L'anno I dopo il consolato di Basilio.
Dacchè Giustiniano Augusto intese colla morte di Erarico svanite le speranze tutte di pace in Italia, ed alzato al trono il nuovo re gotico Totila [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 3.], scrisse lettere assai calde ai suoi uffiziali di Ravenna, con rampognare la lor dappocaggine, ed incitarli a qualche impresa. Perciò Costanziano, Alessandro e gli altri capitani uscirono in campagna con otto mila persone: nel qual piccolo esercito consisteva allora il nerbo maggiore delle milizie greche in Italia. Perchè avevano qualche intelligenza in Verona, a quella volta s'incamminarono, e non mancò in esse parti un uomo nobile, appellato Marciano, di trattare in maniera col custode di una delle porte, ch'egli una notte lasciò entrare in quella città cento Greci scelti, condotti da Artabaze capitano de' Persiani militanti in Italia. I Goti che vi erano di presidio, credendo inondata la città dai nemici, si ritirarono tosto sopra i colli, a piè de' quali è situata Verona. Venne il giorno, e non era peranche arrivato alla città il grosso de' Greci, fermatisi a disputar fra loro della division della preda che dovea farsi nel saccheggio della città. Accortisi dunque i Goti, giacchè, venuta la luce, poteano facilmente veder tutto dall'alto della collina, come erano pochi gli entrati nella città, e tuttavia lontano il resto delle squadre nemiche, se ne tornarono in Verona, ripigliarono le porte, e cominciarono a dar la caccia ad Artabaze e a' suoi compagni. Arrivò l'esercito greco, e trovate le porte chiuse, altro far non potè che mirare i bei salti che andavano facendo dalle mura i lor colleghi fieramente incalzati dai Goti. Quei che caddero nel piano, salvarono la vita, fra' quali fu Artabaze. Gli altri, cadendo in siti scoscesi, finirono quivi i lor giorni. E così lo scornato esercito con Artabaze, che disse loro un mondo di villanie, se ne tornò indietro fino a Faenza. Mosso da questa novità il re Totila, raunò cinque mila de' suoi guerrieri, e a dirittura andò a cercare i Greci, e quantunque sapesse che erano molto superiori di forze, pure, valicato un fiume (che da Procopio fu lasciato nella penna), bravamente gli assalì. Aveva egli prima ordinato a trecento de' suoi, che, passato esso fiume, allorchè vedessero ben attaccata la zuffa, si scagliassero contro ai nemici, prendendoli alle spalle. Così fecero. Allora i Greci, figurandosi maggiore di quel che era lo sforzo de' Goti, più non tennero il piè fermo. Nella fuga molti furono fatti prigioni, assai più fu il numero dei tagliati a pezzi, e tutte le lor bandiere restarono in potere de' Goti: cosa non avvenuta mai dappoichè con loro si guerreggiava in Italia. Giordano storico [Jordan., de Regnor. Success.] e il Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini Comitis, in Chron.] scrivono succeduta a Faenza questa vittoria de' Goti. Quindi spedito da Totila in Toscana un esercito, cinse d'assedio Firenze, alla cui difesa ara Giustino. Ma giunto l'avviso che Bessa, Cipriano e Giovanni, capitani dell'imperadore con forze maggiori si avvicinavano, i Goti si ritirarono nel Mugello. Nacquero liti fra gli uffiziali cesarei a chi dovesse toccare il comando dell'armata; e benchè la sorte decidesse pel suddetto Giovanni, figliuolo d'una sorella di Vitaliano, pure gli altri non vi si accomodarono. Assalì Giovanni colle sue milizie i Goti, che si erano ritirati sopra una collina, ma fu rispinto: ed essendo stata uccisa presso di lui una delle sue guardie, corse tosto voce ch'egli stesso vi avea perduta la vita. Questo bastò perchè i suoi voltassero affatto le spalle. Essendo passata la medesima voce nel resto delle truppe imperiali che non combattevano, e massimamente vedendo gli altri scappare, tutti questi altri ancora si diedero ad una vergognosa fuga, restando parimente non pochi d'essi morti o prigioni. Totila seppe così ben fare, che questi prigioni spontaneamente presero a militare al suo soldo.
