DXLIV

Anno diCristo DXLIV. Indizione VII.
Vigilio papa 7.
Giustiniano imperadore 18.
Totila re 4.

L'anno III dopo il consolato di Basilio.

Aveva il re Totila inviato un distaccamento delle sue schiere ad assediare Otranto, ed egli poi colla sua armata era passato sino alle vicinanze di Roma. Sapendo che i Romani erano poco soddisfatti dei Greci, scrisse loro più lettere; fece anche spargere ed attaccare in Roma varii biglietti, per tentar pure, se potea muover quel popolo a far qualche novità; ma il presidio imperiale, comandato da Giovanni generale dell'armi, tenne tutti in dovere, diede solamente occasione di cacciar fuori di Roma tutti i preti ariani. In tal maniera passavano le faccende, quando l'imperador Giustiniano, avvisato da più bande e da più di uno, e massimamente da Costanziano, che comandava in Ravenna, del pessimo stato de' suoi affari in Italia, ancorchè gli pesasse forte addosso l'arrabbiata guerra dei Persiani, pure determinò di mandare in Italia Belisario, già ritornato in sua grazia per opera di Teodora Augusta. Ma pochi combattenti seco condusse Belisario, se non che nel viaggio con danari ingaggiò quanti giovani scapestrati potè, e con essi arrivò a Salona in Dalmazia. Di là spedì Valentino con alcune navi cariche di vettovaglie, per soccorrere Otranto assediato, dove la guarnigione affamata avea già capitolato la resa, se non compariva soccorso fino a un determinato giorno. Fu a tempo Valentino, ed i Goti delusi giudicarono meglio di levar quell'assedio. Si studiò intanto Belisario, dopo essere passato a Pola, di metter in ordine la sua, per altro assai tenue, armata; e finalmente con buon vento si condusse a Ravenna. Ma non si dee tacere che il Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini Comitis, in Chron.] riferisce solamente all'anno seguente 545 la venuta in Italia di Belisario, come ancora credette il cardinal Baronio. Ebbe maniera Totila di risapere quali fossero le forze che il generale cesareo avea menato seco; e gli riuscì in questi tempi di impadronirsi dell'assediata città di Tivoli per tradimento di alcuni pazzi cittadini, che furono la rovina della lor patria: perchè entrati i Goti, crudelmente trucidarono tutti quegli abitanti, e fino il loro vescovo. Si mise poi l'esercito suo a cavallo del Tevere, con che cominciò ad impedire il passaggio dei viveri dalla Toscana a Roma. Dall'altra parte Belisario inviò Vitalio, uno dei suoi capitani, a Bologna, per cui cura quella città ritornò alla divozione di Cesare. Mandò parimente Torimuto, Recila e Sabiniano con mille soldati a soccorrere Osimo, assediato da Totila; e questi felicemente entrarono nella città. Ma conosciuto dipoi ch'erano d'aggravio al presidio, una notte se ne tornarono via, non già con quella fortuna con cui erano venuti, essendochè avvertitone Totila da una spia, mise in aguato due mila dei suoi, che coltili all'improvviso, ne uccisero dugento, sbandarono il resto, e rimasero padroni di tutto il loro bagaglio. Aveva, secondo il suo costume, Totila fatto abbattere le porte, ed anche una parte delle mura di Pesaro e di Fano, perchè non vi si annidassero i Greci. Belisario stando in Ravenna, fatta segretamente prendere la misura delle porte di Pesaro, e fabbricatene delle simili ben armate di ferro, diede ordine a Sabiniano e Torimuto di condurle seco sopra alcune barchette, e sbarcatele in terra, di applicarle al sito loro, e poscia di riparare il meglio che potessero le mura, e di fortificarsi in quella città colla guarnigione che con esso loro inviò. Fu diligentemente eseguita la di lui intenzione: il che inteso da Totila, v'accorse con un buon corpo di gente per isloggiarli, ma senza frutto, dimanierachè, dopo avervi consumato non poco tempo intorno, prese il partito di ritornarsene all'assedio da tanto tempo intrapreso di Osimo. Fece egli ancora nei medesimi giorni stringere con un forte blocco le città di Fermo e di Ascoli. Terminò in quest'anno a dì 26 di marzo la sua vita in terra l'insigne patriarca san Benedetto [Faust., in Vit. S. Mauri. Chronicon S. Medardi apud Dacherium.], istitutore, ossia ristauratore in Occidente dell'ordine monastico, ordine celebratissimo, il quale non tardò a diffondersi non solo per tutta l'Italia, ma anche per tutta la Gallia e per altri paesi del rito latino, dimanierachè a poco a poco la sua regola fu accettata anche nei monisteri che dianzi erano stati fondati con altro istituto. Diede parimente in quest'anno compimento al suo poema eroico, dove son raccontati gli Atti degli Apostoli, Aratore, nobile romano, che da papa Vigilio fu promosso al grado di suddiacono della Chiesa romana. Fu letta pubblicamente e con grandi applausi questa sua fatica in varii giorni nella chiesa di san Pietro in Vincula.


