E tale fu la maniera con cui Giuliano salì alla dignità imperiale, verisimilmente nel marzo od aprile di questo anno. Certamente gli storici gentili [Liban. Ammian. Zosimus.], partigiani spasimati di questo apostata imperadore, cel rappresentano portato per forza al trono, e senza sua precedente brama o contezza. Ma gli scrittori cristiani [Gregorius Nazianzen., Orat. II. Philostorgius, lib. 4, cap. 5. Theodoret., in Histor. Eccl. Sozom., in Hist. Eccl. Zonaras, in Annal.] furono d'opinion diversa, e condannarono la di lui ribellione ed ingratitudine verso Costanzo, sospettandola o credendola figliuola della di lui ambizione. Ora, dappoichè Decenzio ebbe veduta questa scena, non tardò a ritornarsene alla corte di Costanzo. Fiorenzo prefetto del pretorio delle Gallie, che s'era ritirato apposta a Vienna, perchè prevedeva dei torbidi, anch'egli s'affrettò ad uscir dalle Gallie. Ebbe Giuliano tanta moderazione, che gli mandò dietro tutta la sua famiglia, con provvederla ancora del comodo delle poste. Vi restava il solo Lupicino, creduto capace d'imbrogliar le carte. Ma Giuliano, assai accorto, spedì un uffiziale a Bologna di Picardia, affinchè non passasse persona in Bretagna a portargli le nuove; ed intanto con sue premurose lettere il chiamò di là, e, ritornato che fu, il ritenne prigione. Non tardò poscia a spedire Euterio suo maggiordomo, e Pentado mastro degli uffizii, all'Augusto Costanzo con lettera, in cui rappresentava la violenza a lui fatta, pregandolo di consentirvi, e promettendo d'ubbidire come prima agli ordini suoi, d'inviargli alcune milizie, di accettar dalle sue mani un prefetto del pretorio, con riserbarsi l'elezione degli altri uffiziali. Leggesi questa lettera presso Ammiano [Ammian., lib. 20, cap. 8.]. Fece anche scriverne un'altra dall'armata di tenor poco diverso [Julian., Epist. ad Athen.]. Il bello fu che agli ambasciatori suoi, se non falla Ammiano, diede un'altra segreta lettera, indirizzata al medesimo Costanzo, piena di sentimenti ingiuriosi e mordaci, che lo stesso storico confessa indecenti, e tali da non essere rivelati al pubblico. Zonara [Zonar., in Annal.] veramente rapporta più tardi, cioè dappoichè seguì aperta rottura fra Costanzo e lui, questa lettera; ma Ammiano ha il vantaggio sopra di lui d'essere scrittore contemporaneo ed adoratore dello stesso Giuliano. Andarono gli ambasciatori, passando con difficoltà, e con assai ritardi per l'Italia e per l'Illirico; e finalmente arrivati in Asia, trovarono l'imperadore Costanzo in Cesarea di Cappadocia. Era già stato prevenuto l'arrivo loro da Decenzio, Fiorenzo ed altri fuggiti dalle Gallie. Costanzo ammise quei legati all'udienza, si mostrò alterato stranamente contra di Giuliano, nè più li volle ascoltare. Tuttavia, contenendo la collera sua, e consigliato dai savii, fece sapere colla spedizione di Leonas questore a Giuliano di non poter approvare il fatto, e che s'egli voleva provvedere alla salute propria e dei suoi amici, si contentasse del titolo di Cesare, e di ricevere gli uffiziali che gli verrebbero spediti, cioè Nebridio eletto prefetto del pretorio delle Gallie, e Felice mastro degli uffizii. Arrivato Leonas a Parigi, fu ben accolto [Liban., Orat. XII.], ed esposti gli ordini di Costanzo, Giuliano si mostrò pronto ad ubbidire, purchè l'esercito v'acconsentisse [Zonar., in Annalib.]. Leonas non volle rimessa la decision dell'affare a tante teste, per paura d'essere tagliato a pezzi. Accettò bensì Giuliano per uffiziale Nebridio, ma rifiutò tutti gli altri, con rimandar poscia Leonas a Costanzo, e dargli, secondo Zonara, la lettera suddetta ben fornita di querele ed ingiurie contro il medesimo Augusto. Andarono poi innanzi e indietro altre ambascerie, ma senza che alcun dei due retrocedesse un passo: con che rotta affatto restò fra di loro l'armonia, e crebbe l'odio e lo spirito della vendetta.