Erano già venute in potere d'esso Totila, per attestato del Continuatore di Marcellino conte, Cesena, Urbino, Montefeltro e Pietra Pertusa. Essendo egli dipoi passato in Toscana, niuna di quelle città se gli volle rendere; però continuato il viaggio, senza toccar Roma, arrivò nella Campania e nel Sannio, e quivi impadronitosi di Benevento, città riguardevole, vi fece spianar le mura, per levar ai Greci il ricovero in quelle parti. Tentò colle buone e con grandi promesse i Napolitani, se gli voleano rendere la città; ma essendovi dentro Conone capitano dell'imperadore con mille Isauri alla difesa, i cittadini aveano legate le mani. Il perchè Totila in persona colla maggior parte dell'oste sua vi pose lo assedio, e fece scorrere l'altre sue schiere per la Puglia, Calabria ed altre provincie ora componenti il regno di Napoli, che tutte vennero alla sua ubbidienza [Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 2, cap. 14.]. In questi suoi progressi arrivato a Monte Casino, volle visitar san Benedetto, celebre allora abate del monistero, il quale molte cose gli predisse avvenire, e l'esortò alla clemenza. Prese di poi Totila il castello di Cuma, dove trovò una gran somma di danaro, e le mogli d'alcuni senatori romani; ma queste onorevolmente furono rimandate ai loro mariti; azione che acquistò a Totila il credito di principe savio e benigno. Così slargato il suo dominio, cominciò Totila a ricavar tributi da que' paesi e a rinforzare il suo erario ed esercito, e, per lo contrario, a calare la voglia di combattere nell'armata di Giustiniano, perchè non correvano le paghe, ed ognuno de' capitani pensava solo a sè stesso, guardando la città dove era di governo. Costanziano stava in Ravenna, Giustino in Firenze, Cipriano in Perugia, Bessa avea la guardia di Spoleti, e così altri d'altre città: il che cagionava un lamento universale de' popoli, mentre si vedevano spopolare e tornare di nuovo ne' pericoli e danni della guerra. Giunte a Costantinopoli queste cattive nuove d'Italia, se ne afflisse non poco Giustiniano Augusto; ma, senza perdersi d'animo, tosto prese a provvedere al bisogno, quantunque gli stessero forte a cuore i Persiani, che seguitavano tuttavia la guerra con furore e buona fortuna contro di lui. Creò prefetto del pretorio d'Italia Massimino, e seco mandò una flotta piena di Traci, e d'Armeni. Costui, siccome persona poca pratica del mestier della guerra, pigro inoltre e timoroso, arrivato che fu nell'Epiro, quivi fermatosi, vi consumò il tempo. Dietro a lui poscia Giustiniano inviò Demetrio con titolo di generale, e un battaglione di fanti. Costui sollecitamente arrivò in Sicilia, ed inteso l'assedio di Napoli e la penuria dei viveri, fatta tosto raunare una quantità grande di navi, e caricatele di vettovaglie, s'incamminò alla volta di Napoli. Ma perchè non aveva scorta tale di soldatesche da poter difendere i legni, caso che fosse assalito, giudicò meglio di tirar innanzi fino ai porti di Roma con isperanza di quivi trovarne, e d'imbarcarne quanto occorresse al bisogno. S'ingannò: niuno volle accompagnarsi con lui. Perciò determinò in fine di tentar la fortuna con quei pochi soldati che seco avea condotto, e si presentò davanti a Napoli. Ma informato Totila che non troverebbe resistenza in quei legni, spinse loro addosso alcuni dromoni carichi di soldati, che presero a man salva quelle navi con tutti i viveri; e a riserva di Demetrio e di pochi altri, che, saltati nei battelli, si salvarono, il resto fu o trucidato o preso. Pervenne finalmente in Sicilia Massimino prefetto del pretorio, da dove, stimolato, dalle istanze di Conone e de' Napoletani, verso il fine dell'anno spedì in loro soccorso la flotta seco venuta con tutte le truppe. Ma non sì tosto arrivarono le navi in Napoli, che furono sorprese da una fiera burrasca, e la forza del vento le spinse al lido in que' siti appunto, dove erano accampati i Goti. Non istettero questi colle mani alla cintola; saltarono nelle navi, uccisero chiunque volle mettersi alla difesa, presero vivi gli altri, e fra essi il suddetto generale Demetrio, che era ritornato su questa flotta. Pochi altri ebbero la fortuna di salvarsi. E tale fu il successo degli sforzi fatti in quest'anno da Giustiniano per sostenere gl'interessi d'Italia. Poco meno infelici furono gli altri avvenimenti della guerra coi Persiani. La sola accortezza di Belisario impedì che non facessero maggiori progressi; e, ciò non ostante, fu egli incolpato di avere trascurati alcuni vantaggi che si poteano riportare in quelle parti dall'armi dell'imperadore; e però, caduto dalla grazia di lui, fu richiamato a Costantinopoli, dove, essendo privato della carica