Console
Flavio Giovanni, senza collega.
In Oriente fu creato console questo Giovanni, uomo pagano di setta, e ciò non ostante carissimo e potentissimo nella corte di Giustiniano, siccome abbiamo varii passi di Procopio. Era prima salito alla dignità di prefetto del pretorio, ed ornato del patriziato; e tuttochè avesse ucciso Eusebio vescovo di Cizico, ciò non gl'impedì punto il conseguire i primi onori dell'imperio. Se questo è vero, si conterà anch'esso fra i reati di Giustiniano. Nell'Occidente l'anno presente si trova contrassegnato colla formula: post consulatum Paulini junioris anno IV. Per attestato di Liberato diacono [Liberat., in Breviar., cap. 22.], giunto che fu papa Silverio a Palara, il vescovo di quella città, compassionando la di lui disgrazia, e detestando il sacrilego attentato de' suoi nemici, coraggiosamente volò a Costantinopoli, e, presentatosi all'imperador Giustiniano, si scaldò forte in favor del papa, con rappresentargli l'enormità dell'eccesso in trattar così un romano pontefice, capo visibile di tutta la Chiesa di Dio. Fecero breccia nel cuore di Giustiniano le parole di questo buon prelato; e però diede ordine che Silverio fosse condotto a Roma, e si giudicasse intorno alla verità o falsità delle lettere a lui attribuite. Se si provassero vere, egli se ne andasse fuori di Roma a vivere in quelle città che più gli piacesse. Se poi false, fosse rimesso nella sedia primiera. Ma l'empia Teodora Augusta, udita questa risoluzione del marito, spinse Pelagio diacono della Chiesa romana, che esercitava allora la funzione d'apocrisario, ossia di nunzio, presso l'imperadore, per distornarne l'esecuzione. Stette anco Giustiniano nel suo proposito. Fu ricondotto Silverio in Italia: il che saputo da Vigilio, ricorse a Belisario per timore d'esser cacciato dall'occupata sedia, ed ottenuto che Silverio fosse consegnato a due suoi famigli, il mandò nell'isola Palmaria, ossia Palmarola, ovvero, come ha l'autore della Miscella [Hist. Miscella, lib. 16.], con Anastasio [Anastas. Bibl., in Vit. Silverii.], nell'isola Ponza, vicinissima ad essa Palmaria, di dove sotto la lor guardia fu lasciato morir di fame. Così Liberato diacono. Nondimeno Procopio [Procop., Hist. Arcan., cap. 11.], meglio informato di questi affari, lasciò scritto, essere stata Antonina moglie di Belisario che mandò un certo Eugenio sgherro, di cui solea valersi per somiglianti misfatti, a levar di vita l'infelice pontefice. Erano sì ella, come il marito, schiavi dichiarati dell'imperadrice Teodora, da cui verisimilmente venne l'ordine segreto di sì enorme delitto. Rapporta il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] una lettera di esso papa, in cui scomunica l'usurpatore Vigilio; ma questa vien tenuta per falsa dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] e da altri. Secondo Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Vita Silverii.] fu Silverio tolto di vita nel dì 20 di giugno di quest'anno, e venne riconosciuto per martire, e al suo sepolcro succedettero delle guarigioni. Pure non sappiamo che di tale enormità facesse risentimento alcuno il sì decantato cattolico imperador Giustiniano. Egli è poi credibile che dopo la morte di questo santo pontefice il clero con qualche atto pubblico di nuova elezione o di approvazione ligittimasse la persona di Vigilio, essendo fuor di dubbio ch'egli da lì innanzi fu riconosciuto ed onorato da tutti come vero papa e successore di san Pietro. E merita ben d'essere osservata l'assistenza speciale di Dio alla santa Chiesa romana, perchè Vigilio, entrato sì vituperosamente e contro le leggi canoniche nel pontificato, cominciò da lì innanzi ad essere un altro uomo, e a sostener con vigore la dottrina della Chiesa cattolica, massimamente con abbracciare i primi quattro concilii generali, come apparisce dalle lettere ch'egli scrisse all'imperador Giustiniano e a Menna patriarca di Costantinopoli, rapportate dal suddetto cardinal Baronio.