Sì preso dalla rabbia per questo tradimento del beneficato Giuliano si trovò l'Augusto Costanzo, che pose infino in consulta, s'egli dovesse lasciar la guerra strepitosa de' Persiani per volgere l'armi contra del cugino. La vinse il parere de' saggi, che gli consigliarono di continuar la dimora in Oriente: altrimenti non la sola Mesopotamia, ma anche la Soria correvano rischio di cader nelle mani del re Sapore. Esso re appunto, venuta la stagione del guerreggiare, uscì in campagna nell'anno presente ancora con grandi forze [Ammian., lib. 20, cap. 6.]. Caddero i primi suoi fulmini sopra la città di Singara nella Mesopotamia, la quale fece per qualche dì gagliarda difesa; ma soccombendo essa in fine alla nemica potenza, furono tutti i suoi abitanti col presidio condotti in una misera schiavitù, e la città restò smantellata. Di là Sapore passò addosso alla città di Bezabde, appellata anche Fenice, città forte alle rive del fiume Tigri, custodita da tre legioni romane. Dopo alcuni giorni d'assedio il vescovo della città si portò al campo persiano per procurar la liberazione o la salute del suo popolo. Parlò ai venti, e la città da lì a qualche tempo fu presa a forza d'armi. Chi de' cittadini scappò al furor delle sciable, andò a penare schiavo nelle contrade persiane. Con questa felicità camminavano gli affari di Sapore: ed ancorchè l'imperadore Costanzo, dimorante in Costantinopoli, udisse tanti suoi progressi, sembrava più applicato a rovinar la Chiesa cattolica, che a difendere i proprii Stati. Quando Dio volle, passò pur egli in Asia, e giunse a Cesarea di Cappadocia, dove poco fa dicemmo che gli capitarono le disgustose nuove della ribellione di Giuliano. Fece maneggi per tener saldo nella fedeltà verso l'imperio Arsace re dell'Armenia, il qual veramente con tutte le minaccie di Sapore corrispose alle speranze de' Romani. Passò dipoi Costanzo a Melitene, città della picciola Armenia, per unir ivi tutta la sua armata, e questa non fu all'ordine che dopo l'equinozio dell'autunno. Se un così timido e negligente generale d'armi fosse capace di grandi imprese, e di far paura ai Persiani, ognun sel vede. Marciò egli alla perfine, e, passando per Amida, non potè mirarne le rovine senza un tributo di lagrime. Si credette di poter ricuperare Bezabde, e l'assediò; ma sopravvenendo le pioggie e la cattiva stagione, fu costretto a levare il campo, e a ritirarsi coll'esercito ad Antiochia, dove si fermò per tutto il verno. In questo mentre [Ammianus, lib. 20, cap. 10.] il novello imperador Giuliano, a fin di tenere in esercizio le sue truppe, passò all'improvviso il Reno, per quanto si crede, verso Cleves, e diede addosso ai Franchi cognominati Attuarii, che avevano in altri tempi colle loro scorrerie inquietata la vicina Gallia. Durò poca fatica a vincerli. Perchè umilmente chiesero pace, loro la diede; e poi, dopo aver visitate sin verso Basilea le fortezze poste sulla riva del Reno, per Besanzone passò a svernare in Vienna del Delfinato. Morì circa questi tempi Flavia Giulia Elena Augusta sua moglie, e sorella dell'imperador Costanzo [Goltzius Tristanus.]: chi disse di parto, chi perchè cacciata dal palazzo [Ammianus, lib. 21, cap. 1. Zonar., in Annalib.]: e non mancò chi parlò di veleno, come s'ha, per attestato del Valesio, da una orazion manuscritta di Libanio. Fioriva in questi tempi l'insigne vescovo di Poitiers nelle Gallie sant'Ilario, che per la religion cattolica tanto soffrì e tanto scrisse.


CCCLXI

Anno diCristo CCCLXI. Indizione IV.
Liberio papa 10.
Giuliano imperadore 1.

Consoli

Flavio Tauro e Flavio Fiorenzo.

