Decio juniore senza collega.
Notò il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron., ad hunc ann.] che questo Decio console occidentale fu figliuolo di Venanzio stato console nell'anno 507, e fratello di Paolino, che vedremo console nell'anno 534. Vien appellato juniore a distinzione di Decio, che fu console Dell'anno 486, siccome personaggio della medesima famiglia. Dopo la morte di Trasamondo re dei Vandali in Africa, restò vedova di lui Amalafreda sorella del re Teoderico. Donna avvezza a comandare, non si dovea trovar molto contenta sotto Ilderico, ch'era succeduto nel regno a Trasamondo, e fu creduto ch'essa tenesse mano a qualche trattato contra lo stato del re novello. Laonde questi, tuttochè uomo lontano dalla crudeltà, le levò la libertà con imprigionarla. Ciò avvenne, per quanto abbiamo da Procopio [Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 4.], vivente ancora il re Teoderico, il quale non sapeva già digerire l'aspro trattamento che si faceva alla sorella; ma perchè troppo sarebbe costato il mettere insieme una grande armata navale per portare la guerra in Africa, gli convenne soffocare i risentimenti e il prurito della vendetta. Morto poi Teoderico, la cui grandezza avea trattenuto Ilderico da più violente risoluzioni, e regnando Atalarico fanciullo, da cui poco si potea temere, Ilderico, per quanto ne corre la fama, fece levar di vita Amalafreda. Il tempo non si sa. Bensì sappiamo, che pervenuto l'avviso di questa crudel risoluzione alle orecchie del re Atalarico e di Amalasunta sua madre, altamente se ne adirarono. Per questa cagione Atalarico spedì in Africa degli ambasciatori con lettera [Cassiod., lib. 9, ep. 1.] ad Ilderico, in cui si duole della morte violentemente inferita alla sua parente, con dire che s'ella fosse stata rea delle decantate e forse insussistenti congiure, egli avrebbe dovuto rimetterla nelle di lui mani per essere giudicata, e non già torle la vita senza saputa, e però con disprezzo del re d'Italia, e con obbrobrio di tutta la nazion gotica. Però vuol sapere come egli possa scusare un tal fatto; e qualora pretendesse essere mancata Amalafreda di morte naturale, voleva nelle mani persone atte a comprovarne la verità. Altrimenti protestava essere rotta la pace, e terminati i patti durati fin qui fra loro. Qual esito avesse questa ambasciata, non è giunto a nostra notizia; ma probabilmente di qua ebbe origine la caduta del re Ilderico, di cui parleremo nell'anno seguente. Fra l'altre belle imprese, alle quali si applicò Giustiniano Augusto, una principalmente fu in questi tempi quella di far unire e ordinare in un Codice tutte le leggi meritevoli d'approvazione e di uso fin allora pubblicate dai precedenti Augusti e da lui stesso. Fin sotto Diocleziano imperadore erano stati composti i Codici gregoriano ed ermogeniano. Da Teodosio juniore venne successivamente compilato il Codice teodosiano, la cui autorità lungo tempo durò nelle Gallie. Ma Giustiniano, che aspirava per ogni verso a dilatar la gloria del suo nome, fece comporre un Codice nuovo, chiamato perciò di Giustiniano, con abolire l'autorità de' precedenti, e prescrivere l'uso di questo a tutta la giurisprudenza e al governo del romano imperio. Io non so come Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] ne differisca la pubblicazione sino all'anno 531. Noi sappiamo dalla prima legge di esso Codice aver Giustiniano nell'anno 528 data l'incombenza di compilar questo Codice a Giovanni, Leonzio, Foca, ed altri patrizii e primarii uffiziali della sua corte. Poscia abbiamo non solamente dalla Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.], ma eziandio dalla seconda legge del medesimo Codice, data sotto il consolato di Decio, che nel presente anno esso fu confermato e pubblicato; e poscia nell'anno 534 venne il medesimo espurgato e corretto, come apparisce dalla legge terza. Del merito e dell'utilità di questo insigne libro non occorre che qui si parli. Ben è vero essere stato osservato da Jacopo Gotofredo [Gothofr., in Praefatione ad Cod. Theod.] e da altri dottissimi giurisconsulti, che Triboniano, della cui opera principalmente si servì Giustiniano per darci il suo Codice, quale oggi l'abbiamo, si prese una soverchia libertà, con ommettere, troncare, mutare e sconvolgere a suo capriccio le leggi degli antecedenti Augusti, con aver poscia i copisti aggiunti molti altri errori e difetti al Codice stesso. Suida [Suidas, in Excerptis, tom. 1, Histor. Byz.] lasciò scritto essere stato Triboniano gran giureconsulto pagano, nimico de' cristiani, adulatore, smoderatamente interessato fino a vendere la giustizia per danaro. E Procopio [Procop., Histor. Arcana.] aggiugne ch'egli ogni dì aboliva una legge vecchia o ne fabbricava una nuova. Per relazione di Teofane [Theoph., in Chronogr.], in questi tempi i Giudei e Samaritani della Palestina, ribellatisi all'imperio di Oriente, coronarono per loro re un certo Giuliano, e contra de' cristiani esercitarono rapine, stragi ed incendii. Non perdè tempo l'imperador Giustiniano a spedire un buon corpo di truppe armate colà, che estinsero il fuoco acceso colla morte dello stesso Giuliano; ma fu cagione questa lor sollevazione che il re di Persia, quantunque l'imperadore gl'inviasse Ermogene suo ambasciatore per trattar di pace, ne disprezzasse le proposizioni, confidato nella promessa di un soccorso di cinquanta mila persone, fattagli da essi Giudei e Samaritani. Appartiene all'anno presente il celebre concilio II Arausicano, cioè di Oranges, in cui furono condannati gli errori de' semipelagiani; concilio poscia approvato e confermato da papa Bonifazio II, che nell'anno seguente succedette a Felice IV papa.
