisione, andava dissimulando tutto, e solamente s'appoggiò al partito di far suggerire destramente a Teode, che sarebbe stato di profitto per lui e di gran piacere al re Teoderico, s'egli passasse a Ravenna per salutare esso re. L'accorto Teode continuò bensì ad eseguire puntualmente gli altri ordini che venivano da Teoderico, nè mai tralasciò di pagargli i tributi annuali; ma non s'indusse giammai ad intraprender un sì lungo viaggio. Ora Teoderico, veggendosi vicino alla morte, dichiarò suo successore in Ispagna, ma non già nella Gallia, il nipote Amalarico, il quale cominciò in quest'anno a contar gli anni del suo regno fra i Visigoti. Sant'Isidoro [Isidor., in Chron. Goth.] scrive che Teoderico tenne per anni quindici il regno di Spagna, quod superstiti Amalarico nepoti suo reliquit. Però le note cronologiche del concilio secondo di Toledo [Aguirre, Concilior. Hispan., tom. 2, pag. 265.], che si dice tenuto anno V regni domini nostri Amalarici regis, aera DLXV, cioè nell'anno seguente 527, giustamente si possono credere corrotte, e doversi ivi iscrivere anno I, o pure aera DLXXI. Succedette in questo anno uno de' più terribili tremuoti che mai si udisse, perchè continuato per molti mesi, per le cui scosse restò atterrata quasi tutta la città nobilissima di Antiochia, la quale dinanzi ancora avea patito dei fierissimi continuati incendii. Fra innumerabili altri restò sotto le rovine oppresso Eufrasio patriarca di quella città, ch'ebbe poi per successore Efrem. Il piissimo imperador Giustino, per attestato di Teofane [Theoph., in Chron.], udite queste nuove, deposta la porpora e il diadema, passò alcuni giorni col cilicio in lutto e in gemiti, e da buon principe spedì tosto uffiziali con immense somme d'oro per salvare chi restava in vita, e per rimettere in piedi la smantellata città. Portata intanto a Roma la nuova della morte di Giovanni papa, radunossi il clero per eleggere il successore; ma insorsero dissensioni tra gli elettori: accidente non forestiere in somiglianti occasioni. Era tuttavia vivo il re Teoderico; e, ossia che egli volesse prevenire un nuovo scisma, o pure, come pensa il cardinal Baronio, che egli intendesse d'ingerirsi, come avea anche preteso il re Odoacre, nell'elezione de' romani pontefici, scrisse al senato di Roma con proporre per papa Felice figliuolo di Castorio, persona di sperimentata virtù. Venne in questo mentre a morte Teoderico, e ciò non ostante eletto dal clero e dal popolo il suddetto Felice, quietamente fu consecrato; e leggesi una lettera del re Atalarico al senato romano [Cassiod., lib. 8, ep. 15.], in cui si congratula, perchè nell'elezion del pontefice si sieno conformati all'intenzion dell'avolo suo, tutta rivolta al pubblico bene, con aver proposto un personaggio degno del sommo sacerdozio. Si lamenta, e con ragione, il cardinal Baronio di quest'atto di Teoderico, perchè servì di esempio agl'imperadori greci, franchi e tedeschi, per pretendere di aver mano nell'elezione dei sommi pontefici, stata in addietro sempre libera, anche sotto gli Augusti pagani. E tanto più se ne dovea dolere, perchè dalla lettera di Atalarico abbastanza si ricava che l'atto di Teoderico ariano fu un comandamento, e ch'egli volle essere ubbidito: usurpazione senza fallo dei diritti della Chiesa di Dio, che nondimeno passò in uso od abuso presso dei susseguenti imperadori, benchè cattolici. Era, siccome è detto di sopra, il nuovo re Atalarico fanciullo, appena giunto all'età di dieci anni: però assunse il governo del regno Amalasunta sua madre, donna di molto senno, con tenere anche essa per suo secretario Cassiodoro, personaggio riguardevolissimo di que' tempi, e con pubblicar tutti gli editti, e fare ogni altra risoluzione sotto nome del medesimo Atalarico. Le prime funzioni furono di significare al senato e popolo di Roma, ai Romani e Goti abitanti in Italia e nella Dalmazia, a Liberio prefetto delle Gallie ed ai popoli d'esse Gallie, l'elezion sua in re, fatta dal re suo avolo, ed approvato di comune consentimento non men dai Romani che dai Goti esistenti in Ravenna. Di ciò fan fede varie lettere di Cassiodoro [Cassiod., lib. 8, epist. 2, 3 et seq.]. Ma quel che più importa, Atalarico non fu pigro a spedire ambasciatori e a notificare l'assunzione sua al trono all'imperadore di Oriente. Sopra di ciò è da vedere un'altra lettera del mentovato Cassiodoro [Idem, ibid., ep. 1.], indirizzata a Giustiniano imperadore. Ma quivi, secondochè osservò l'Alamanni [Alamannus, in Notis ad Histor. Arcan. Procopii.] è da scrivere Giustino imperadore, perchè questi sopravvivendo molti mesi a Teoderico, solamente morì nell'anno seguente, ed in essa è chiamato princeps longaevus: il che non può convenire a Giustiniano, ed oltre a ciò Atalarico esprime primordia nostra. Apparisce dalla medesima lettera che Giustino Augusto era in collera contra del re Teoderico, e minacciava di fargli guerra, verisimilmente per le crudeltà da lui esercitate contro di papa Giovanni e contra di Boezio, Simmaco ed altri senatori romani, col pretesto di segrete intelligenze con esso Giustino. Però Atalarico si raccomanda per aver pace ed amicizia con lui, con que' patti e con quelle condizioni che l'avolo suo aveva ottenuto dai predecessori di Giustino: fra le quali possiamo credere che si comprendesse il riconoscere la sovranità degl'imperadori sopra il regno d'Italia. Fece buon effetto questa supplichevol lettera di Atalarico, perchè, finchè egli visse, non ebbe molestia nè da Giustino nè da Giustiniano suo successore. Fiorì circa questi tempi Dionisio esiguo, ossia picciolo, Scita di nazione, e monaco dottissimo nelle lingue latina e greca. Fu condiscepolo di Cassiodoro, e però sembra che abitasse in Roma. Le opere da lui scritte si trovano registrate dagli scrittori della storia letteraria ecclesiastica.