Il secondo console, cioè Fiorenzo, quel medesimo è che vedemmo prefetto del pretorio delle Gallie, e fuggito di là dopo la ribellion di Giuliano, da cui poscia fu condannato a morte; ma egli si nascose, tanto che venissero tempi migliori. Tauro era anche prefetto del pretorio d'Italia, e, per ben servire a Costanzo, aveva oppresso i cattolici nel concilio di Rimini. Permise Iddio che anch'egli fosse dipoi condannato all'esilio da Giuliano, tuttochè nulla avesse operato contra di lui. Tertullo in questo anno ancora si truova prefetto di Roma. In luogo suo fu poi creato Massimo, dappoichè Giuliano divenne padron di tutto. Passò esso Giuliano Augusto, siccome già accennai, il verno in Vienna [Ammianus, lib. 21, cap. 3.], dove sul principio di marzo gli giunse avviso che gli Alamanni sudditi del re o principe Vadomario verso Basilea aveano fatto delle scorrerie nel paese romano della Rezia. Spedì egli Libinone conte con una brigata di soldati per mettere al dovere que' Barbari; ma essi misero lui a morte, avendo egli disordinatamente voluto venir alle mani con loro. Fama corse che Vadomario, uomo furbo, trattando con Giuliano, gli dava i titoli d'Augusto e di dio [Liban., Orat. V et XII. Julian., Epist. ad Atheniens.]; menava poi segreti trattati con Costanzo imperadore, e da lui avea ricevuti ordini d'infestare il medesimo Giuliano; dicendosi di più ch'erano state intercette lettere comprovanti tal fatto. Vero o falso che ciò fosse, Giuliano se ne prevalse per uno de' suoi pretesti di far guerra a Costanzo. Intanto diede commissione a Filagrio suo segretario, che poi fu conte d'Oriente, di attrappolar, se poteva, Vadomario, con cui continuava l'apparenza della pace; ed in fatti gli riuscì di farlo prigione in un convito. Altro male non gli avvenne, se non che Giuliano il relegò nelle Spagne, di dove uscito nei tempi susseguenti, fu creato duca della Fenicia. Passò poi lo stesso Giuliano di là dal Reno per gastigar coloro che aveano ucciso Libinone; ma non ebbe molto a faticare, perchè tutti dimandarono pace, o pure la confermarono, con che restarono quiete quelle contrade. Ma questi non erano i gran pensieri di Giuliano. Giacchè durava la nimicizia insorta fra lui e Costanzo, andava egli da gran tempo ruminando qual partito convenisse prendere, cioè di venire a guerra aperta, o pur d'intavolare qualche accordo con lui anche con proprio svantaggio. Ma perchè conosceva non essere Costanzo principe da potersi fidare della di lui parola, antepose la risoluzion di passare all'armi contra di lui. E tanto più si animò a questa impresa, perchè, essendo egli perduto nell'arte d'indovinare [Ammianus, lib. 20, cap. 1. Liban., Orat. XII.] o per augurii o per negromanzia, s'immaginò che Costanzo avesse da mancar di vita in questo anno, e nel mese di novembre. San Gregorio Nazianzeno scrive [Gregor. Nazianzen., Orat. III.], non essere da stupire s'egli previde la morte d'esso imperadore, perchè avea guadagnato uno dei di lui cortigiani per avvelenarlo; e per questa fidanza s'incamminò dipoi coll'armi verso Levante. Osservò ancora Sozomeno [Sozom., lib. 5 Hist., cap. 1.] la follia di Giuliano in prestar fede ai suoi auguri e indovini, perchè egli non previde punto la propria morte, nè il funesto fine della sua impresa contro i Persiani. Ammiano il vuole scusar su questo, con dire ch'egli riguardava, non come cose certe, ma solamente come conghietture le predizioni de' suoi indovini: scusa familiare ad altri che s'immergono nell'arte empia e vanissima di voler conoscere l'avvenire.