Seguitava intanto l'assedio di Roma e la tregua fra le armate, quando venne in pensiero a Belisario di procurar una diversione all'armi nemiche [Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 10.]. Pertanto ordinò a Giovanni, nipote di quel Vitaliano che diede tanto da fare ad Anastasio imperadore, di scorrere con due mila cavalli nel Piceno, oggidì Marca di Ancona, e di prendere e saccheggiare quel che potesse. Fu volentieri ubbidito da Giovanni. Incontratosi egli con Uliteo, zio paterno di Vitige, che se gli oppose con molte squadre, valorosamente combattè, e disfece quelle truppe, colla morte dello stesso condottiero. Trovate poi le città di Osimo e di Urbino ben presidiate, ed in istato di non temere di lui, passò innanzi fino a Rimini: dove ritiratisi i Goti per sospetto degli abitanti, e per timore di qualche intelligenza in Ravenna, diedero comodo a Giovanni d'impadronirsene. Nè era mal fondata l'apprensione dei Goti, scrivendo Procopio che Matasunta, la quale per forza avea sposato il re Vitige, non sì tosto ebbe intesa la vicinanza di Giovanni (forse anche l'avea ella invitato a marciare a quella volta), che se ne rallegrò forte in suo cuore, e con un segreto messo cominciò a parlar seco di nozze e tradimenti. Fu cagione la presa di Rimini che Vitige levasse l'assedio di Roma sul fine di marzo. Nel ritirarsi e passare il Tevere, il campo suo fu assalito da Belisario, e n'ebbe una buona spelazzata. Vitige, dopo aver mandati buoni presidii in Chiusi, in Orvieto, Todi, Osimo, Urbino, Montefeltro e Cesena, col resto dell'esercito passò all'assedio di Rimini, e lo intraprese con tutto vigore. Intanto non trascurò Belisario le richieste fattegli dai Milanesi, e per mare spedì sotto il comando di Mondila mille fanti con essi alla volta di Genova. Giunsero costoro dipoi in vicinanza di Pavia, e loro convenne azzuffarsi coi Goti usciti di quella città, ed ebbero la fortuna di sbaragliarli e d'inseguirli fino alle porte, ma con restar ivi trucidato Fidelio prefetto del pretorio, che, per essere oriondo di Milano, era stato inviato anche egli come persona utile a quella impresa. Perchè in Pavia, città ben fortificata, si erano ridotti con tutto il loro meglio i Goti abitanti in quelle parti, non si potè da sì poca gente tentarne l'acquisto. Però a diritura passarono a Milano, la qual città si sottrasse, secondo il concerto, all'ubbidienza de' Goti, ed acclamò l'imperadore per sua mala fortuna, e senza aver prese buone misure. Altrettanto fecero Bergamo, Como, Novara ed altri luoghi, nei quali Mandilla inviò picciole guarnigioni, con restargli solamente trecento uomini per difesa di Milano. Ma appena ebbe Vitige intesa la ribellion di Milano, che spedì a quella volta Vraia, figliuolo d'una sua sorella, con una sufficiente armata, che di là a non molto s'ingrossò coll'arrivo di dieci mila Borgognoni. Venivano questi mandati in aiuto di Vitige da Teodeberto, uno dei re franchi per soddisfare alla capitolazione tra loro conchiusa nella cessione di sopra accennata degli stati già posseduti nelle Gallie dagli Ostrogoti. Niuno venne de' Franchi, e fu anche fatta correr voce che gli stessi Borgognoni di lor moto proprio, e senza saputa di Teodeberto, erano calati in Italia, per rispetto che si aveva all'imperadore, e perchè dianzi aveano preso i re franchi qualche impegno di lega con esso Augusto, giacchè questi, per maggiormente cattivarsi lo stesso Teodeberto, l'avea probabilmente adottato, con titolo nondimeno di solo onore, per suo figliuolo, come abbiamo da due lettere del medesimo re a Giustiniano presso il Du-chesne [Du-Chesne, Hist. Franc., tom. 1, pag. 862.], nelle quali il chiama padre. Fu dunque stretto di assedio Milano, senza che si fosse prima provveduto al bisogno de' viveri; ed essendo sì scarso il presidio imperiale, conveniva che i cittadini facessero anche essi le guardie alle mura. Non dormiva in questo mentre Belisario. Lasciata una lieve guarnigione in Roma, con quanta gente avea s'inviò sul fine di giugno alla volta della Emilia. Gli si renderono Todi e Chiusi con restar prigionieri i presidii gotici, che egli appresso mandò in Sicilia. Giunse in questi medesimi tempi per mare nel Piceno un rinforzo inviato da Giustiniano in Italia, consistente in cinque mila Greci pedoni, e circa due mila Eruli. Ne era condottiere Narsete, uno de' primi uffiziali dell'imperadore, uomo di gran coraggio ed attività, tuttochè eunuco. Unitosi con lui Belisario nella città di Fermo, tenuto fu consiglio e perchè si ricevette avviso da Giovanni assediato in Rimini, ch'egli non poteva più di sette giorni sostenere la città per mancanza di viveri, fu risoluto di marciare a dirittura colà. Ma non aspettarono i Goti l'arrivo dei Greci per ritirarsi dall'assedio. Insorsero poi gare ed emulazioni fra Belisario e Narsete; e perchè non andavano d'accordo ne' consigli, si divisero. Nulladimeno impensatamente riuscì a Belisario d'impadronirsi d'Urbino, e a Narsete d'entrare in Imola ed in altri luoghi dell'Emilia, ma non già di Cesena, sopra cui fu fatto un vano tentativo. Infierì in quest'anno un'orrenda carestia per tutta l'Italia, di modo che, per attestato di Dazio arcivescovo allora di Milano, citato fuor di sito dall'autore della Miscella [Hist. Miscell., lib. 16.], assaissime madri mangiarono i lor figliuolini, probabilmente durante l'assedio di Milano, dove cominciò a provarsi questa terribil fame. Procopio, ch'era presente a questi guai, scrive essere stata voce costante, che fossero in quell'anno morti di fame cinquanta mila contadini nel solo Piceno, e più ancora nell'Istria e Dalmazia; e che nel territorio di Rimini due donne rimaste sole in una casa, si mangiarono diciassette uomini, con ucciderli di notte di mano in mano che capitavano al loro tugurio.
