Qui nondimeno non si fermò Giuliano. Eresse un tribunal di giustizia, affinchè quivi si ascoltassero le molte querele de' particolari contro gli uffiziali del defunto Costanzo. Capo ne fu Sallustio Secondo, dichiarato prefetto del pretorio d'Oriente, a cui furono aggiunti Mamertino e Nevitta, consoli di quest'anno, Arbezione ed Agilone [Ammianus, lib. 22, cap. 3.]. Costoro, iti a Calcedonia, cominciarono a processar chiunque non godea la grazia di Giuliano, principalmente chi gli era in disgrazia. Palladio, già mastro degli uffizii (splendida dignità della corte), fu relegato in Bretagna; Tauro, già prefetto del pretorio, a Vercelli, benchè non sel meritasse; Fiorenzo, anch'esso mastro degli uffizii, in un'isola della Dalmazia. L'altro Fiorenzo già prefetto del pretorio delle Gallie, che aveva irritato forte Giuliano, se ne fuggì colla moglie, e nascoso stette finchè visse Giuliano, perchè contra di lui fulminata fu la sentenza di morte. D'altri cospicui uffiziali processati e condannati chi all'esilio, chi a perdere il capo, parla Ammiano; e perchè non solo a' colpevoli, ma anche a molti innocenti si stesero le condannagioni, Giuliano si tirò dietro le maledizioni, non che le mormorazioni de' suoi parziali, e molto più di chi era nemico, per sì fatte crudeltà. Con tal occasione si può dire che cominciò la persecuzione di Giuliano contra de' cristiani, perchè tutti i cortigiani professanti la legge santa di Cristo furono da lui cacciati fuori del palazzo. Dalle lettere del medesimo Giuliano [Julian., Epist. XXXVIII.] risulta, aver esso invitato alla sua corte Massimo filosofo, quello stesso che poco fa dicemmo essergli stato maestro di magia [Liban., Orat. XII.], e dell'arte empia ed ingannatoria di cercar l'avvenire. Allorchè seguì l'arrivo di costui alla corte [Ammianus, lib. 22, cap. 7.], Giuliano era nel senato, e, dimenticata la propria dignità, corse ad incontrar l'impostore, come se fosse stato qualche re, o divinità, abbracciandolo e baciandolo: azione lodata da Libanio, ma ritrovata assai impropria da Ammiano. Questa sua eccessiva degnazione verso le barbe de' filosofi cagion fu che altri di tal professione [Gregor. Nazianz., Orat. IV. Eunapius, Vit. Sophist., cap. 5. Socrates, lib. 3, cap. 1.] a folla accorsero da varie parti alla corte; alcuni anche vi furono chiamati. Di carezze e belle parole certamente si mostrò liberale con esso loro il filosofo imperadore: di tanto in tanto teneva ancora alcun di essi alla sua tavola, e beveva alla lor salute: pavoneggiavasi inoltre, nell'uscir di palazzo, di esser corteggiato da essi; ma in fine i più di loro lasciava colle mani piene di mosche, e laddove erano coloro venuti lusingandosi di far gran fortuna, si trovavano poi costretti, per non morir di fame, a ritornarsene delusi ai lor paesi, maledicendo non so dire se più la furberia ed avarizia di Giuliano, o pure la stolta loro credulità. Ci lasciò san Giovanni Grisostomo [Chrysostomus, in Gent.] una descrizion della corte d'esso Giuliano, tale che fa orrore. Imperocchè, appena si seppe ristabilita da lui l'idolatria, e come egli era perduto dietro allo studio dell'avvenire, che da ogni banda fioccarono colà maghi, incantatori, auguri, indovini, e simil razza di gente, alcuni dei quali di pezzenti divenivano appresso non solo sacerdoti, ma pontefici del gentilesimo. Con costoro si tratteneva Giuliano, poco curando i generali e magistrati; e qualora usciva in pubblico, il seguitava un infame corteggio di tali ciurmatori; nè vi mancava quello di molte femmine che professavano le medesime empie arti ed illusioni, uscite da' bordelli e d'altri luoghi, dove vendevano le inique loro mercatanzie. In testimonio di questa verità il Grisostomo chiama moltissimi tuttavia allora viventi, e ben pratici della corte dell'apostata Augusto. E il Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che fioriva nell'istesso tempo, ci assicura che si vedeva Giuliano mangiare pubblicamente e divertirsi con quelle infami donne, coprendo quest'obbrobrio col pretesto ch'esse servivano alle cerimonie dei suoi sagrifizii e misteri.