La risoluzion presa da Giuliano di sguainar la spada contra di Costanzo imperadore ognun può scorgere quanta occasion desse a tutti i saggi di mormorare di lui, trattandosi di volgere l'armi contra di un cugino che l'avea colmato di benefizii, valendosi dell'autorità a lui conferita per ispogliare ed abbattere il medesimo suo benefattore. Cresceva anche l'iniquità ed ingratitudine sua, perchè Costanzo non si movea punto contra di lui, e trovavasi allora in angustie per la svantaggiosa guerra che avea coi Persiani. Si studiò lo stesso Giuliano di parare questa odiosità con varie scuse e pretesti, essendosi spezialmente studiato di giustificar la sua condotta presso le città della Grecia, come apparisce dalla lunga sua lettera, o sia dal manifesto scritto agli Ateniesi [Julian., Epistol. ad Atheniens.], che si legge stampata. Il bello è ch'egli pretendeva di essere stato o consigliato o pure obbligato dai suoi dii a ribellarsi; e Zosimo scrive [Zosimus, lib. 3, cap. 9.] che una deità, apparendogli in sogno, l'animò all'impresa, senza badare ch'egli covava in cuore un interno iniquo dio, cioè l'ambizione, da cui era più che da altro spronato a tanta sconoscenza verso chi l'avea tanto beneficato. Anche i suoi soldati e partigiani dicevano promesso a lui da essi dii un felice successo: il che quanto si verificasse, si vedrà a suo tempo. Intanto fece egli quanti preparamenti mai seppe di gente e danaro per marciare verso l'Oriente. L'amore, ch'egli s'era guadagnato fra i popoli delle Gallie, indusse molti ad offerirgli spontaneamente ori ed argenti per isperanza di ricavarne buon frutto a suo tempo; nè si trovò più difficoltà ne' soldati per uscir dalle Gallie, e passar l'Alpi, facendo egli credere alla sua armata di non cercar altro per ora che d'impossessarsi dell'Illirico sino alla Dacia novella, per prendere poi altre misure o di accordo o di guerra. Nebridio, mandato già per prefetto del pretorio nelle Gallie da Costanzo, il solo fu [Ammianus, lib. 21, cap. 5.] che protestò di non poter impegnarsi contra dello stesso Costanzo Augusto, e corse rischio d'essere messo in brani dai soldati, se Giuliano non l'avesse coperto col suo manto, e datagli poi licenza di ritirarsi in Toscana. Da Libanio [Liban., Orat. XII.] vien chiamato esso Nebridio un mezzo uomo. Se vuol dire per avventura un codardo, da quando in qua merita nome di codardo la fedeltà verso il principe suo? Se non si trattasse di un nobile romano, si crederebbe che egli parlasse di un eunuco. Fece Giuliano una promozion d'uffiziali, creando generale della sua cavalleria Nevitta, Dagalaifo capitan delle guardie, Mamertino tesoriere, quello stesso che poi compose il panegirico di Giuliano, e distribuendo ad altri varie cariche militari e civili. Lasciò Sallustio per prefetto del pretorio nelle Gallie, e finalmente mise in moto l'esercito suo, diviso in varii corpi, parte inviandone per l'Italia, e parte per la Rezia, per far credere che fossero più che non erano le forze sue, quando non più di ventitrè mila persone, se non s'inganna Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 10.], egli conduceva seco. Con gran diligenza marciarono; ed ordine v'era di trovarsi tutti a Sirmio. Era allora tempo di state. Arrivato che fu Giuliano dove il Danubio comincia ad essere navigabile, trovata ivi fortunatamente gran copia di barchette, con tre mila soldati s'imbarcò, e andò a prendere terra in tempo di notte a Bononia, nove miglia lungi da Sirmio, capitale della Pannonia. Di là spedì Dagalaifo con una brigata di soldati, a mettere le mani addosso a Lucilliano conte, generale d'armi di Costanzo nell'Illirico, il quale per sua negligenza niun sentore pare che avesse avuto de' frettolosi movimenti di Giuliano. Coltolo a letto, il menarono via, e presentarono ad esso Giuliano: dopo di che a dirittura egli marciò a Sirmio, dove fu con gran pompa e festa accolto da quel numeroso popolo: cosa che gli fece sperar facile la conquista di tutto l'Illirico. E così in fatti avvenne, perchè senza adoperar lancia o spada in poco tempo tutto l'Illirico, la Macedonia e la Grecia il riconobbero per loro signore [Ammianus, lib. 21, cap 10. Libanius, Orat. XII.]. Creò egli allora governatore della seconda Pannonia Aurelio Vittore, quel medesimo che ci lasciò un compendio delle Vite dei Cesari. Venuto già era l'autunno, e Giuliano si ridusse a Naisso nella Dacia novella, o nella Mesia, dove, secondo le apparenze, si fermò sino alla morte di Costanzo, applicandosi intanto ad ingrossar la sua armata e a munir le fortezze, con disegno poi di entrar nella Tracia, e far maggiori progressi.