di generale, per qualche tempo menò una vita ritirata, con temer sempre insidie e il fine de' suoi giorni. In questo anno ancora, per quanto s'ha da santo Isidoro [Isidor., in Chron. Gothor.] e dalla Cronichetta [Victor Turon., in Chron., edit. Canisii.] inserita in quella di Vittor Tunonense, Childeberto e Clotario re dei Franchi con un potentissimo esercito entrati per Pamplona in Ispagna, saccheggiarono la provincia Tarraconese, assediarono Saragozza, e si credevano di conquistar quei paesi. Ma i Visigoti, de' quali era in quei tempi re Teode, e generale Teodisclo, occupati i passi, vennero ad un fatto d'armi colla totale sconfitta de' Franchi. Incredibile fu, se crediamo ai suddetti storici, la strage fatta de' medesimi. E i rimasti in vita bisognò che a forza d'oro comperassero la licenza di potersene ritornar nelle Gallie. Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 3.] e Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.] parlano di questa guerra, ma non già della rotta data ai Franchi. Anzi dicono che essi ritornarono carichi di preda e con trionfo. Come accordar insieme questi scrittori, ciascun de' quali vuol mantener l'onore della sua nazione?
DXLIII
| Anno di | Cristo DXLIII. Indizione VI. |
| Vigilio papa 6. | |
| Giustiniano imperadore 17. | |
| Totila re 3. |
L'anno II dopo il consolato di Basilio.
Sostennero i Napoletani con gran vigore e pazienza l'assedio della loro città, finchè poterono. Ma venendo ogni dì più a mancare i viveri e a crescere i patimenti, prestarono orecchio a Totila [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 7 et seq.], che offeriva un buon trattamento, e la libertà a Conone uffiziale di potersene andare col presidio cesareo. Però fu capitolata la resa della città, se in termine di trenta giorni non veniva soccorso. Anzi tre mesi di tempo (aggiugne Totila) vi concedo per aspettare questo sospirato soccorso, essendo io ben certo che non verrà giammai. Ma prima ancora del tempo accordato, perchè non v'era più da mangiare, si renderono i Napolitani. Fu mirabile verso di loro in tal congiuntura l'umanità e provvidenza di Totila. Per la fame patita pareano piuttosto un popolo di scheletri che d'uomini. Ora, affinchè con troppa ingordigia, e con pericolo poi di morire, non si cibassero dei viveri ch'egli abbondantemente avea introdotto, fece serrar le porte della città, senza lasciar uscire alcuno, ed a tutti fece dispensare con gran parsimonia sulle prime il cibo, e poscia a poco a poco andò slargando la mano, finchè, veggendoli rimessi in forze, ordinò che s'aprissero le porte, e lasciò che ognuno andasse a suo talento ovunque gli piacesse. E perciocchè il mare per molti dì fu grosso, talmentechè non permise a Conone di partire, secondo i patti, colla sua guarnigione (ritardo che l'affliggeva non poco, per timore che Totila pentito nol ritenesse prigione), Totila stesso il rincorò e il provvide di carrette e giumenti, e di quanto occorreva per fare il viaggio per terra sino a Roma, insieme con una buona scorta per sua sicurezza. In questi medesimi tempi fece ricorso a Totila un Calabrese, con lamentarsi d'una delle sue guardie che aveva usata violenza ad una sua figliuola zitella. Ordinò Totila che il delinquente, il quale non negava il fatto, fosse carcerato; e perchè i principali de' Goti, conoscendo che costui era persona di gran bravura, non avrebbono voluto la sua morte, ricorsero a Totila per ottenergli il perdono. Allora Totila con saggio ragionamento fece loro intendere che il permettere simili delitti era un irritar l'ira di Dio contra di tutta la nazione; e però elegessero, se più loro premeva la conservazione dell'università, oppur quella di un solo uomo cattivo. Non sepper che rispondere; ed egli, fatto morire il reo, donò alla fanciulla offesa tutti i di lui beni. Questi atti di rara prudenza, umanità e giustizia del re Totila gli abbiamo dalla penna dello stesso Procopio autore greco. Aggiugne egli inoltre che in questi tempi i capitani e soldati dell'imperadore in Italia ad altro non attendevano che a divorar le sostanze dei sudditi, a sfogare la lor lussuria e a commettere ogni sorta d'insolenze; di maniera che i più degl'Italiani, malcontenti del governo d'essi Greci, si auguravano l'antecedente meglio regolato dei Goti. Fece dipoi Totila spianar tutte le mura di Napoli, perchè se mai venissero con grande sforzo i Greci, e tornassero a ricuperar quella città, per mancanza di fortificazioni non vi potessero fermare i piedi. Il suo disegno era, occorrendo, di provar la sua fortuna con qualche battaglia a campo aperto, e non di consumare il tempo in assedii, sottoposti a troppe lunghezze ed inganni.
