Tempo è oramai di parlare dell'Augusto Costanzo, che noi lasciammo a' quartieri d'inverno in Antiochia. Le applicazioni sue tutte erano in preparamenti di guerra, e in far masse di milizie per opporsi ai sempre nemici Persiani. Ma non era così occupato da' pensieri guerrieri, che non ne nudrisse ancora de' mansueti e geniali [Ammianus, lib. 21, cap. 6.]. Gli avea tolta la morte poco dianzi Eusebia Augusta sua moglie, donna che non l'avea mai arricchito di prole, e che (siccome spacciò la fama) per aver voluto prendere un medicamento, creduto atto a farla concepire, abbreviò a sè stessa la vita [Zonar. Cedrenus. Chrysost., Hom. 15 ad Philipp.]. Voce ancora corse [Ammianus, lib. 16.] ch'essa con una bevanda data ad Elena sua cognata, allorchè questa fu per maritarsi con Giuliano Cesare, la conciasse in maniera che abortisse ad ogni gravidanza. Le dicerie del volgo son facili in tal sorta di accuse. Ora Costanzo, per desiderio di lasciar dopo di sè qualche figliuolanza [Du-Cange, Hist. Byz.], prese in questi tempi per moglie Massimo Faustina, della cui famiglia nulla dicono le storie. Solamente si sa ch'egli morendo la lasciò gravida, ed esserne nata una figliuola, appellata Flavia Massimo Costanza. Questa poi prese per marito Graziano, che vedremo a suo tempo imperadore. Forse non si figurava Costanzo che Giuliano si avesse a muovere dalle Gallie, e però non prese le convenevoli precauzioni per munire l'Italia e l'Illirico contra dei di lui tentativi. Provvide bensì all'Africa [Ammianus, lib. 21, cap. 7.], con inviare colà Gaudenzio suo segretario, il quale, andando d'accordo con Crezione conte, dispose così ben le cose, che durante la vita d'esso Augusto da niuno restò turbata la quiete di quelle provincie. S'udivano intanto le grandiose disposizioni di Sapore re della Persia per tornare ostilmente ad invadere la Mesopotamia. Il perchè Costanzo si procacciò con diversi regali l'assistenza e il favore dei re confinanti co' Persiani, e massimamente di Arsace re dell'Armenia. Poscia, allorchè vennero nuove che pareva imminente il passaggio dei Persiani nella Mesopotamia, circa il mese di maggio uscì anch'egli in campagna, e passato di là dall'Eufrate, andò a fermarsi in Edessa, con inviare nello stesso tempo i suoi generali Arbezione ed Agilone alle rive del Tigri, ma con espresso ordine di non azzardare una battaglia. Stettero ivi le soldatesche romane gran tempo, aspettando il nemico, senza mai vederlo comparire; ed intanto giunse a Costanzo la dolorosa novella che il ribelle Giuliano s'era già impadronito dell'Illirico. Facile è l'immaginare che turbazione ed affanno gli recassero i passi dell'odiato cugino. Ma nel dì seguente ricevette il grato avviso che il re Sapore, o sia perchè da' suoi indovini gli furono predette disgrazie se s'inoltrava, o pure perchè gli diedero apprensione le forze de' Romani, se n'era tornato addietro. Allora fu che Costanzo, tenendosi come liberato dalla molestia de' Persiani, lasciate solamente le guarnigioni opportune nelle città e fortezze della Mesopotamia, se ne tornò indietro con disegno di procedere armato contra di Giuliano, giacchè si teneva sicura la vittoria, combattendo con quell'ingrato. Partecipata all'esercito questa sua intenzione, tutti ne fecero festa, e si animarono al viaggio. Partissi egli da Antiochia nell'autunno avanzato; ma arrivato a Tarso nella Cilicia, fu preso da una picciola febbre, per cui non desistè dal cammino. Si trovò poi forzato dal male, che andò crescendo, a posare in Mopsuerene, luogo situato ai confini della Cilicia plesso il monte Tauro [Hieronymus, in Chronico. Idacius in Fastis. Chronicon Alexandr. Theophan., in Chronogr.], dove nel dì 5 di dicembre (Ammiano scrive nel dì 3) in età di circa quarantacinque anni diede fine al suo vivere, con essersi detto che Giuliano l'avesse fatto avvelenare.