Quello che può parere strano, si è che non sappiamo avere Giuliano inviato altro corpo di milizie in Italia, se non quel tenue che, passando per Aquileia, andò a congiugnersi seco a Sirmio: e pure certa cosa è che Roma e l'Italia tutta, quasi con universale concordia, abbandonò Costanzo, e si mise sotto la signoria di Giuliano. Convien credere che questi popoli fossero ben malcontenti del governo d'esso Costanzo e del suo arianismo, credendo essi tuttavia cristiano e cattolico Giuliano; e che si prevalessero di questo leggier vento per sottrarsi dal di lui dominio. Si aggiunse ancora un panico terrore, perchè si sparse voce [Ammianus, lib. 21, cap. 9.] che Giuliano calava in Italia con un diluvio di gente: laonde ognun si affrettò a rendergli ubbidienza. Tale dovette essere in Roma stessa la commozione e paura, che Tauro e Fiorenzo consoli scapparono, non so se di là, o da altro luogo, dove stessero allora, e passarono per le poste verso l'Oriente, parendo loro disperato il caso, e paventando lo sdegno di Giuliano, il quale poi, per testimonianza di Zosimo [Zosim., lib. 3, cap. 10.], mandò ordine che, mettendo il loro nome negli atti pubblici, si aggiugnesse consoli fuggitivi o fuggiti. In mezzo poi ai pensieri della guerra non dimenticava Giuliano quei del governo civile, scrivendo Ammiano ch'egli si occupava ad ascoltar e decidere le liti de' particolari, a riformar gli abusi: notando nondimeno esso istorico, ch'egli talvolta commetteva delle ingiustizie per correggere quelle degli altri. Mamertino [Mamertinus, in Panegy.] si stende qui all'uso de' panegiristi nelle lodi di lui, dicendo ch'egli mise in buon ordine e stato le città tutte dell'Illirico, della Grecia, Macedonia, Epiro e Dalmazia. Carestia di grani si provava in Roma. Fu inviato colà da Giuliano per prefetto di quella città Massimo, il quale, contuttochè permesso non fosse all'Africa di mandar frumenti colà, pure seppe trovar maniera di provvedere al bisogno, e di prevenire i pericolosi tumulti, ai quali fu sottoposto il suo predecessore Tertullo. Diedesi poi meglio a conoscere in tal occasione la vanità e l'ingratitudine di Giuliano [Ammian., lib. 21, cap. 10.], perchè già scorgendo tolta affatto la speranza di riconciliarsi con Costanzo Augusto, scrisse contra di lui al senato romano una invettiva piena di mordacità, con esagerar tutti i vizii e difetti di lui: il che parve sì improprio agli stessi senatori, che, al leggersi nella loro assemblea quella satira, non poterono contenersi dal gridare ad una voce che il pregavano di portar più rispetto e riverenza a chi l'avea creato Cesare e beneficato cotanto. Lo stesso Ammiano, tuttochè adoratore, non che parziale di lui, non potè di meno di non condannare una sì ingiuriosa scrittura, e tanto più perchè, non contento egli di sfogarsi contra di Costanzo, addentò anche la memoria di Costantino il Grande, proverbiandolo come novatore e perturbatore delle antiche leggi, e perchè avesse innalzate persone barbare sino al consolato: sciocca accusa, come Ammiano confessa, perchè lo stesso Giuliano poco stette a crear console Nevitta, Goto di nazione, e persona selvatica, anzi crudele; laddove Costantino non promosse se non persone di raro merito e di gran riputazione e virtù [Ammianus, lib. 21, cap. 11.]. Avvenne intanto un affare che avrebbe potuto imbrogliar non poco le misure di Giuliano, se non fosse intervenuta la morte di Costanzo Augusto. Due legioni e una compagnia di arcieri, che già servivano a Costanzo, trovate da Giuliano in Sirmio, perchè d'esse egli non si fidava, prese la risoluzione d'inviarle nelle Gallie; e queste andarono. Ma giunte ad Aquileia, ricca città, e forte non meno pel sito che per le buone mura, e trovata la plebe tuttavia divota al nome di Costanzo Augusto, che si sollevò all'arrivo loro, quivi fermarono il piede, e si afforzarono contra di Giuliano. Perchè questo fatto potea tirarsi dietro delle brutte conseguenze, Giuliano mandò ordini a Giovino general della cavalleria, che era in marcia verso la Pannonia, di accorrere colà, e convenne formarne l'assedio, che fu lungamente sostenuto con bravura e spargimento di sangue. Nè finiva sì presto quell'impegno, se non veniva la nuova della morte di Costanzo, per cui que' soldati in fine capitolarono la resa, lasciando esposto allo sdegno di Giuliano il promotore di quella sedizione Nigrino tribuno, che fu bruciato vivo, ed alcuni pochi altri, ai quali fu reciso il capo.