La resa di Ravenna fu cagione che anche le altre città, e massimamente Trivigi ed altri luoghi della Venezia, inviassero legati a sottoporsi a Belisario. Procopio nell'entrare in Ravenna si faceva i segni di croce al mirare come, per così dire, un pugno di gente avesse soggiogata la nazione de' Goti, i quali in Ravenna sola superavano di numero l'esercito imperiale. Ma i Goti, dopo la morte di Teoderico, si erano impoltroniti, perchè dati agli agi, ed intenti cadauno a farsi un buon nido in Italia. Però le donne di quella nazione, che dianzi avevano udito dire di gran cose intorno al numero superiore e alla statura quasi gigantesca de' Greci, mirandone poi sì pochi prendere il possesso di Ravenna, e ch'essi erano come gli altri uomini ordinarii, sputavano in faccia ai loro mariti, con rimproverare ai medesimi l'insigne loro codardia. Lasciò poscia Belisario che chiunque de' Goti volle uscir di città, se ne andasse ad attendere ai fatti suoi e a visitare i suoi poderi. Ebbe anzi piacere che scaricassero Ravenna, perchè di gran lunga più erano essi che le schiere de' Greci in essa città. Ora qui devo avvertire i lettori d'aver io seguitato il padre Pagi in riferire all'anno presento la presa di Ravenna, fatta da Belisario, prima che terminasse l'anno quinto della guerra gotica, cioè prima della primavera di quest'anno, nei cui primi mesi crede esso Pagi che seguisse la resa di quella città. Ma veramente tengo io che tal resa accadesse prima che finisse l'anno precedente 539. Nelle mie Antichità italiche [Antiq. Italic., Dissert. XXXIII.], là dove tratto della origine della lingua nostra volgare, ho rapportato uno strumento scritto in papiro egiziano sub die tertio Nonarum januariarum, indictione tertia, sexies post consulatum Paulini junioris viri clarissimi, Ravennae, cioè nel dì 5 di gennaio del presente anno. Ora da quello strumento e dalle lettere scritte ai magistrati di Faenza, chiaramente, a mio credere, si scorge che Ravenna non solamente nel principio dell'anno non era più assediata, ma godeva allora anche una somma pace ed avea commercio colle città circonvicine, e conseguentemente che essa era già venuta alle mani di Belisario. E quando sia così, bisognerà dire, o che il padre Pagi non ben concertasse gli anni della guerra gotica, o pure che in quest'anno poche novità succedessero, con essere cessata la guerra, attendendo Belisario a dare buon sesto alle conquiste fatte, e a quietare, s'era possibile, i soggiogati Goti. In fatti pareva ormai rimessa sotto il romano imperio l'Italia tutta, e che s'avesse a respirare e godere un po' di quiete nelle afflitte e devastate sue provincie. Ma fallirono ben presto le speranze de' popoli [Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 30.]. Non mancavano, com'è il solito, nemici a Belisario; e questi scrissero all'imperadore ch'egli andava macchinando di farsi signore d'Italia. Può essere che Giustiniano niuna fede prestasse a sì fatte accuse. A buon conto il richiamò a Costantinopoli per dargli il comando dell'armata contra de' Persiani che superbi facevano alla peggio in Oriente, talmente che Giustiniano era giunto a comprare vilmente la pace con lo sborso di cinque mila libbre d'oro, e promessa di pagarne cinquecento ogni anno da lì innanzi. Il re Cosroe dipoi non mantenne i patti, e continuò la guerra con più vigore di prima. Ma appena s'intesero i preparamenti di Belisario per la sua andata a Costantinopoli, che i Goti trovandosi burlati nelle loro speranze, e riconoscendosi ormai sottoposti all'imperadore, si raunarono, per consiglio di Vraja nipote di Vitige, in una dieta a Pavia, e quivi proposero di crearsi un nuovo re. In fatti Ildibado, appellato da altri Ildibaldo, uno de' primarii fra essi che abitava in Verona, chiamato colà, fu improvvisamente vestito della regia porpora. Non volle egli mancare d'inviar tosto legati a Belisario, per rappresentargli la mancanza della parola data, con de' rimproveri ancora alla di lui viltà, quando non consentisse di farsi re d'Italia; che se egli s'accordasse coi lor desiderii, protestava Ildibado che sarebbe andato in persona a depositar la porpora ai suoi piedi. Lusingavansi molti fra i Goti che Belisario cederebbe a così belle istanze. Ma egli, saldo nella conoscenza del suo dovere, rimandò gli ambasciatori colle mani vuote.


DXLI

Anno diCristo DXLI. Indizione IV.
Vigilio papa 4.
Giustiniano imperadore 15.
Erarico re 1.
Totila re 1.

Console

Flavio Basilio juniore, senza collega.

