Erano questi consoli amendue fratelli di Eusebia Augusta, moglie di Costanzo imperadore, la quale non lasciò indietro diligenza alcuna per esaltare i suoi parenti. Sono amendue lodati da Ammiano [Ammianus, lib. 29.]; ma sotto Valente imperadore, benchè innocenti, patirono delle gravi disgrazie. Memmio Vitrasio Orfito si trova nel dì 25 di marzo di quest'anno tuttavia prefetto di Roma [Gothof., Chron. Cod. Theod.]. Giunio Basso gli succedette; ma il rapì la morte nel dì 23 d'agosto [Baronius, ad an. 358.], dopo aver ricevuto il sacro battesimo. In quella dignità, esercitata per qualche tempo con titolo di viceprefetto da Artemio, entrò dipoi Tertullo. Giacchè Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 18, cap. 1.] dà principio a quest'anno con raccontar le imprese di Giuliano Cesare, seguitandolo anch'io, dico ch'egli, dopo avere nel tempo del verno avuta gran cura di rimettere in piedi, e fornire di vettovaglie varie città sul Reno, già rovinate dai Barbari, uscì al consueto tempo da' quartieri coll'esercito, disegnando di passar di là dal Reno, e di far guerra a quegli Alamanni che tuttavia restavano nemici. Non volle gittar ponte su quel fiume a Magonza, per non disgustar Suomario re o principe amico, e negli altri siti trovò le opposte ripe ben guardate dalle milizie nemiche. Fatti nondimeno una notte passar in barche tacitamente trecento de' più valorosi suoi soldati, questi presero posto di là dal fiume, misero in fuga quelle guardie, e diedero campo all'armata romana di formare il ponte, e di passare il Reno: il che fatto, si stesero i saccheggi per tutte quelle parti. Macriano ed Ariobaudo, re o principi d'esso paese, altro scampo non ebbero che di umiliarsi, ed ottenuta licenza si presentarono supplichevoli a Giuliano. Venne ancora a trovarlo Vadomario, padrone del paese, dove oggidì è Spira, il quale già vedemmo divenuto amico dei Romani, ma per aver insolentemente voluto da Giuliano il figlio suo [Eunap., in Excerpt. de Legat. Tom. I Hist. Byz.] lasciato per ostaggio, senza neppure restituire i prigioni promessi, era caduto in disgrazia di lui. Fu con cortesia accolto, e si può credere che soddisfacesse agli obblighi suoi. Ma non impetrò già perdono per altri principi di quelle contrade, come per Urio, Ursicino e Vestralpo, esigendo Giuliano che essi o venissero, o mandassero ambasciatori con plenipotenze. In fatti costoro, dopo d'aver tollerato il guasto del loro paese, spedirono deputati, a' quali fu conceduta la pace, con obbligo di rendere i prigioni. Non altro di più si sa di questa terza campagna di Giuliano, il quale poi si ridusse alle stanze del verno.
Soggiornava tuttavia ne' primi mesi di quest'anno in Sirmio di Pannonia l'Augusto Costanzo, quando gli fu portata una lettera [Ammianus, lib. 18, cap. 3.] pazzamente scritta a Barbazione, generale della fanteria, da sua moglie, la quale perchè uno sciame d'api si era fermato ed annidato in sua casa, secondo la folle credenza degli auguri d'allora, figurò che il marito, dopo la morte di Costanzo, diverrebbe imperadore, raccomandandosi perciò che non abbandonasse lei per isposare Eusebia Augusta. Bastò questo perchè Costanzo facesse levar la vita ad amendue, e fossero tormentate varie persone innocenti, come complici del fatto. Ed ecco i perniciosi effetti dei superstiziosi cacciatori dell'avvenire. In quei medesimi tempi [Ammianus, lib. 18, cap. 11.] giunse avviso alla corte augusta che i Limiganti, cacciati nell'anno precedente dalla Sarmazia, partendosi dal paese, dove già si ritirarono, si accostavano al Danubio, parendo disposti a passarlo coll'occasione del ghiaccio. Costanzo sul principio della primavera per tal novità andò ad accamparsi colle truppe lungo quel fiume, nella Valeria, provincia della Pannonia, e mandò per sapere che pensiero bolliva in capo a que' Barbari. La risposta fu, che troppo scomodo trovavano il paese dove s'erano rifugiati, pregando perciò l'imperadore di voler prenderli per sudditi, con dar loro qualche sito nell'imperio, e di permettere che venissero ai di lui piedi. Piacque e Costanzo la lor proposizione e li ricevette ad Aciminco, creduto oggidì un borgo vicino a Petervaradino. Era egli salito sopra un luogo eminente per ascoltar le loro preghiere, le quali poco corrispondevano all'aria dei loro volti e alla positura rigida delle lor teste; e mentre si preparava per parlare ad essi, ecco un loro capo gridar marha, marha, segno di battaglia fra