DXXVII

Anno diCristo DXXVII. Indizione V.
Felice IV papa 2.
Giustiniano imperadore 1.
Atalarico re 2.

Console

Vezio Agorio Basilio Mavorzio senza collega.

Fu console creato in Occidente questo Mavorzio, i cui nomi e cognomi si leggono negli antichi testi di Orazio poeta, emendati e riveduti da lui con altri codici più antichi, a lui somministrati da Felice oratore romano. L'iscrizione fatta da esso Mavorzio si legge nella prefazione del Bentleio all'edizione di Orazio, ed anche ne' Fasti del Relando. Console non fu creato in Oriente, o questo è taciuto ne' Fasti, perchè non doveano per anche essere composte le differenze insorte fra le due corti. Probabilmente in quest'anno Amalasunta madre e tutrice del re Atalarico stabilì un aggiustamento con Amalarico re dei Visigoti, di cui ci lasciò la notizia Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 13.]. Pretendeva Amalarico tutto il tratto di paese che Alarico re avolo suo aveva goduto nelle Gallie, cominciando dai confini dell'Italia. Si venne ad una convenzione, e ad Atalarico re d'Italia toccò tutta la Provenza col resto del paese conquistato fino al fiume Rodano. Ad Amalarico fu ceduto quanto di là dal Rodano andava ad unirsi col regno de' Visigoti in Ispagna. Per attestato del medesimo storico [Idem, ibid., cap. 2.], seguitava a governare il regno Amalasunta, donna dotata di gran prudenza, zelante della giustizia, e provveduta d'animo più che virile. Restituì essa ai figliuoli di Simmaco e di Boezio i beni paterni già confiscati, e si andava guadagnando l'amor di ciascuno colla clemenza e col guardarsi, per quanto poteva, dal gastigare nella vita e nella roba i suoi sudditi. Da lei era allevato il figliuolo alla maniera romana, facendolo anche andare alla scuola per istudiar le arti liberali. Deputò essa al di lui governo de' più assennati della sua nazione. Avvenne, che trovatolo un dì in fatto nella camera, gli diede uno schiaffo, per cui egli piangendo scappò via. I Goti, ciò saputo, se n'alterarono forte, e dissero villanie contra d'Amalasunta, quasi ch'ella volesse far crepare d'affanni il figliuolo, per poi rimaritarsi e comandare a bacchetta. Però un giorno i primati dei Goti andarono a trovarla per dirle che lor non piaceva la maniera da lei tenuta nell'educazion del figliuolo. Essere lo studio delle lettere nemico dell'armi, perchè ispirava della viltà e timidezza. Aver essi bisogno di un re non letterato, ma guerriero ed avvezzo all'armi militari. Che Teoderico neppur sapea leggere o scrivere il suo nome, e pure avea fatto tremare tanti popoli, fatte tante conquiste, nè avea egli mai permesso che i Goti andassero alla scuola, con dire che non avrebbero maneggiata asta e spada con animo intrepido coloro che si fossero accostumati ad aver paura della sferza. Però non voler essi tanti pedanti per suo figliuolo; ma ch'ella scegliesse de' giovani di età uguale, che convenissero con esso lui, ed egli attendesse secondo i costumi della nazione, ad imparar la maniera di regnare. Benchè ad Amalasunta dispiacesse una sì fatta pretensione, pure, temendo delle novità, mostrò d'aver cari i loro consigli, e fece quanto desideravano. Di qui venne poi la rovina di Atalarico.