E tale era la vita di questo imperatore, il quale nientedimeno non ometteva di applicarsi ai pubblici affari, come consta da molte sue leggi [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]; ed era frequente al senato, dove spezialmente campeggiava la di lui vanità nel recitar delle arringhe ed orazioni, e nel decidere le liti. Volendo poi esercitare la gratitudine verso di Costantinopoli patria sua, per attestato di Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 11.], vi costituì un senato simile a quel di Roma. Ma sapendosi che anche prima d'ora un senato v'era in quella gran città, vorrà egli dire che gli concedè i privilegii medesimi e lo stesso decoro che godeva il senato di Roma. Vi fabbricò eziandio un porto che difendesse dal vento australe le navi, ed anche un portico che guidava ad esso porto, della figura del sigma greco, che si solea allora scrivere come il C de' Latini. Formò ancora [Julian., Epist. LVIII. Themistius, Orat. IV.] sopra il portico regale una biblioteca, dove ripose quanti libri egli possedeva. Studiossi ancora di condurre da Alessandria colà un obelisco: cosa già meditata dall'imperador Costanzo, ma nè pure da lui eseguita dipoi per la sua morte. Di questo parla egli in una epistola da me data alla luce [Anecdota Graeca, pag. 325.]. Bella azione dovette poi parere quella di Giuliano [Ammian., lib. 22, cap. 5.], allorchè liberò dell'esilio tutti i vescovi già banditi da Costanzo ariano, uno de' quali fu santo Atanasio, benchè poi nel seguente anno per ordine del medesimo Giuliano di nuovo ne fosse cacciato. Ma infin lo stesso Ammiano, e poi Sozomeno [Sozomen., lib. 5 Hist., cap. 5. Chron. Alexandr. Chrysost., Orat. II in Babyl.] ed altri chiaramente riconobbero aver ciò fatto il malizioso Augusto, non già per alcun buon cuore verso i pastori del popolo cristiano, ma affinchè, trovandosi eglino liberi, si continuassero come prima le civili discordie tra loro, cioè tra' cattolici, ariani, donatisti, macedoniani ed eunomiani; e la plebe interessata in quelle contese non pensasse a far tumulti e sedizioni contra del regnante: il che fu ancora avvertito da sant'Agostino in riguardo ad essi donatisti. Dieci mesi pretende Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 11.] che Giuliano si fermasse in Costantinopoli. Dovea dire quasi otto; imperciocchè le leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.] cel rappresentano in quella città forse per tutto maggio. Di là poi mosse per passare in Antiochia con disegno di far pentire i Persiani di tanti danni recati al romano imperio. Per qualche tempo si fermò nella Bitinia; e massimamente in Nicomedia, città sì grandiosa ne' tempi addietro, e diroccata dal terribil tremuoto dell'anno 358: il che cavò le lagrime dagli occhi di Giuliano, e dalla sua borsa molto danaro per riparar quelle rovine. Una sua legge abbiamo quivi data nel luglio del presente anno. Per viaggio visitò quanti templi famosi la gentilità avea riaperti in quelle parti, sagrificando dappertutto con gioia immensa de' pagani e dolor de' cristiani. Non finì il luglio che giunse ad Antiochia, ricevuto con acclamazioni indicibili da quel popolo, e molte leggi si veggono date da lui nei susseguenti mesi in quella città [Ammian., lib. 22, cap. 10.]