DXXVIII
| Anno di | Cristo DXXVIII. Indizione VI. |
| Felice IV papa 3. | |
| Giustiniano imperadore 2. | |
| Atalarico re 3. |
Console
Flavio Giustiniano Augusto per la seconda volta senza collega.
Solennizzò Giustiniano Augusto questo secondo suo consolato con tal profusione di danaro al popolo, che, per attestato di Teofane [Theoph., in Chron.] e dell'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.], niuno mai de' precedenti imperadori avea fatto altrettanto. Circa questi tempi esso Giustiniano pubblicò una legge [L. 5, C. de summ. Trin.] in favore della Chiesa e dottrina cattolica, con riprovar tutte le eresie, e nominatamente quelle di Nestorio, Eutiche ed Apollinare, ed intimar pene rigorose contro i seguaci delle medesime. Ed affinchè fosse meglio amministrata la giustizia, ordinò con altra legge [Justinian., Novell. LXXXVI.] (non si sa in qual tempo) che i litiganti ricorressero ai giudici del paese; e qualora non fosse fatta loro giustizia, o non si sbrigassero le cause, facessero ricorso ai vescovi, i quali si prenderebbono la cura di ricordare ai giudici il loro dovere; e non giovando un tale avviso, ne scriverebbono a dirittura all'imperadore. Altre utili provvisioni si leggono in essa Novella. Scrisse ancora Procopio [Procop., de Ædific. Justin., lib. 1.], in tempo ch'era ben affetto a Giustiniano, qualmente questo Augusto digiunava due dì della settimana, mangiava cibi semplici, beveva acqua, poco dormiva; e tutta la giornata e parte ancora della notte impiegava in accudire agli affari del pubblico e proprii, di maniera che non dee recar maraviglia se ad un principe di tanta attività ed applicazione riuscissero poi con felicità tante sue imprese, come vedremo. Non era peranche mancato di vita l'imperador Giustino, quando insorsero dissensioni fra lui e i Persiani, perchè Zato re dei popoli lazii s'era sottoposto ad esso imperio. Perciò Giustino, secondochè s'ha da Procopio [Idem, de Bell. Pers., lib. 1, cap. 12.], avea spedito per suoi generali in aiuto dei Lazii Sitta e Belisario assai giovanetti, che diedero un guasto grande alle contrade di Persia. Sotto quest'anno si raccoglie da Teofane e dalla Cronica Alessandrina, che crescendo l'impegno della guerra coi Persiani, Giustiniano inviò contra d'essi per sostenere i Lazii un esercito, di cui furono generali Belisario, Cirico ed Ireneo. Non si accordavano questi capi insieme, e però, secondo il solito, andò male la faccenda. Furono essi in una battaglia sconfitti dai Persiani, e a questa disgustosa nuova entrato in collera Giustiniano, richiamò tutti e tre que' generali, e in luogo loro inviò Pietro, già notaio e capitano di milizie, il quale unitosi coi Lazii ebbe miglior fortuna, e diede di molte percosse ai Persiani.
Guadagnò eziandio questo indefesso Augusto alla sua divozione il re degli Eruli (scorrettamente nel testo di Teofane chiamati Eluri) per nome Greti, il quale si fece cristiano, e divenne suo collegato. Tirò inoltre nel suo partito Bonzere regina, che comandava a cento mila Unni, ed un altro re degli Unni, cioè de' Tartari, nomato Gorda, il quale medesimamente si fece battezzare, tenuto al sacro fonte dallo stesso imperadore. Costui fu da lì innanzi buon amico e confederato del greco imperio. Applicossi parimente Giustiniano a varie fabbriche. Il luogo appellato Sica in faccia di Costantinopoli fu da lui riedificato, cinto di mura, ornato di un teatro e del titolo di città, con cominciare ad essere nominato Giustinianopoli. Fece un bagno pubblico in Costantinopoli e una cisterna, con restaurare i suoi acquedotti, già fabbricati da Adriano imperadore, ma un pezzo fa diroccati: il che riuscì di gran sollievo alla città, che dianzi penuriava d'acqua. Fece, per testimonianza di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], un magnifico trono nel Circo, e i portici dove sedevano i senatori a mirar le corse de' cavalli. Ordinò inoltre che si rimettesse in buon essere e si fortificasse la città di Palmira, per difesa della Fenicia e della Palestina. Finalmente levò quasi tutte le chiese agli eretici e le diede ai cattolici. Tali furono i gloriosi principii del governo dell'imperador Giustiniano. Ma così lieti giorni vennero funestati, per testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.], da un secondo furioso tremuoto, che nel dì 29 di novembre per un'ora continua sì terribilmente scosse la città d'Antiochia, che tutto quanto era rimasto in piedi nel precedente anno 526, e quanto era stato rifabbricato dipoi, andò a terra con tutte le mura della città. Perirono sotto questo nuovo flagello circa quattro mila ed ottocento settanta persone, con sommo cordoglio dell'imperador Giustiniano e di Teodora Augusta sua moglie, che contribuirono dipoi somme grandi di oro per far sorgere di nuovo l'atterrata città, e vollero che da lì innanzi se le desse il nome di Teopoli, cioè a dire di città di Dio. A questi tempi riferir si potrebbe una lettera [Cassiod., lib. 8, ep. 24.] del re Atalarico scritta al clero della Chiesa romana, con ordinare che da lì innanzi chi avrà liti contra d'esso clero debba ricorrere al papa, e cercare da lui la giustizia, intimando la pena di dieci libbre d'oro a chi contravvenisse. Leggesi in Pavia una iscrizione, rapportata dal conte Mezzabarba [Mediobarb., Numism. Imperator.], ed indicante che in quest'anno esso re Atalarico fece fabbricare in quella città i sedili occorrenti al popolo per assistere agli spettacoli.
DXXIX
| Anno di | Cristo DXXIX. Indizione VII. |
| Felice IV papa 4. | |
| Giustiniano imperadore 3. | |
| Atalarico re 4. |
Console