In Oriente si sentiva già l'imperadore Giustino pesar gli anni addosso, e trovavasi malconcio di sanità, a cagione di un'ulcera in un piede, fatta molti anni prima da colpo di saetta in una battaglia [Theoph., in Chronogr. Marcell. Comes, in Chron. Alexandr.]. Però pensò a dichiarare il suo successore; e questi fu Giustiniano, figliuolo di Vigilanzia sua sorella, che pria godeva il titolo di nobilissimo, ed era pervenuto all'età di circa quarantatrè anni. Nel dì 4 d'aprile di quest'anno il fece coronar imperadore e il prese per suo collega. Se vogliam credere a Procopio [Procop., in Histor. Arcana, cap. 9.], scrittore sospetto in ciò che riguarda Giustiniano, il senato e popolo di Costantinopoli mal volentieri, e solamente per paura, acconsentì a questa elezione, conoscendo assai che Giustiniano abbondava più di vizii che di virtù. Zonara [Zonar., in Annal.], per lo contrario, scrive che il senato stesso fece più istanze a Giustino perchè gli desse la porpora. Dopo questa funzione passarono appena quattro mesi, che Giustino aggravato dalla malattia terminò i suoi giorni: principe per la sua moderazione e pel suo zelo in favore della religion cattolica degno di vita più lunga. Pertanto venne Giustiniano Augusto a restar solo nel governo de' popoli, ch'egli assunse con gran vigore. Non era già egli principe ignorante affatto delle lettere, come gran tempo è stato creduto per un testo scorretto di Suida, il quale, siccome hanno dipoi riconosciuto gli eruditi, attribuì quest'ignoranza a Giustino [Alamannus, in Notis ad Histor. Arcan. Procopii.], e non già a Giustiniano, il quale anzi si sa dal suddetto Procopio, da Teofane e da altri, che fu principe istruito nelle scienze e nelle arti, e mostrossi versato nella stessa teologia, talvolta ancora più del dovere. Avea egli tentato in addietro di prendere per moglie Teodora, figliuola di Acacio, sopraintendente del serraglio delle fiere destinate per le caccie dell'anfiteatro: donna allevata fra i commedianti, e ch'egli aveva levato dal pubblico postribolo e tenuta sempre per sua concubina. Ma finchè visse Eufemia imperadrice moglie di Giustino, e Vigilanzia sua madre, che si opposero a sì fatto obbrobrio, non si attentò di eseguir la sua intenzione. Mancate esse di vita, la sposò; e dappoichè fu creato imperadore, poco stette a dichiararla Augusta: il che dovette dar motivo di molte mormorazioni al popolo, e di maggiori querele col tempo, per essere stata questa ambiziosa, furba ed interessata donna uno strumento e mantice di molte iniquità, e un flagello della religione cattolica in Oriente. Nel presente anno, per quanto abbiamo da Sigberto [Sigebertus, in Chron.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.], i Longobardi sotto il re loro Audoino, dopo avere molto indebolito il regno degli Eruli, dalla Moravia, dove si crede che prima fossero giunti, passarono nella Pannonia, oggidì Ungheria, e quivi stabilirono la loro abitazione e signoria. Ma Procopio mette molto più tardi [Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.] il regno di Audoino, e, secondo lui, siccome vedremo, anche nell'anno 539 regnava il re loro Vaci, ossia Vaccone, al quale succedette Valtari, e poscia Audoino.