DXLV

Anno diCristo DXLV. Indizione VIII.
Vigilio papa 8.
Giustiniano imperadore 19.
Totila re 5.

L'anno IV dopo il consolato di Basilio.

Trovavasi Belisario in Ravenna con poche milizie, e queste ancora creditrici da gran tempo del soldo loro dovuto; ed essendo la maggior parte dell'Italia in potere di Totila, non restava maniera al generale cesareo, non dirò di rimettere in piedi gli affari, ma neppur di sostener quel che restava in dominio de' Greci [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 12.]. Perciò spedì a Costantinopoli Giovanni nipote di Vitaliano, con vive istanze, a Giustiniano Augusto, per ottenere un gagliardo rinforzo di gente e di danaro, e con pregarlo specialmente di mandargli le guardie ch'esso Belisario era solito a condur seco nelle guerre. Andò Giovanni; ma intento ai proprii affari, attese a concertare il suo matrimonio con Giustina, figliuola di Germano, nipote dell'imperador Giustiniano. In questo mentre a Totila si renderono le città di Fermo e di Ascoli; dopo di che egli si trasferì all'assedio di Spoleti e di Assisi. Erodiano, che comandava nella prima di queste città, portato dall'odio ch'egli professava a Belisario, promise di rendere la città col presidio, se nello spazio di trenta giorni non gli veniva soccorso; e questo non essendosi mai veduto comparire, fu eseguita la capitolazione. Siffrido, ch'era alla difesa d'Assisi, in varie sortite troppo animosamente fatte restò finalmente ucciso egli colla maggior parte dei suoi, e però i cittadini si renderono anch'essi ai Goti. Portatosi dipoi Totila all'assedio di Perugia, usò quante minaccie e promesse mai seppe, per indurre Cipriano governatore della città ad arrendersi; ma si parlò ad un sordo. Ebbe maniera di farlo assassinare da una delle di lui guardie, che si salvò poi nel campo de' Goti; ma, ciò non ostante, i soldati di quel presidio s'ostinarono alla difesa della città, e Totila fu costretto ad abbandonar l'impresa. Si rivolse egli dunque verso Roma, e formò il blocco alla medesima. E qui convien osservare la saggia condotta di questo re italianizzato. Per ordine suo rigoroso, dai soldati non era inferita molestia o danno alcuno agli agricoltori, i quali perciò in tutta l'Italia attendevano alle lor fatiche, senza essere inquietati perchè pagassero i tributi consueti al re, e le pensioni dovute ai lor padroni usciti di Roma. S'accostarono i Goti a Roma, e non potendolo sofferire Artasire e Barbazio, due capitani fra' Greci, ancorchè contro la volontà di Bessa, allora comandante in Roma, uscirono loro addosso con una buona brigata, e li misero in fuga; ma caduti in un'imboscata, vi lasciarono quasi tutti la vita, il che fu cagione che niun ardisse di uscir fuori della città da lì innanzi. Nulla potevano ricavare i Romani dalle lor campagne, nulla neppure poteva loro venire per mare, perchè dopo la presa di Napoli i Goti aveano messa insieme una piccola flotta di legni armati che aggraffava quante navi osavano di passare dalla Sicilia a Roma. Fu anche per sospetto mandato in esilio a Centocelle, oggidì Civitavecchia, Cetego patrizio, capo del senato romano.