Crede il Baronio che questo Basilio console fosse romano, e della casa Decia, e però della famiglia di quel Basilio che fu console nell'anno 463, a distinzione di cui fu appellato juniore. Procopio in fatti fa menzione di Basilio patrizio dopo questi tempi in Roma. Ed è da osservare che questo si può dire l'ultimo dei consolati ordinarii dell'imperio romano, se non che Giustino Augusto juniore lo rinnovò nell'anno 567. E gl'imperadori d'Oriente continuarono poi un consolato perpetuo. Giustiniano quegli fu che fece andare in disuso questa sì illustre dignità, perchè egli solo ambiva tutto il lustro del comando. E l'abolì in Occidente col pretesto ch'esso portava una spesa eccessiva, giacchè i consoli doveano, per rallegrare il popolo, gittar monete d'oro e d'argento senza risparmio per le strade, vestire di livrea gran gente, e solevano dare spettacoli e giuochi scenici per divertimento del pubblico. Almeno due mila libbre d'oro spendeva cadauno dei consoli in tale solennità, e la maggior parte di tale spesa era pagata dall'imperiale erario. Richiamato intanto Belisario da Giustiniano, avea già sciolte le vele verso Costantinopoli, seco onorevolmente conducendo Vitige e sua moglie con alcuni de' primarii Goti, e specialmente i figliuoli del nuovo re Ildibado, trovati per buona ventura in Ravenna, e ritenuti [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 1.]. Giunto colà, li presentò a Giustiniano Augusto, che fece lor buon accoglimento, e mirò ancora con maggior piacere i tesori dal re Teoderico trasportati da Ravenna. Si credevano tutti che Belisario fosse per aver l'onore del trionfo, come l'aveva goduto per l'Africa ricuperata: ma, senza sapersene il perchè, non l'ottenne. E qui Procopio tesse un panegirico alle rare qualità e virtù di questo generale, lasciando indietro, secondo l'uso ordinario, i suoi difetti, che si veggono poi raccolti nella Storia segreta [Idem, in Histor. Arcan.]. I Goti, ch'erano con lui, andarono a militare in Oriente; il solo Vitige creato patrizio, per testimonianza di Giordano [Jordan., de Reb. Getic., cap. 60.], restò in Costantinopoli colla moglie Mutasunta, la quale dopo la morte d'esso Vitige, succeduta da lì a due anni, fu data per moglie a Germano, non già fratello, ma figliuolo di un fratello di Giustiniano Augusto, ed uno dei migliori generali di quell'età. Fece Belisario quella campagna contro i Persiani, ma con poca fortuna e meno onore, e tornossene poi sul fine a svernare a Costantinopoli. Le disavventure sue per cagione di Antonina sua moglie adultera si possono leggere presso il medesimo Procopio ne' primi capitoli della suddetta Storia segreta. In Italia non altre novità succederono, se non che fu spedito da Giustiniano Augusto a Ravenna un certo Alessandro suo maestro del conto, soprannominato Forbicetta, perchè colle forbici sapeva sì gentilmente tosare le monete d'oro, che non pativa punto il contorno delle lettere. Uomo avvezzo a scorticare i soldati e a procurar tutti i vantaggi del padrone, ma con procurare prima di ogni altra cosa i proprii; dimanierachè in poco tempo da una somma povertà era pervenuto ad una somma ricchezza. Costui cominciò non solamente a dare un buon assetto ai tributi e a ingrassare l'erario cesareo, ma eziandio a rivedere i conti del passato, infin sotto ai tempi del re Teoderico. Inventava egli dei crediti e delle accuse di rubamenti, che fingeva fatti sotto i re goti, anche contra chi non aveva mai maneggiate le entrate regali, pelando con ciò disperatamente chiunque egli voleva. E senza far capitale delle ferite e fatiche de' soldati, li ridusse ad una lieve paga.