Egli è nondimeno da osservare che il Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini, in Chron.] riferisce nell'anno susseguente 544 la desolazione di Napoli. Forse vuol dire che nel presente se ne impadronì, e solamente nell'anno appresso spogliò quella città delle sue mura. Tuttavia convien confessare che nella cronologia di questi tempi si trova un non lieve imbroglio, perchè non abbiamo se non Procopio che diffusamente tratta degli affari d'Italia, e il Continuatore suddetto, che ne va accennando alcune picciole cose. Ora Procopio distingue i tempi correnti con parole, quanto a noi, alquanto tenebrose; perchè, mancando la notizia de' consoli, che serviva in addietro a contrassegnare e distinguere gli anni, egli si vale della formola dell'anno primo, anno secondo, e così discorrendo, della guerra gotica. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], che prese il primo anno di questa guerra dall'entrata di Belisario in Italia, rapporta di mano in mano le azioni occorrenti, con adattarsi a questo principio. Il Sigonio, all'incontro, e il padre Pagi, che legano il primo anno di tal guerra coll'occupazione fatta da Belisario della Sicilia, anticipano un anno la serie dell'imprese. Quel ch'è più, pretende il padre Pagi che sia guasto nei testi di Procopio l'ordine di questi anni, e il cardinal Noris [Noris, in Dissert. de V Synod.] immagina anche egli dell'imbroglio ne' racconti di Procopio, perchè con esso lui non s'accorda il Continuatore suddetto di Marcellino. Però in mezzo a questo buio convien camminare il meglio che si può. Al presente anno riferiscono il Continuatore suddetto e Vittor Tunonense [Victor Turonensis, in Chron.] una terribil peste che devastò l'Italia tutta. Questa, secondochè esso Continuatore osserva, era prima insorta nell'Oriente, dove, non meno che nell'Illirico, avea fatta un'incredibile strage. Procopio [Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 22.] anch'egli ne parla, con dire che tal malore (secondo il solito) cominciò in Egitto, e poi si diffuse per tutto l'Oriente, ed essere mancato poco che non ne restasse disfatto tutto il genere umano. Evagrio [Evagr., in Hist.] racconta di più, che questo spaventoso flagello andò scorrendo per quasi tutto il mondo allora conosciuto, e durò anni cinquantadue: calamità, simile a cui non si legge nelle antiche istorie. Probabilmente il furore di questa peste frastornò nel presente anno i progressi dell'armi gotiche in Italia, e indebolì anche le loro armate. Abbiamo dal sopraddetto Continuatore che Totila fece diroccar le mura di altre città forti nella Campania, e ordinò alle sue genti di formare l'assedio di Tivoli. Ricavasi eziandio da una annotazione fatta al libro di Aratore, di cui parlerò fra poco, che nel presente anno Totila s'incamminò coll'esercito alla volta di Roma. Abbiamo parimente da Teofane [Theoph., in Chron.] che nell'anno 17 di Giustiniano capitò dalle parti d'Italia a Costantinopoli un cantambanco, per nome Andrea, conducendo seco un cane orbo e di pel giallo, che facea delle strane maraviglie. In mezzo alla piazza, con gran concorso di gente, si faceva il cerretano dare dagli spettatori varii anelli d'oro, d'argento, di ferro, senza che il cane vedesse, e li nascondea sotterra. Poscia, per ordine suo, il cane li trovava, e da sè restituiva a ciascheduno il suo. Essendo anche richiesto di qual imperadore fossero diverse monete, le distingueva. Inoltre interrogato, quali donne fossero gravide, quali uomini puttanieri, adulteri, avari, o liberali, con verità sapeva indicarli. Fu creduto che fosse un negromante.