loro. Ebbe la fortuna Costanzo di salvarsi, posto a cavallo da alcuno dei suoi cortigiani. Fecero a tutta prima le guardie colle lor vite argine al furor di que' perfidi, da quali fu presa la sedia imperiale coll'aureo cuscino. Intanto l'armata romana, dato di piglio alle armi, furiosamente volò contra de' Barbari, e a niun d'essi lasciò la vita. S'effettuarono, poi in quest'anno le minacce di Sapore re della Persia contra de' Romani [Idem, ibid., cap. 5.], avendolo spezialmente confermato a questa guerra un Antonino, già mercatante ricchissimo della Mesopotamia, ma poscia fallito, che si ricoverò nella Persia, e ben accolto alla corte di Sapore, gli diede un minuto ragguaglio delle fortezze e guarnigioni, in una parola, di tutte le forze e debolezze dell'imperio romano. Fatto dunque un potente armamento, si mise alla testa d'un esercito, composto almeno di centomila combattenti, assistito anche dai re d'Albania e de' Chioniti. A tale avviso la corte dell'imperador Costanzo gran bisbiglio fece; e gli eunuchi, che vi comandavano le feste, seppero far richiamare dalla Soria Ursicino, uffiziale di gran valore e sperienza nella guerra, per dare il comando dell'armi d'Oriente a Sabiniano, uomo vecchio e poltrone di prima riga, ma ricco. Fu poi rimandato indietro Ursicino, con titolo bensì di generale della fanteria, ma con restare la principal autorità del comando nel suddetto Sabiniano. Passato il Tigri, entrò il re persiano nella Mesopotamia, e per consiglio del traditore Antonino pensava di tirar diritto all'Eufrate, e passando in Soria, di dare il sacco a quel ricco paese, con isperanza ancora d'impadronirsene. Ursicino ai primi movimenti del re nemico mandò ordine per la Mesopotamia, che i popoli si ritirassero ne' luoghi forti coi lor viveri, e che si desse il fuoco alle biade già mature, per levare ogni sussistenza all'armata persiana. Fece parimente fortificar le ripe dell'Eufrate, e guernirle d'armati: provvisioni che fecero mutar disegno a Sapore, e determinarlo a portarsi all'assedio della città d'Amida. Ammiano Marcellino, che diffusamente racconta questi fatti, vi si trovò in persona, e suo malgrado si vide chiuso in quella città. Grande fu la difesa di Amida fatta da quella guarnigione; pure dopo due mesi e mezzo d'ostinato assedio, in essa entrarono per forza i Persiani. Furono impiccati i principali degli uffiziali romani, e gli abitanti condotti tutti in ischiavitù, a riserva di chi potè salvarsi con la fuga, come fortunatamente riuscì ancora al suddetto Ammiano. Costò nondimeno ben caro al re persiano un tale acquisto, perchè vi restarono morti circa trentamila de' suoi; la qual perdita unita alla stagione avanzata indusse Sapore a ritirarsi a' quartieri del verno nel regno suo. Nulla fece Sabiniano, il generale primario, per soccorrere Amida, ed Ursicino non avendo mai potuto ottenere alcun braccio da lui, fu costretto a veder cadere quella città senza maniera di soccorrerla. Se n'andò egli poscia alla corte dell'Augusto Costanzo, dove se gli formò addosso un gran processo per quella perdita. Finì poi la faccenda, che Ursicino ebbe per grazia il potersi ritirare a casa sua, con essere poi dato il posto di generale della fanteria ad un Agilone di nazion germanica [Ammianus, lib. 19, cap. 11.]. A cagione di tali disgrazie, Costanzo dalla Mesia passò a Costantinopoli, per accudir più da vicino alle piaghe dell'Oriente, e per reclutare le sue milizie, ben persuaso che il Persiano continuerebbe con più vigore la guerra nell'anno vegnente. Per attestato del suddetto Ammiano, inviò egli nel presente, Paolo, suo segretario e principal ministro della sua crudeltà, a Scitopoli nella Palestina, a fare una rigorosa inquisizione di chi, tanto nella Soria che nell'Egitto, avesse consultati gli oracoli de' pagani, o commesse altre superstizioni ed augurii per indagar l'avvenire. Moltissimi, ed anche de' primarii, processati per questo, a diritto o torto vi perderono la vita o ne' tormenti o per mano del boja; ed altri con pene pecuniare o coll'esilio schivarono la morte. Per colpa anche [Labbe, Concil. General. Baronius, Annal. Eccl.] del medesimo Costanzo il numeroso consilio di vescovi, tenuto in questo anno a Rimini, dopo aver condannati gli errori d'Ario, e confermata la dottrina de' Padri Niceni, andò a terminare in un lagrimevol conciliabolo, con trionfar ivi la fazione e prepotenza degli Ariani: conciliabolo che fu poi detestato da tutta la Chiesa di Dio.