Lasciò questo principe dopo di sè una assai svantaggiosa memoria. Certamente a lui non mancavano delle belle qualità, come l'essere indurato alle fatiche e a dormir poco, se il bisogno lo richiedeva [Ammianus. Aurel. Victor, de Caesaribus.]. Negli esercizii militari niuno gli andava innanzi, e quanto fu moderatissimo sempre nel mangiare e bere, altrettanto si guardò dal lusso e dai piaceri illeciti, in guisa tale che nè pur chi gli voleva male arrivò mai ad accusarlo di avere contravvenuto alle leggi della castità. Ornato delle belle lettere, sapea far discorsi sensati e gravi. Chi prese a lodarlo vivente (il che fecero Giuliano e Temistio [Themist., Orat. I et II. Julian., Orat. I et II.]), cel rappresenta moderato in tutte le passioni, e specialmente padrone della sua collera, con soffrir le ingiurie senza farne vendetta. E certo sensibili segni di clemenza diede talvolta [Eutrop., in Breviar.] sino a perdonare con facilità alle città che aveano fatta sollevazione: laonde da molti per questa sua indulgenza era amato non poco. Fece ancora risplendere il suo zelo contra dell'idolatria, e di sopra accennammo le rigorose sue leggi contro di essa. Ristaurò pur anche o di nuovo edificò molte chiese in Oriente, e le arricchì; e gran rispetto conservò sempre verso i vescovi, facendoli mangiare alla sua tavola, e ricevendo da loro con umiltà la benedizione. Tali erano i pregi di Costanzo in poche parole. Ammiano [Ammianus, lib. 21, cap. 16.] più a lungo ne lasciò descritto quel poco o molto ch'egli aveva di buono. Ma, voltando carta, troviamo che contrappesavano ben più i di lui difetti. Gran disgrazia è l'aver principi deboli di testa, e che si figurano nondimeno di aver testa superiore in intendimento a quella di ognuno. A Costanzo ne era toccata una di questo tenore. Peggio poi se il principe non ama e non soffre se non chi il loda, e solamente si compiace degli adulatori, disprezzando o rigettando chi osa dirgli la verità, e non sa lodare i difetti, nè far plauso alle azioni viziose o mal fatte. Costanzo era appunto un di questi [Julian., Orat. VII. Liban., Orat. XI.], pieno di una vanità ridicola, per cui voleva, a guisa dei tiranni dell'Oriente, essere appellato Signore di tutta la terra [Athanasius, de Syn.]; e si fece alzar archi trionfali nelle Gallie e nella Pannonia per aver vinto dei Romani ribelli: gloria abborrita da tutti i saggi imperadori; pavoneggiandosi ancora delle vittorie riportate da' suoi generali [Ammianus, lib. 16, c. 6, et lib. 21, cap. 16.], come se in persona fosse egli intervenuto alle battaglie. Nè la sua clemenza andò molto innanzi, perchè spietato comparve contro chiunque o tentò o fu sospettato di tentare contro la di lui corona. Non si può poscia abbastanza esprimere che predominio avessero nella corte di lui gli adulatori, e quanta fosse la prepotenza de' suoi eunuchi, i quali, abusandosi della tenuità del di lui intendimento, e della timidità del suo cuore, l'ingannavano continuamente, ed arrivarono in certa guisa a far essi da imperadori di fatto, con lasciarne a lui il solo nome, perchè nulla operava, nulla determinava senza il lor consiglio, nè pur osando di far cosa che venisse da lor disapprovata. Di qua poi venne la vendita delle cariche e della giustizia, e l'elezion degl'indegni ministri e governatori con immenso danno dei popoli. Non venne anche un peggior male, cioè un gravissimo sconcerto alla Chiesa di Dio; perchè quella vile, ma superba canaglia, guadagnata dagli ariani, il portò a sposar gli empii loro insegnamenti, e a perseguitare i vescovi della Chiesa cattolica, e ad abbattere per quanto potè la dottrina della vera Chiesa di Dio. Però nella storia ecclesiastica noi il troviamo dipinto (e ben sel meritava) con dei neri colori, spezialmente da santo Ilario e da Lucifero vescovo di Cagliari, come principe o tiranno, che contra le leggi del Vangelo si arrogò l'autorità di far dipendente da' suoi voleri la religione santa di Cristo, e volle esser arbitro delle controversie della fede che Dio ha riserbato al giudizio dei sacri suoi pastori. Lo stesso Ammiano, ancorchè gentile, il condannò per questa sua prepotenza. Imbevuto egli così degli errori dell'arianismo, in essi durò poi sino alla morte, senza mai prendere il sacro battesimo, fuorchè negli ultimi dì di sua vita [Athanasius, de Syn. Socrat., lib. 2, cap. 47. Philostorg., lib. 6, c. 6.], nei quali fu battezzato da Euzoio vescovo ariano. Ma finiamola di parlar di un regnante cattivo, per passare ad un peggiore, che, provveduto da Dio di molte belle doti personali, avrebbe potuto far bella figura fra gl'imperadori de' Romani, ma per la sua empietà si screditò affatto presso de' Cristiani, che tuttavia rammentano con orrore il di lui nome. Parlo di Giuliano, che già aveva usurpato il titolo d'Imperadore Augusto, e si trovava nell'Illirico allorchè gli giunse la gratissima nuova della morte di Costanzo Augusto. Riserbando io di favellare più precisamente di lui all'anno seguente, solamente ora dirò ch'egli, veggendo tolto ogni ostacolo alla sua grandezza, marciò a dirittura a Costantinopoli nel dì 11 di dicembre [Mamert., in Panegyr. Ammianus, lib. 22, cap. 1. Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandr.], dove fu ben accolto, e fatto portar colà il cadavere del defunto cugino Augusto, gli fece dar sepoltura colla pompa consueta degl'imperatori nella chiesa degli Apostoli, intervenendo egli stesso alla sacra funzione come cristiano in apparenza, ancorchè qual fosse internamente, staremo poco a vederlo.


