Stava intanto Vitige co' primarii fra i Goti studiando la maniera di potersi sostenere in questa sì pericolosa guerra; e fu conchiuso di tirare in Italia con una grossa offerta di danaro i Longobardi, allora abitanti nella Pannonia, ossia nell'Ungheria. A tal fine furono spediti ambasciatori a Vaci, ossia Vaccone, re in questi tempi, per quanto scrive Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.], di quella nazione; nel che non s'accordano con lui Paolo diacono [Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.], nè Sigberto [Sigebertus, in Chron.], da' quali abbiam veduto che Audoino infin l'anno 527 condusse i Longobardi nella Pannonia. Procopio parlando poi diffusamente de' Longobardi più sotto [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 33.], scrive che Giustiniano donò loro il Norico e la Pannonia, ed insorse poi guerra fra essi e i Gepidi, regnando Audoino re d'essi Longobardi. Riuscì senza frutto l'ambasciata, perchè si trovò che i Longobardi aveano stretta lega coll'imperador Giustiniano, e fedelmente la voleano mantenere. Perciò Vitige si applicò ad un'altra risoluzione, e fu quella di muover Cosroe re di Persia a far guerra a Giustiniano, con ispedirgli a tal fine ambasciatori, non goti, ma italiani; il che fu di un gravissimo sconcerto all'imperio d'Oriente, di modo che non finì quest'anno che Giustiniano venne in pensiero di far pace coi Goti, e rimandò in Italia gli ambasciatori di Vitige, che erano tuttavia in Costantinopoli, promettendo di spedire persone a Ravenna con plenipotenza di trattarne. E perciocchè intese i dispareri che tuttavia continuavano tra Belisario e Narsete, richiamò l'ultimo a Costantinopoli, e pensava anche di far lo stesso di Belisario, per dargli il comando dell'armata destinata contra de' Persiani. Belisario intento alle sue imprese, dappoichè ebbe intese e compiante le inesplicabili calamità di Milano, passò ad assediar Osimo; inviò Cipriano e Giustino suoi capitani a tentare l'acquisto di Fiesole; giacchè queste due città il trattenevano dal passare innanzi verso Ravenna. Mandò ancora Martino e Giovanni verso il Po, che si postaron in Tortona, tuttochè città priva di mura. Vraia capitano di Vitige, che comandava nelle parti di Milano, ebbe ordine di passare il Po, per isloggiare di là i Greci. Ubbidì egli, ma non si attentò poi di assalirli, e solamente andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro.
Già abbiam veduto che razza di gente, intente solo ad ingrandirsi o per diritto o per traverso, fossero allora i re franchi. Anche nell'anno 537, per attestato di Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], furono vicini a far guerra fra loro, se non si fosse interposta la santa Clotilde loro madre ed avola. Procopio anch'egli aggiunge [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 25.] che quella nazione non sapeva allora cosa fosse il mantener parola, ed aver eglino bensì professata la religione cristiana, ma con ritener tuttavia varie superstizioni del paganesimo, forse perchè non tutti lo aveano per anche abiurato, o pure, come si ricava da Agatia [Agath., in Hist., lib. 2.], coi Franchi buoni cattolici nelle armate erano mischiati gli Alamanni, gente divenuta loro suddita, e tuttavia barbara e in gran parte idolatra. Fra essi re più potente era Teodeberto, appellato re d'Austrasia. In una lettera da lui scritta a Giustiniano Augusto, in cui nondimeno v'ha dei nomi scorretti, egli dice di stendere il suo dominio dai confini della Pannonia sino all'Oceano, abbracciando le Toringia, e parte della Sassonia, e la Svevia, ossia l'Alemagna, e le provincie del Belgio, oltre alla porzione a lui toccata del regno della Borgogna, e ad altri stati di sua giurisdizione. Ora Teodeberto, al vedere in sì pericolosa guerra impegnati e smunti non meno i Goti che i Greci, dimentico del bel titolo di padre ch'egli dava a Giustiniano, e dei regali da lui ricevuti, e delle belle promesse a lui fatte; molto più dimentico dell'obbligo contratto di aiutar Vitige, che a questo fine avea ceduto a lui ed ai suoi zii tutto quanto possedevano nella Gallia i suoi Goti, o vogliam dire Ostrogoti: entrò in pensiero di profittare anch'egli di sì bella occasione, coll'acquisto di qualche porzione d'Italia. Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] ed il Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini, in Chron.] riferiscono al presente anno questo fatto che abbiamo più distesamente narrato da Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 25.], scrittore allora dimorante in Italia al servigio di Belisario. Teodeberto adunque, messa insieme una armata di cento mila persone, per le Alpi della Savoia calò nel Piemonte. Erano quasi tutti fanti, che non portavano nè archi nè picca, ma solamente lo scudo e la spada, con una corta azza, nella cui cima il ferro grosso, dall'una parte e dall'altra era ben aguzzo e tagliente. Nelle battaglie dato il segno, con iscagliare quell'azza, solevano rompere lo scudo del nemico, e poi avventarsegli colla spada ed ucciderlo. I Goti in quelle parti, all'avviso che veniva sì forte esercito di Franchi, s'avvisarono tosto che fosse in loro aiuto; e già parea lor di veder Belisario supplicasse per un passaporto da potersene tornar colla vita in Oriente. Nulla di male fecero i Franchi finchè giunsero al Po, dove i Goti aveano un ponte, perchè desideravano forte di passarlo con lor buona grazia. Ma appena vi furono sopra, che presi quanti figliuoli e mogli de' Goti ivi si trovarono, ne fecero un sagrifizio a qualche lor falso dio, e ne gittarono i corpi nel fiume. Spaventata la guardia dei Goti, scappò tosto in Pavia. Arrivarono i Franchi dove era l'accampamento de' Goti, verso Tortona, da' quali fu lor fatto un buon accoglimento, come a buoni amici; quand'eccoti se li veggono venire addosso quai fieri nemici: cosa che li fece tutti dare alle gambe con tal confusione, che passarono fin per mezzo il campo de' Greci, e a dirittura se ne andarono a Ravenna. I Greci, all'incontro, al vedere sì grande scappata, vennero in esperienza che, arrivato Belisario, avesse data a costoro una rotta, e però presero le armi per seco unirsi. Ma trovandosi burlati e fieramente assaliti dai Franchi, si difesero ben per quanto poterono, ma in fine anch'essi furono astretti a voltar le spalle e a fuggirsene. Arrivati in Toscana, ragguagliarono Belisario del disgustoso accidente, e ne rimase non men egli che l'esercito suo stranamente conturbato, per apprensione che sì grosso torrente andasse finalmente a scaricarsi sopra di loro. Pertanto egli scrisse una bella lettera a Teodeberto, con rappresentargli la riverenza dovuta all'imperadore, la possanza di lui, i patti e le promesse seguite, ed esortarlo a ritirarsi.
Attribuisce Procopio all'efficacia di questa lettera l'essere in fatti ritornato da lì a non molto addietro il re Teodeberto colla sua gente. Ma probabilmente sì gran virtù non ebbe una carta sola. In amendue gli alloggiamenti de' Goti e de' Greci fuggiti trovarono i Franchi qualche copia di viveri, e si satollarono ben bene. Ma proseguendo il cammino, tra per essere quella una sterminata moltitudine, e perchè la carestia e la guerra aveano desertato il paese, cominciarono a far dei digiuni non comandati, e spesso altro non aveano che sola carne di bue da cibarsi e l'acqua del Po da bere. Questi patimenti, colla giunta dell'aria estiva e del clima diverso, produssero fra loro di grandi malattie, in manierachè almeno un terzo di quell'armata in breve perì, e il resto era malconcio di sanità. Questi motivi fecero risolvere Teodeberto a ritornarsene a casa. Del resto, secondo la testimonianza di Mario e del Continuatore di Marcellino, egli scorse per la Liguria e per l'Emilia, mettendo tutto a sacco. Più di ogni altro luogo provò Genova la di lui crudeltà, perchè non solo saccheggiata, ma anche rovinata dal furore delle sue genti. E tale fu il soccorso inviato ai Goti, secondo i patti, dai re franchi. E quando mai a questa spedizione alludessero alcune medaglie che si veggono di esso re Teodeberto, sarebbe da cercare se gran gloria seco porti una scorreria fatta più da saccomanno che da eroe, per finir di spogliare e di distruggere le misere provincie dell'Italia, senza alcuno che gli si opponesse. Proseguì intanto Belisario i due assedii d'Osimo e di Fiesole, e dopo molto tempo e fatiche gli venne fatto d'impadronirsi di quelle due città. Dopo di che, unite tutte le sue genti, passò verso Ravenna, e formonne il blocco. Per ben premunirsi avea Vitige fatto caricare nella Liguria una buona quantità di grani, che posta in barconi, calava giù pel Po alla volta di Ravenna. Volle la sua sfortuna che all'improvviso si abbassassero le acque di quel fiume senza poter passare innanzi le barche; e però venne tutto quel convoglio placidamente alle mani dei Greci, con restare sprovveduta Ravenna, senza ch'ella potesse sperar vettovaglie dalla parte dell'Adriatico, perchè Giustiniano era padrone della Dalmazia, e teneva non pochi legni in quel mare. Per quello che dirò più abbasso, dovrei qui riferire la resa di questa città, succeduta a mio credere; ma, seguitando il padre Pagi, mi prendo la libertà di parlarne solamente nel susseguente.