CCCLX
| Anno di | Cristo CCCLX. Indizione III. |
| Liberio papa 9. | |
| Costanzo imperadore 24. |
Consoli
Costanzo Augusto per la decima volta, e Flavio Claudio Giuliano Cesare per la terza.
Prefetto di Roma in parte di questo anno continuò ad essere Tertullo, di professione pagano, che nell'anno precedente corse pericolo della vita in una sedizion del popolo affamato, perchè i venti contrarii non lasciavano venir le navi solite a portare i grani. L'anno presente fu quello in cui si sconciò fieramente la competente armonia, durata fin qui tra l'imperadore Costanzo e Giuliano Cesare, tuttochè anche in addietro, per testimonianza d'Ammiano [Ammianus, lib. 17, cap. 11.], nella corte d'esso Costanzo abbondassero coloro che screditavano a tutto potere Giuliano, e mettevano in ridicolo ogni azione di lui, non mai nominandolo se non con parole di disprezzo. Avea esso Giuliano passato il verno in Parigi [Idem, lib. 15, cap. 1.], quando gli giunse l'avviso che gli Scotti e Pitti, popoli barbari della Bretagna, facevano delle scorrerie nelle provincie romane di quella grand'isola. Spedì egli colà con un corpo di soldatesche Lupicino generale, uomo valoroso, ma crudele ed avaro, e così borioso, che Giuliano ebbe ben cara questa occasione di allontanarselo dai fianchi. Partì costui sul fine del verno da Bologna di Picardia, ed arrivò felicemente a Londra. Altro di più non sappiamo della sua spedizione. Ma eccoti arrivar nelle Gallie Decenzio, uno de' segretarii di Costanzo, con lettere ed ordini indirizzati a Lupicino (era questi andato già in Bretagna) e a Gintonio primo scudiere [Julian., Epist. ad Atheniens.] di condurre in Levante gli Eruli, i Batavi, i Petulanti ed i Celti, con trecento altri scelti dalle truppe di Giuliano. Era fatta istanza di tal gente pel bisogno pressante della guerra persiana; ma credesi che vi entrasse ancora un'invidia segretamente portata da esso Augusto al plauso e buon concetto che s'andava Giuliano acquistando coll'armi nelle Gallie. Intanto ad esso Giuliano unicamente fu scritto di eseguir certi ordini dati a Lupicino. Noi qui non abbiamo se non istorici pagani [Zosimus, lib. 3, cap. 10. Libanius, Orat. X. Ammianus, lib. 20, cap. 4.] che parlano di questo fatto, e può dubitarsi della lor fede. A udir costoro, procedette onoratamente Giuliano in tal congiuntura, col mostrarsi prontissimo all'ubbidienza, ancorchè sommamente se ne affliggesse, perchè così veniva a restare spogliato del miglior nerbo della sua armata, per modo che non solamente niuna impresa poteva egli più tentare, ma restavano anche le Gallie esposte alla violenza de' Barbari transrenani. Rappresentò ben egli a Decenzio il pericolo del paese, e la difficoltà di menar in Oriente que' soldati che s'erano arrolati, o pure come ausilarii militavano con patto di non passar le Alpi; ma Decenzio non aveva autorità di mutar gli ordini imperiali; e però scelti i migliori soldati, senza risparmiare nè pur le guardie del medesimo Giuliano, intimò a tutti la marcia. Giuliano [Julian., Epist. ad Atheniens.] anch'egli volle che abbandonassero i quartieri, e fossero lesti al viaggio. Ma si cominciarono ad udir pianti, grida e querele di quella gente; si sparsero biglietti pieni di lamenti contra di Costanzo e in favor di Giuliano, quasichè si volesse condurli alla morte, facendoli pattare a sì rimoti paesi. Giuliano, per facilitar la loro andata, ordinò che potessero condur seco le loro famiglie, nè volea che transitassero per Parigi, dove egli dimorava, affinchè non succedesse sconcerto alcuno. Ma Decenzio fu di altro parere. Vennero a Parigi, e quanto quel popolo gli scongiurava di non andare, affinchè il paese non rimanesse esposto alla crudeltà dei Barbari, altrettanto i soldati mostravano desiderio di restarvi. Tenne Giuliano alla sua tavola i più cospicui uffiziali, usando con loro ogni cortesia, e facendo ad essi ogni più larga esibizione, in guisa tale che tra queste dolci parole e l'abborrimento a lasciar quel paese, se ne ritornarono tutti molto pensosi ed afflitti al loro quartiere.