CCCLXII

Anno diCristo CCCLXII. Indizione V.
Liberio papa 11.
Giuliano imperadore 2.

Consoli

Mamertino e Nevitta.

Fu alzato Nevitta alla dignità consolare, perchè uomo di molto credito nel mestiere delle armi, e perchè di lui si fidava molto Giuliano, dopo averlo creato generale della cavalleria. Essendo costui barbaro di nazione, e probabilmente Goto, di costumi crudeli, ebbe motivo Ammiano Marcellino [Ammian., lib. 21, c. 11 et 12.] di riflettere, come accennammo di sopra, alla malignità di Giuliano, il quale poco prima avea tacciato Costantino di aver conferito il consolato a personaggi barbari, quando egli poco appresso fece lo stesso. Quanto a Mamertino primo console, Giuliano lo avea dianzi creato prefetto del pretorio dell'Illirico. Essendo egli uomo eloquente, compose e recitò nel dì primo di quest'anno, cioè nell'entrar console, un panegirico in lode di Giuliano, componimento salvato dalle ingiurie del tempo, e giunto sino ai dì nostri. Ma prima di raccontar le azioni spettanti a Giuliano nell'anno presente, non dispiacerà ai lettori di conoscere prima chi fosse questo novello Augusto. Altrove dicemmo che Flavio Claudio Giuliano avea avuto per padre Giulio Costanzo, fratello del gran Costantino, e per fratello Gallo Cesare, da noi veduto ucciso da Costanzo imperadore. Nacque in Costantinopoli [Julian., Epist. LI.] nell'anno 331. Allorchè mancò di vita Costantino il Grande nell'anno 337, e fu ucciso suo padre con altri parenti d'esso Augusto per ordine di Costanzo, anche Giuliano corse rischio di perdere la vita [Idem, in Misopog.]. Il salvò la sua tenera età. In Macello, luogo della Cappadocia, in Costantinopoli, e poscia in Nicomedia s'applicò allo studio delle lettere, avendo per maestro Eusebio vescovo di quella città [Socrates, Hist., lib. 3, c. 1.], famoso capo dell'arianesimo. Essendogli toccato per aio un eunuco, uomo di gran senno, chiamato Mardonio, questi per tempo gli diede buoni documenti di moderazione, di sprezzo dei divertimenti, e di fare resistenza alle passioni. Fu provveduto sempre di eccellenti maestri, ma cristiani, da Costanzo; e siccome a lui non mancava la felicità del talento, così fece non lieve profitto nelle scienze, e massimamente nell'eloquenza. Ma questa felicità d'ingegno consisteva piuttosto in una prontezza d'intendere e in una vivacità di esprimere i suoi sentimenti, e non già in una soda penetrazione e riflessione sopra le cose, essendo superficiale la forza della sua mente, e portata sempre alle novità la di lui inclinazione. Già si osservò che di nuovo fu in pericolo la di lui vita, allorchè quella di Gallo Cesare suo fratello mancò. Il sottrasse a quel rischio Eusebia Augusta, la di cui protezione servì ancora a farlo promuovere alla dignità di Cesare e al governo delle Gallie; dal che poi nacque la di lui ribellione contra del benefattore Costanzo.