DXXXIX
| Anno di | Cristo DXXXIX. Indizione II. |
| Vigilio papa 2. | |
| Giustiniano imperadore 13. | |
| Vitige re 4. |
Consoli
Flavio Appione senza collega.
Fu creato console questo Appione da Giustiniano Augusto. Suo padre Strategio era patrizio e tesoriere dell'imperadore, e si trova anche appellato exconsole nella Novella centesimaquinta di Giustiniano, senza che apparisca in quale anno egli esercitasse il consolato, e perciò con apparenza che solamente per onore gli fosse conferito quel titolo, oppure che l'imperadore, allorchè fu console, il sostituisse in quella dignità per qualche mese. Restò il principio di quest'anno funestato da una delle più orride tragedie che mai si possano udire. Continuando l'assedio di Milano, sempre più cresceva il furor della fame, in guisa che il popolo si ridusse a mangiar fino i più sozzi e schifosi animali. Non lasciò Belisario d'inviare a quella volta un soccorso di truppe condotto da Martino e da Uliare suoi capitani; ma costoro si fermarono al Po, non arrischiandosi di andare incontro al grosso campo de' Goti e Borgognoni. Ne scrissero a Belisario, il quale determinò con assenso di Narsete di spedire altra gente. Ma mentre i primi si fermano, e si preparano gli altri a muoversi, non potendo più reggere Milano ai morsi della fame, Mondila e Paolo, capitani di quei pochi Greci che erano nella città, capitolarono coi Goti di rendersi, salve le vite loro, con abbandonare alla discrezion de' nemici quelle del popolo. Pertanto entrati coi Borgognoni Goti, ansanti di punire la ribellion de' cittadini, fecero massimamente man bassa sopra i senatori e sopra tutti gli altri maschi, non perdonando neppure ai fanciulli, nè ai sacerdoti, che, per attestato di Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.], furono scannati ne' sacri templi e sopra gli stessi altari. Le donne tutte furono fatte schiave, e donate ai Borgognoni in ricompensa del prestato soccorso, e la città tutta saccheggiata, e poi diroccata e ridotta ad un mucchio di pietre. Se vogliam credere a Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 21.], furono in sì esecranda giornata tagliati a pezzi più di trecento mila uomini: numero che giustamente si può sospettare eccedente il vero, perchè, computate le donne, avrebbe dovuto questa città contenere almen da secento mila persone in un giro allora minore del presente, se non immaginassimo rifugiato entro quella città una buona quantità degli abitatori della campagna. Loda il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 538.] Dazio arcivescovo di Milano, perchè si studiasse di liberar quella città dai Goti ariani, e promovesse la ribellione. Non entro io a disputare se fosse o non fosse lodevole l'operar contro il giuramento di fedeltà prestato ai Goti, che pur lasciavano vivere in pace i cattolici. Bensì dico che si potè desiderar più prudenza nel fatto di Dazio, il cui zelo intempestivo si tirò dietro la lagrimevole rovina della città e del popolo suo; che per un pugno di gente inviato colà de Belisario non si dovea esporre il suo gregge al pericolo di soccombere sotto la possanza tuttavia grande dei Goti in Italia. Ebbe Dazio la fortuna di salvarsi colla fuga, e di ritirarsi a Costantinopoli, dove si trattenne circa quindici anni, lungi dall'eccidio dell'infelice patria sua, e quivi in fine terminò i suoi giorni nell'anno 552. Mondila e Paolo capitani coi Greci di lor seguito anch'essi ebbero salve le vite, e furono condotti prigioni a Ravenna. Tornò tutta la Liguria in potere dei Goti: e non parlandosi più dei Borgognoni, segno è che essi dovettero ritornare al loro paese.