. Quivi si applicò ad ascoltar le querele dei particolari, e a decidere le loro liti con giuste bilancio, e senza guardar in faccia a chi che sia, nè qual fosse la di lui religione. Confessa nondimeno Ammiano ch'egli camminava in ciò con troppa fretta, e che, conoscendo poi la leggerezza del suo ingegno e l'impetuosità della sua collera, raccomandava ai suoi assessori di frenarlo, per non fallare. Un dì si presentò a' suoi piedi Teodoto, uno de' primi cittadini di Jerapoli, ma tremando, perchè sapeva d'essere in disgrazia di lui. Giuliano il ricevette con volto cortese, e gli disse [Ammian., lib. 22, cap. 14.] che se ne ritornasse a casa senza paura, affidato dalla clemenza di un principe che solamente bramava di sminuire il numero de' suoi nemici con farseli amici. Belle parole, quand'anche in Antiochia fece continuar i processi e le condanne contra di molti, da' quali si pretendeva offeso. Ed in essa città ancora si diede più che mai a perseguitare i cristiani, per l'odio che portava alla lor religione, e per rabbia, sapendo di essere detestato da essi, essendovi stati alcuni che a visiera calata lo aveano rimproverato per la sua apostasia ed empietà. Fin sotto il precedente anno già dicemmo aver gli dato principio a sfogar questo suo mal animo contra d'essi cristiani, cacciando dalla sua corte chiunque abborriva di adorare i suoi falsi dii, uno de' quali specialmente fu celebre [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], cioè san Cesario, fratello di san Gregorio Nazianzeno, e medico suo, che generosamente abbandonò il posto per non abbandonar la fede di Gesù Cristo. Escluse dipoi dalla milizia tutti i cristiani; ordinò che niuna carica si desse, se non agli amatori degl'idoli; proibì ai Cristiani l'insegnare ed imparar le scienze e le belle lettere. E quantunque non osasse pubblicamente di levar la vita a chi seguitava la legge di Cristo, perchè infinito era il lor numero, ed egli paventava delle sollevazioni: pure in segreto gran copia ne fece uccidere, e sotto di lui la Chiesa contò moltissimi gloriosi martiri [Idem, Orat. III. Theodor., lib. 3. Hist., cap. 11 et seq.], senza poter nè pure raccogliere il numero di tutti. Mise anche in opera tutte le arti, lusinghe e premii per sovvertire i medesimi cristiani; e pur troppo non pochi ne trovò che si lasciarono vincere da così dolci batterie. Ma intorno a ciò rimetto io il lettore agli Annali Ecclesiastici del Baronio [Baron., in Annalib. Eccl.], e sopra tutto al Tillemont [Tillemont, Mémoires pour l'Histoire Ecclesiastiq.], che egregiamente ha trattato questo argomento, siccome ancora al Fleury nella sua Storia Ecclesiastica [Fleury, Hist. Eccl.].