Ma la più obbrobriosa delle azioni di Giuliano è quella che riguarda la sua religione. Era egli, non men che il fratello, stato allevato in quella di Gesù Cristo sotto varii precettori cristiani; la professava egli, e con varie opere di pietà si dava a conoscere (ed era in fatti allora) persuaso della verità e santità della medesima [Julian., Epist. LI.]. Confessa egli stesso che sino all'età di vent'anni stette saldo in essa religione; anzi, per togliere a Costanzo i sospetti ch'egli aspirasse in guisa alcuna all'imperio, si arrolò nella milizia ecclesiastica, e col fratello Gallo esercitò nel clero l'uffizio di lettore. Ma siccome egli era un cervello leggero e fantastico, insensibilmente si lasciò portare al paganesimo. Ordine espresso avea dato Costanzo [Socrates, Histor., lib. 3, cap. 1. Libanius, Orat. V et XII.] ch'egli non praticasse con Libanio sofista, letterato di gran credito allora per la sua eloquenza, ma gentile, per timore che noi sovvertissero le di lui ciance. Giuliano tanto più s'accese di voglia di leggere e di studiar segretamente le di lui opere, che servirono non poco ad infettarlo: tanta era la stima ch'egli professava a quel sofista. La scuola principale nondimeno della sua apostasia ed impietà fu l'essersi egli dato a praticar con gl'indovini, strologhi, maghi ed altri impostori, che gli fecero sperar la cognizion dell'avvenire: con che maggiormente se gli ammaliò e riempiè il capo d'illusioni, di oracoli, e della potenza dei falsi dii, con terminar poi i suoi studii in un'aperta empietà e somma prosunzione. Libanio stesso [Liban., Orat. X.] non ebbe difficoltà di confessare ch'egli era visitato dagli dii, da loro sapeva quanto si faceva sopra la terra: il che chiaramente ci fa comprendere le illusioni della magia. Per maestri di così sacrileghe arti e dottrine ebbe spezialmente Giuliano [Eunap., Vit. Sophist., cap. 5. Socrat., Hist., lib. 3, cap. 1. Liban., Orat. V.] Massimo Efesio, mago di professione, Eusebio discepolo di Edesio, un Jamblico diverso dal pitagorico, ed altri simili ciurmatori, più tosto che filosofi, i quali colle empie loro istruzioni il trassero in fine ad abbandonare il Cristianesimo, e ad abbracciare il culto degl'idoli. Ma come mai potè passare uomo intendente della santità della religion cristiana e della sua celeste morale all'aperta sciocchezza dell'idolatria, e a credere e a dare alle creature e a sorde statue di numi ossia di demonii il culto ed incenso dovuto al solo vero Dio? In poche parole ne dirò il perchè. Da che la religion cristiana luminosa comparve sul candelliere con tanta raccomandazione di verità, i filosofi, pagani, non sapendo come difendere tanta deformità dell'idolatria, ricorsero al ripiego di sostenere che sotto le più ridicole favole ed azioni vergognose dei lor creduti dii si nascondeva qualche mistero o verità o teologica, o istorica, o morale; e riconoscendo non esservi che un Dio, dicevano poi che nelle differenti deità si adorava quel medesimo Dio, cioè qualche suo attributo, rappresentato dai poeti sotto il velo di molte favole. In somma inorpellavano tanto la detestabil empietà e superstizione del paganesimo, ne predicavano l'antichità, ne esaltavano l'ampiezza, che la testa leggiera di Giuliano (per tale la riguardò anche Ammiano [Ammianus, lib. 16.]) vi precipitò dentro [Theodoret., Hist., lib. 3, c. 1. Gregorius Nazianz., Orat. III.]. E forse la spinta maggiore venne dal promettergli que' ciarlatani di pervenire per tal via al romano imperio. Dopo questo salto si studiava ben Giuliano di coprir la sua apostasia e idolatria nel suo cuore; finchè visse Costanzo Augusto, professava nell'esteriore il Cristianesimo, e poi la notte faceva dei sacrifizii a Mercurio, senza mettersi pensiero s'egli tradiva Dio e la propria coscienza. Ma chi sapeva ben esaminar le di lui azioni, i ragionamenti e quel suo spirito volubile, inquieto, buffone, sprezzante, giungeva a scorgere ch'egli non era cristiano, o pur era un mal cristiano, e che si allevava in lui un fiero mostro all'imperio romano. San Gregorio Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che il conobbe e praticò in Atene, ce ne lasciò un vivo ritratto, per cui predisse quello che in fatti poi fu. Aggiungasi ora che Giuliano, dopo essersi applicato alla filosofia di que' tempi, affettò da lì innanzi di comparir filosofo non solamente in molte azioni, ma con prender anche l'abito proprio de' filosofi, cioè il mantello, e nudrire le barba: tutto per acquistarsi credito con tale apparenza presso chi solo misura gli uomini dal portamento esterno. La sua sobrietà era grande [Ammianus, lib. 16. Julian., in Misopog. Libanius, Orat. X et XII.]; poco sonno prendeva, e questo sopra un tappeto e una pelle. De' piaceri e divertimenti del teatro, del circo, de' combattimenti nulla si dilettava; in una parola, da che fu creato Cesare, con questa severità di costumi molta riputazione s'acquistò nelle Gallie, col ministrar buona giustizia, con frenar le insolenze e l'avidità delle arpie, cioè dei pubblici uffiziali, che con taglie ed avanie cercavano di accrescere le calamità de' popoli, e di empiere la propria borsa.