Totila, che, mentre attendeva ad un affare, pensava a molt'altri, mandò in questi tempi un corpo di truppe per tentare di ridurre alla sua ubbidienza o colle buone o colle brusche Piacenza, città principale dell'Emilia, che sola restava in quelle parti in potere de' Greci. Fecero i Goti la chiamata, ma buttarono le parole al vento, e però si accinsero all'assedio. Non sapeva Belisario in Ravenna qual rimedio o partito prendere in tanta decadenza degli affari di Cesare in Italia, perchè privo dei due più importanti nervi della guerra, cioè di soldatesche e di danaro. Però per mare passò a Durazzo, e di là seguitò a tempestare Giustiniano Augusto, per far venire de' pronti soccorsi. Mandò egli in fatti un buon rinforzo di gente condotto da Giovanni nipote di Vitaliano, e da Isacco fratello di Narsete. Comandò ancora che Narsete andasse a trattar coi capi degli Eruli, per condurre al suo soldo una buona mano di quei Barbari. Molti in fatti ne arrolò Narsete, e li condusse a svernar nella Tracia con disegno di spignerli nella prossima ventura primavera in Italia. Riuscì a costoro, nell'andar a quartiere, di dare una rotta agli Sclavi, che, passato il Danubio, eran venuti a bottinare in quelle parti. Premendo poscia a Belisario di recar qualche soccorso ai Romani, spedì per mare Valentino e Foca con una brigata d'armati al castello di Porto, situato alla sboccatura del Tevere, dove era governatore Innocenzo, affinchè non solamente custodissero quel posto, ma eziandio di là infestassero i Goti che erano sotto Roma. Fecero costoro sapere a Bessa, comandante dell'armi in Roma, il dì che volevano assalire il campo nemico; ma Bessa non istimò bene di mettere a rischio i suoi. Persistendo nondimeno essi nella voglia di farsi onore, uscirono un giorno da Porto, e trovarono quel che non aspettavano; perchè Totila, informato da un disertore, prese così ben le sue misure, che fattili cadere in un aguato, quasi tutti gli ebbe morti o prigioni. Papa Vigilio in quest'anno, perchè chiamato in Oriente da Giustiniano Augusto, siccome vedremo, e fors'anche prima, scorgendo avvicinarsi l'assedio dei Goti, giudicò che per lui, creatura de' Greci, non fosse buona in que' tempi l'aria di Roma, era passato in Sicilia. Sapendo le strettezze, nelle quali si trovava ridotto il popolo romano per la scarsezza dei viveri, e dai medesimi cittadini ancora, come si può credere, sollecitato, fece caricar molte navi di grano, figurandosi che potrebbero arrivar fino a Roma. I Goti postati all'imboccatura del Tevere, al vedere avvicinarsi questa flotta, si tennero nascosi dietro alle muraglie delle case, aspettando a bocca aperta questo regalo della buona fortuna. Vennero le navi, e quantunque i Greci posti nel castello di Porto corressero ai merli, e, con isventolar le vesti, facessero loro segno di retrocedere, tuttavia credendo i marinari che quel fosse un segno d'allegrezza, continuarono il viaggio, e tutte a man salva furono prese dai Goti. V'eran dentro molti Romani, e fra essi un vescovo per nome Valentino. Condotto questi alla presenza di Totila, perchè, interrogato di varie cose, fu convinto di bugia, Totila gli fece tagliar le mani, e lasciollo andar con Dio. Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth., in Vita Vigilii.] nella vita di Vigilio spropositatamente confonde i tempi delle azioni di questo papa. Scrive inoltre che egli per ordine di Teodora Augusta fu preso, posto in nave e condotto in Sicilia; e che, nell'uscir di Roma, una parte del popolo gli dimandò la benedizione, un'altra gli gittò dietro sassi e bastoni, e gli sonò la mattinata con gridare: Teco venga la tua fame, teco la tua moria. Male hai fatto ai Romani, male abbi ovunque vai. Aggiungne, ch'egli fece un'ordinazione in Sicilia, e fra gli altri ordinò vescovo di santa Rufina, ossia di Selva Candida, il suddetto Valentino, con inviarlo dipoi a Roma per suo vicario, dove gl'incontrò la disgrazia poco fa narrata. Non si accordano ben queste cose colla gran cura che Vigilio, stando in Sicilia, si prese per soccorrere il popolo romano, nè la violenza e prigionia descritta da Anastasio, coll'esser dipoi stato accolto Vigilio con sommo onore in Costantinopoli: il che viene asserito da Teofane [Theoph., in Chronogr.] e confessato da Anastasio medesimo. Procopio, scrittore il più informato di questi tempi, scrive che Vigilio papa fu chiamato a Costantinopoli da Giustiniano, e non già preso per forza per ordine di Teodora Augusta. Da altri documenti nondimeno, che son citati dal cardinal Baronio e dal padre Pagi, si ha ch'egli mal volentieri andò a Costantinopoli, e v'andò solamente per non disgustar l'imperadore che gli faceva tanta premura.