Tale fu il frutto che i poveri Italiani riportarono dopo tanti desiderii di scuotere il giogo dei Goti: disinganno non poche volte succeduto ad altri popoli, soliti a lusingarsi, col mutar governo e padrone, di migliorare i proprii interessi. Gli stessi soldati, veggendosi così maltrattati, perdevano la voglia di esporre la vita in servigio del principe, ed alcuni ancora passarono a prendere soldo dal nuovo re dei Goti Ildibado. Questi a tutta prima avea poco seguito, e la sola città di Pavia lo ubbidiva; ma prudentemente operando e mostrandosi pieno di buona volontà, a poco a poco tirò nel suo partito tutte le città e il paese che è di là dal Po. Non vi fu se non Vitalio, uno degli uffiziali cesarei che comandava in Trevigi, il quale, unita quanta gente potè, oltre ad un corpo d'Eruli che seco militava, si arrischiò a dar battaglia all'armata d'Ildibado, ma con restare totalmente disfatto. Vi perirono quasi tutti gli Eruli con Visando loro principe; e Vitalio stesso potè ringraziare il buon cavallo che il mise in salvo. Ebbe anche la fortuna di salvarsi Teodimondo figliuolo di Maurizio e nipote di Mondo, ossia Mundone, di cui s'è altrove parlato. Questa vittoria portò non poco onore ad Ildibaldo, e fece risuonare il suo nome per l'Italia e fino in Oriente. Ma questo re infelice non sopravvisse molto. Erasi portata un dì al bagno la moglie di Vraia, cioè d'un nipote del fu re Vitige, il più ricco e potente fra i Goti, tutta di ricche vesti addobbata, e con un gran seguito di paggi e palafrenieri. Quivi trovò la moglie d'Ildibaldo, vestita piuttosto poveramente che no, e non solamente non si degnò di farle atto alcuno di quel rispetto che si conveniva a chi era moglie del re, ma ancora passò oltre col capo alto, mostrando di disprezzarla. Se ne dolse acremente col marito la donna, ed egli da lì a poco inventato appresso i Goti un pretesto che Vraia meditava tradimenti, e trattava di passare al servigio dell'imperadore, il fece con inganno uccidere: azione che disgustò non poco i Goti, senza che però alcuno osasse di farne vendetta. Ma ben la fece un certo Vila di nazione gepida, che militava nelle guardie del medesimo re. Aveva costui contratti gli sponsali con una donna ardentemente da lui amata; ma mentre era in una spedizione, Ildibaldo la diede in moglie ad un altro. Infuriato per questo Vila, e ben consapevole de' mali umori cagionati per la morte di Vraia, un dì che Ildibaldo dava pranzo ai primati dei Goti, stando egli colle altre guardie intorno al principe, con una sciablata gli tagliò la testa, che cadde sulla tavola, con restar tutti i convitati sì stranamente sopraffatti dal colpo, che venne lor meno la voce, nè dissero parola. Divolgatasi la morte di questo re, i Rugi, che erano un corpo di gente venuta a' tempi del re Teoderico in Italia, e che militava nelle sue armate, con prendere moglie solamente della lor nazione, all'improvviso dichiararono re uno de' loro principali capi per nome Erarico: risoluzione che non fu impugnata dai Goti, ma nondimeno dispiacque loro non poco. Costui nulla fece di rilevante per rimettere in sesto gli affari de' Goti. Seguitava intanto a stare sotto la divozione dell'imperadore tutto il di qua dal Po. Per attestato del Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini Comitis, in Chron.], Bessa patrizio, uno de' più riguardevoli ufficiali cesarei, si portò in Piacenza, per tenere da quella parte in briglia i Goti; e Costanziano dalla Dalmazia passò, per ordine di Giustiniano, a Ravenna con titolo di generale delle armi. Ma non passarono cinque mesi che seguì un'altra mutazione presso i Goti. Era governatore in Trivigi Totila, figliuolo d'un fratello dell'ucciso re Ildibaldo, benchè giovanetto, pure personaggio di gran cuore e di non minore prudenza. Questi, non ignorando il mal talento mostrato dai Goti verso di suo zio, nè fidandosi di loro, cominciò segretamente a trattare con Costanziano, comandante de' Greci in Ravenna, di rendersi a lui con sicurezza della vita e delle sostanze, e la proposta fu subito abbracciata. Ma intanto i Goti, che di mal occhio miravano il re novello Erarico, riconoscendolo per uomo incapace di sostener la dignità reale e i loro interessi, mandarono gente a Trivigi ad offerir la corona a Totila, il quale non ebbe difficoltà di scoprire ai messi il suo trattato coi Greci; ma con soggiungere, che se levassero di mezzo Erarico, s'indurrebbe a compiacerli. In questo mentre Erarico, chiamati ad una dieta i Goti, insinuò loro la necessità di spedire ambasciatori a Giustiniano, per ottener, se fosse possibile, l'aggiustamento già proposto da Vitige, cioè, che l'Oltrepò restasse in dominio della loro nazione. Piacque la proposizione; andarono i legati con tali apparenze, ma con segreta istruzione di offrir all'imperadore tutto quanto possedevano i Goti, purchè egli accordasse ad esso Erarico una buona somma di danaro e l'onore del patriziato. Mentre quei vanno, Erarico fu ucciso dai Goti, e sostituito in suo luogo il sudetto Totila, uomo veramente degno di comandare. Portava egli il cognome o soprannome di Baduilla, ossia Baduella; e questo solo si legge nelle sue medaglie presso il Du-Cange, Mezzabarba ed altri. Ed in fatti anche da Giordano [Jordan., de Regnor. Success.] è chiamato Baduilla, e dall'autore della Miscella [Hist. Miscell., lib. 16.] Baduilla, qui et Totila dicebatur.

DXLII

Anno diCristo DXLII. Indizione V.
Vigilio papa 5.
Giustiniano imperadore 16.
Totila re 2.