DXXX
| Anno di | Cristo DXXX. Indizione VIII. |
| Bonifazio II papa 1. | |
| Giustiniano imperadore 4. | |
| Atalarico re 5. |
Consoli
Flavio Lampadio ed Oreste.
Hanno creduto il Panvinio [Panvin., in Fast. Cons.] e il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che amendue questi consoli fossero creati in Occidente. Di Oreste sembra certo; non so se possa dirsi lo stesso di Lampadio, al qual ho io aggiunto il nome di Flavio coll'autorità di due marmi da me rapportati altrove [Thesaur. Nov. Inscript., pag. 425.]. Credesi che mancasse di vita in quest'anno Felice IV papa, nel mese di ottobre, come ha Anastasio [Anastas. Biblioth., in Felice.], o pur di settembre, come pretende il padre Pagi. Ebbe per successore Bonifazio II, ma non senza scisma, perchè fu contra di lui eletto papa Dioscoro. La morte poco dipoi accaduta di costui rimise la calma nella Chiesa romana. Finora avea Ilderico re dei Vandali in Africa governato pacificamente quel regno e mantenuta un'ottima corrispondenza ed amicizia con Giustiniano, prima ancora del suo innalzamento al trono imperiale, mercè di molti regali che continuamente passavano fra loro. Presso del medesimo Ilderico, per attestato di Procopio [Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 9.], era in grande autorità Gelimere suo parente, perchè pronipote del fu re Genserico e il più vicino a succedergli nel regno, uomo bellicoso, ma insieme astuto e maligno. Costui tanto seppe far coi principali della nazion vandalica, con rappresentar loro la dappocaggine d'Ilderico, vinto nella precedente battaglia dai Mori, e l'intollerabil profusione dell'oro impiegato da lui per istar bene in grazia della corte di Costantinopoli, che s'indussero ad accettarlo per re, e ad imprigionare lo stesso Ilderico con alcuni suoi ministri. Non è improbabile che Atalarico re d'Italia, o, per dir meglio Amalasunta, sua madre segretamente o accendessero o avvalorassero questo fuoco in vendetta di Amalafreda, uccisa per ordine di esso Ilderico. Portò di grandi conseguenze e mutazioni nell'Africa, siccome vedremo, la caduta di quel principe. Sotto questo anno, continuando tuttavia la guerra coi Persiani, narra Teofane [Theoph., in Chron.] che Giustiniano imperadore mosse una gravissima persecuzione contra di quanti gentili ed eretici si trovavano nell'imperio d'Oriente, con cacciarli da tutti i pubblici impieghi, confiscare i loro beni, e dar loro il tempo di soli tre mesi per ravvedersi. Procopio [Procop., in Hist. Arcan., cap. II.] anch'egli fa fede di questi editti e processi, fatti da esso Augusto (se vogliamo credere a lui) non per buono zelo, ma per occupare i beni e ricchezze de' montanisti, sabbaziani ed altri molti eretici. Le chiese specialmente degli ariani erano piene di vasi e di suppellettili preziose d'oro e di argento, e di pietre e gemme di gran valore. Tutto passò nell'erario imperiale. Moltissimi furono tagliati a pezzi dal popolo, altri dalla giustizia uccisi, e grande fu il numero di coloro che abbracciarono la religion cristiana e cattolica in apparenza, ma con ritenere internamente gli errori delle lor sette. Seguitò ancora nel presente anno lo stesso Augusto la guerra contro ai Giudei e Samaritani ribelli, con incredibile strage dei medesimi, e col guasto di tutto il paese, tanto che furono i rimasti in vita costretti ad implorare il perdono dell'imperadore, rimanendo ancora involti in quelle sciagure i cristiani di quelle contrade, perchè obbligati a pagar da lì innanzi dei gravi tributi. Circa questi tempi fioriva per virtù e per miracoli san Benedetto, ristauratore e propagatore del monachismo in Italia, e a poco a poco per tutto l'Occidente. Altri monasteri e monachi prima di lui si videro in queste parti, ma non così bene regolati come i fondati poscia da lui. Da Subbiaco, dov'egli visse per alcun tempo, passò a Monte Casino, e quivi edificò il celebre suo monistero, dal quale poi presero norma tutti gli altri sì d'uomini che di vergini sacre, che o si sottoposero alla regola prescritta con tanta discrezione e prudenza dal santo abate, o furono fondati a tenore della medesima. In quest'anno, per relazion di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], quel Mundone, che vedemmo all'anno 505 vincitore dei Greci coll'aiuto del re Teoderico nell'Illirico, creato poi da Giustiniano Augusto generale delle milizie in esso Illirico, valorosamente costrinse alla fuga i Goti orientali venuti ad infestar quella provincia. Ed altrettanto fece coi Bulgari che erano iti a bottinar nella Tracia.