Ma non terminò la giornata, che i soldati già commossi dai biglietti, si ammutinarono, e, prese l'armi, andarono ad assediar il palazzo dove era Giuliano, e con alte grida cominciarono a proclamarlo imperadore Augusto, e che voleano vederlo [Zosim. l. 3, c. 11. Julian., Epist. ad Athen. Ammianus, lib. 20, cap. 4. Libanius, Orat. XII.]. Fece Giuliano serrar le porte, e i soldati costanti stettero ivi sino alla mattina seguente, in cui rotte le porte, l'obbligarono ad uscirne, ed allora rinforzarono le acclamazioni, dichiarandolo Augusto. Mostrò Giuliano colle parole e coi fatti quanta resistenza potè; ma perchè i soldati minacciarono di torgli la vita se non si rendeva, forzato fu in fine di acconsentire. Allora posto sopra uno scudo, fu alzato da terra, e fatto vedere ad ognuno. Occorreva un diadema per coronarlo, ed egli protestò di non averne. Si pensò a prendere una fascia giojellata della toletta della moglie; ma non parve buon augurio il ricorrere ad un ornamento donnesco. Fu proposto di pigliare una redine ricamata di cavallo, acciocchè servisse almeno all'apparenza; ma stimò la cosa vergognosa; finchè un uffizial moro, cavatasi di dosso una collana d'oro giojellata, l'esibì, e con questa applicatagli al capo comparve in certa maniera coronato. Il che fatto, egli promise ai soldati cinque nummi d'oro e una libbra d'argento per testa. Nella lettera scritta agli Ateniesi, Giuliano protesta e giura per tutti gli dii (a molti pagani dovea costar poco un tal giuramento) ch'egli nulla sapeva della risoluzion presa dai soldati, e nulla operò per indurli a tale atto, e ch'egli fece quanto fu in sua mano per sottrarsi alla lor volontà; ma che dopo aver acconsentito, benchè per forza, non era più sicura la sua vita, se avesse voluto retrocedere. Ne creda il lettore quel che vuole. Ammiano scrive [Ammianus, lib. 20, cap. 5.] che nella notte precedente, mentre Giuliano ondeggiava, invocando i suoi dii, per sapere se dovea cedere al voler dei soldati, gli comparve un'ombra, qual si dipingeva il genio del popolo romano, che gli disse d'essere più volte venuto alla sua porta per entrare, e far lui salire in alto; ma che se fosse rigettato anche questa volta, se ne partirebbe ben mal contento; avvisandolo nondimeno che non istarebbe gran tempo con esso lui. Comunque sia di questa o inventata o pazzamente creduta fantastica visione, ci assicura Eunapio [Eunap., Vit. Sophist., cap. 5.] che Giuliano in quella stessa notte, avendo seco un pontefice gentile, ch'egli segretamente avea fatto venir dalla Grecia, fece con lui certe cose, delle quali eglino soli ebbero conoscenza, potendosi non senza fondamento sospettare che fossero sacrifizii, o incantamenti di magia, per cercar l'avvenire, de' quali è certo che si dilettò forte l'empio ed ingannato Giuliano. Ritiratosi poi egli nel palazzo, parve pieno di inquietudine e malinconia; e perchè corse nel giorno seguente voce ch'egli era stato ucciso (scrivendo in fatti Libanio [Liban., Orat. XII.], essere stato guadagnato un eunuco, suo aiutante o mastro di camera, per fare il colpo), i soldati volarono al palazzo, e vollero vederlo, con far susseguentemente istanza che fossero uccisi gli amici di Costanzo, i quali s'erano opposti alla di lui promozione. Ma Giuliano protestò che nol sofferirebbe giammai, e donò anche la vita all'eunuco suddetto. Perchè ad una parte di quelle milizie che già erano partite arrivò dietro la nuova dell'esaltazione di Giuliano, se ne ritornarono anch'esse a Parigi, dove esso novello Augusto, raunata tutta l'armata, fece un'arringa, lodando il lor coraggio, e protestando che non darebbe mai le cariche alle raccomandazioni, ma solamente al merito: il che piacque di molto a chi l'ascoltò.