DXL
| Anno di | Cristo DXL. Indizione III. |
| Vigilio papa 3. | |
| Giustiniano imperadore 14. | |
| Ildibaldo re 1. |
Console
Flavio Giustino juniore, senza collega.
Siccome il padre Pagi osservò, questo Giustino console orientale ebbe per padre Germano patrizio, figliuolo di un fratello di Giustiniano, e però diverso da Giustino juniore poscia imperadore, che era nato da una sorella di Giustiniano. Viene appellato juniore probabilmente per distinguerlo da Giustino seniore Augusto ch'era stato console nell'anno 519. Cosroe re della Persia avea già, siccome dissi, mossa guerra a Giustiniano [Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 5.] colla maggior felicità possibile, perchè non v'era nelle frontiere cesaree esercito alcuno valevole a far resistenza. Entrato dunque nella Mesopotamia, si impadronì della città di Sura e di Berea, e tirando dritto all'insigne città di Antiochia, l'assediò, la prese, e, dopo un terribil macello di cittadini e un sacco universale, la consegnò alle fiamme. Sopra la Soria tutta si scaricò questo turbine colla rovina delle città e degli abitanti. Grande impressione fecero nell'animo di Giustiniano questi progressi de' Persiani, nè scorgendosi possente a sostenere nello stesso tempo due gravissime guerre, l'una in Italia, l'altra in Oriente, siccome dissi, avea stabilito di dar fine alla prima come potesse il meglio, e di attendere all'altra più importante e vicina; e tanto più perchè avea bisogno di un bravo e sperimentato generale da opporre alla potenza di Cosroe, nè si trovava chi potesse uguagliarsi a Belisario, la cui persona egli credeva troppo necessaria in Oriente. Avea dunque in Italia a questo fine destinati per suoi ambasciatori al re Vitige, Domenico e Massimino senatori [Idem, de Bell. Goth., lib. 2, cap. 29.]. In questo mentre i re franchi, udito il pericolo in cui stavano gli affari de' Goti in Italia, avevano anch'essi mandati ambasciatori a Vitige, proponendo di far calare un'armata di cinquecento mila combattenti in suo favore, e di unire insieme l'uno e l'altro dominio con quella forma di governo che sarebbe creduta più propria. Belisario, penetrati i disegni de' Franchi, non fu pigro a spedire anch'egli i suoi oratori a Vitige, con rappresentargli il pericolo di lui e della sua nazione, ogni qualvolta si accordasse coi Franchi, e che migliori condizioni poteva sperare da Giustiniano. In somma tanto fece che il distornò dal consentire a capitolazione alcuna coi Franchi, della fede dei quali abbiam già veduto quanto si potesse allora promettere. Arrivarono intanto i legati imperiali, ed entrati in Ravenna, dopo molto dibattimento si conchiuse il negoziato della pace, con che tutto il di qua dal Po restasse in potere dell'imperadore, e tutto il di là di Vitige e dei Goti. Portati questi patti a Belisario, a cui non era ignoto lo stato della città per la mancanza de' viveri, non li volle per conto alcuno sottoscrivere; e fattone conoscere il motivo a chi sparlava di lui, quietò ogni diceria su questo. Per lo contrario i Goti, veggendosi delusi, oramai stanchi del governo di Vitige, e spronati dalla fame, fecero segretamente proporre a Belisario, che se egli voleva assumere il dominio d'Italia, e farsi re, essi per tale il riconoscerebbero, troppo premendo loro di seguitare a starsene in Italia, senza timore d'essere inviati in Oriente. Venuta a notizia di Vitige questa risoluzione de' suoi, anche egli, per averne merito, occultamente ne fece fare istanza a Belisario, il quale, quantunque non si sentisse voglia di guadagnarsi il titolo di tiranno, ed avesse inoltre con grandi giuramenti obbligata la sua fede a Giustiniano di non far novità, tuttavia accettò l'offerta, e promise di eseguirla, e di non far male alcuno agli stessi Goti. Dato dunque ordine che speditamente venissero a Classe, cioè al porto di Ravenna, varie navi con grano ed altri viveri per soddisfare al bisogno de' Goti affamati, entrò dipoi pacificamente coll'esercito in Ravenna, non permise che ad alcun fosse recata molestia, e solamente si assicurò di Vitige, con fare dipoi uno spoglio di tutte le ricchezze del regal palagio, per presentarle all'imperadore.