Ritornando ora al corso della storia, convien ripetere che nel dicembre del precedente anno, mentre esso Giuliano soggiornava in Naisso città della Dacia (Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 1.] scrive nella Tracia), gli giunse l'avviso della morte di Costanzo, avviso il più grato che mai gli potesse avvenire. Secondo Ammiano [Ammian., lib. 22, cap. 2.], fecero a lui credere gli ambasciatori che Costanzo, prima di spirar l'anima, l'avea dichiarato suo successore: il che non par vero, quando sussista che l'apostasia di Giuliano fosse a lui già nota. San Gregorio Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. XXI.] aggiugne essere stata fama che Costanzo sul fin della vita si pentisse di tre cose: cioè di avere sparso il sangue de' suoi parenti, di aver conferita a Giuliano la dignità di Cesare e di aver cagionato tante turbolenze nella Chiesa di Dio. Quando pur si accettasse per vero che Costanzo, giacchè non potea togliere a Giuliano la successione, gliel'avesse lasciata, ciò sarebbe stato per procacciare il di lui favore a Faustina Augusta sua moglie, la quale restava gravida, e partorì dipoi una femmina. Tutto lieto, siccome già dicemmo, passò Giuliano a Costantinopoli, dove qualche poco ancora fece la figura di cristiano, e poscia, per attestato di Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 1.] e di Ammiano [Ammianus, lib. 22, cap. 5.], cavatasi la maschera, apertamente professò l'idolatria. Anzi non aveva aspettato fino a questo tempo, perchè Libanio [Liban., Orat. XII.] e il Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. III.] attestano che, appena giunto nell'Illirico, avea ordinato che si aprissero i templi de' pagani, e che si sacrificasse agl'idoli [Julian., Epist. ad Atheniens.]; nè tardarono punto gli Ateniesi a valersi di questo sacrilego indulto. Che allegrezza per questa metamorfosi provassero i gentili, che orrore e dispiacere i cristiani, non occorre ch'io lo dica. Corsero a gara i deputati delle città e provincie a riconoscere il nuovo sovrano [Julian., in Misopog. Eunap., Vit. Sophist.], portandogli delle corone d'oro; e gli Armeni ed altri re dell'Oriente, fuorchè il persiano, e fin gl'Indiani tributarongli dei regali. Anche dagli stessi Goti gli furono spediti ambasciatori per rinnovare i precedenti trattati; ma Giuliano fu vicino a romperla con loro, perchè non volea legge da que' Barbari, nè lasciarsi far paura, com'era avvenuto sotto il precedente Augusto. Quindi si diede a riformar la corte imperiale per risparmiare le spese, cassando una prodigiosa quantità di cuochi, barbieri ed altri simili, ed anche più riguardevoli uffiziali, che mangiavano a tradimento il pane del principe. Specialmente mandò a spasso tutti coloro che aveano servito a Costanzo, non distinguendo i buoni dai cattivi [Liban., Orat. X.], e sostituendo degli altri a suo talento. Ancorchè Ammiano [Ammianus, lib. 22, cap. 4.] pretenda che la maggior parte di costoro fosse piena di vizii, e s'ingrassasse a forza d'iniquità e di rubamenti, con dire fra le altre cose che avendo Giuliano dimandato un barbiere per farsi tosare, se gliene presentò uno sì magnificamente vestito, che Giuliano gridò [Zonaras, in Annal.]: L'ordine mio è stato che si chiamasse un barbiere, e non già un senatore: contuttociò lo stesso Ammiano condanna sì rigorosa riforma da lui fatta, con ridurre tanta gente in una misera povertà. Libanio [Liban., Orat. X.] all'incontro il loda forte per questo, aggiugnendo ch'egli ristrinse al numero di mille e settecento coloro che si chiamavano agentes in rebus, ufficiali del fisco, poco diversi, o pure gli stessi che i curiosi e frumentarii, cioè ispettori ed esattori che si mandavano per le provincie. Dianzi si contavano dieci mila di costoro.