CCCLXIII

Anno diCristo CCCLXIII. Indizione VI.
Liberio papa 12.
Gioviano imperadore 1.

Consoli

Flavio Claudio Giuliano Augusto per la quarta volta e Secondo Sallustio.

Era questo Sallustio console anche prefetto del pretorio delle Gallie, e diverso da un altro Sallustio prefetto del pretorio d'Oriente, siccome può vedersi presso il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad annum 362, n. 32.]. Lucio Turcio Secondo Aproniano Asterio, uno de' senatori che da Roma furono inviati a Giuliano, fu creato prefetto di Roma in questo anno, ed è sommamente lodato da Ammiano [Ammian., lib. 26, cap. 3.] pel buon governo che fece col mantenervi l'abbondanza de' viveri e la pace, e col perseguitar severamente gli incantatori e malefici che il paganesimo produceva in gran copia. Volle Giuliano onorato il suo consolato da un panegirico di Libanio sofista, e questo l'abbiam tuttavia. Varii segni diede in questi tempi Iddio dello sdegno suo con molte calamità inviate all'imperio romano, le quali avrebbono potuto avvertir Giuliano della sua empietà, s'egli fosse stato capace di correzione [Gregor. Nazianz., Orat. IV. Chrysostom., in Gent. Sozomenus, lib. 6 Hist., cap. 2.]. Frequenti furono i tremuoti che afflissero molte città. Nicomedia stessa che, per ordine di Giuliano, cominciava a risorgere, tornò di nuovo alle primiere rovine. Nicea in gran parte andò per terra; e Costantinopoli corse rischio di un eguale esterminio. Libanio [Liban., Orat. XII.] è testimonio che ne patirono forte le città della Palestina e della Libia, e traballarono le più grandi della Sicilia e tutte quelle della Grecia. Si bruciò in Roma il tempio d'Apollo, e nell'ottobre antecedente era del pari rimasto divorato dalle fiamme l'altro insigne tempio d'Apollo esistente in Dafne, luogo posto in vicinanza d'Antiochia [Ammian., lib. 22, cap. 13.]. Trovavasi allora in essa città Giuliano; e perchè sospettò che il fuoco fosse stato attaccato dai cristiani per l'odio che professavano contra di lui, fece far molti processi, tormentar molte persone, e chiudere la chiesa maggiore. Anche Alessandria in Egitto restò fieramente inondata e danneggiata dal mare a dismisura gonfiato. A questi mali si aggiunse una orribil carestia che afflisse tutto il romano imperio, e fu seguitata dalla peste: malori che fecero perire una gran quantità di persone. Entrò la fame con Giuliano in Antiochia, o pur crebbe a cagion della numerosa sua corte [Julian., in Misopog. Libanius, Orat. XII.]. Il popolo smaniava, e portò i suoi lamenti ad esso imperadore, con accusare i ricchi, come cagione del caro de' viveri, tenendo chiusi i loro granai. A questo disordine si credette di rimediare col suo gran senno Giuliano, tassando il prezzo di essi viveri assai bassamente. Ne seguì appunto un effetto tutto contrario a' suoi disegni, perchè laddove prima si scarseggiava solamente di grano, venne anche a mancare l'olio, il vino ed altre specie di commestibili, non potendo i mercatanti vendere a quel basso prezzo la vettovaglia senza rovinarsi. Questa imprudenza di Giuliano vien condannata fin da Ammiano [Ammianus, lib. 22, cap. 14.] e da Libanio [Liban., in Vita sua.] suoi panegiristi.

Ma il popolo d'Antiochia, che, oltre all'essere naturalmente inclinato alla satira e alle pasquinate, si trovava per la fame assai malcontento di Giuliano [Zosimus, lib. 3, cap. 11.], e maggiormente ancora perchè, troppo avvezzo agli spettacoli pubblici, osservò che Giuliano gli abborriva, e di alcun d'essi non li regalò: quel popolo, dissi, ne fece quella vendetta che potè, dileggiandolo pubblicamente con dei motti pungenti, e deridendolo con dei versi satirici [Julian., in Misopog.]. Specialmente mettevano in burla la di lui piccola statura, benchè marciasse con passi da gigante, e la sua lunga barba, per cui somigliava un caprone, e con cui si poteano far delle funi. Gli davano il titolo di macellaio per tante bestie ch'egli svenava ne' suoi empii sagrifizii. Similmente il beffavano per la vanità di portar egli colle proprie mani i vasi ed altre cose sacre, facendo piuttosto la funzion di sagrificatore che di principe. Si può ben credere che molti cristiani, dei quali era senza paragone più che di pagani piena Antiochia, ebbero parte con imprudenza a questi scherni dell'apostata Augusto. Al vedersi Giuliano sì sconciamente messo in commedia [Socrates, lib. 3 Hist., cap. 17. Sozomenus, lib. 4 Hist., cap. 19.], smaniava ben per la collera, e minacciava pene e scempii a quell'indiscreto popolo; ma perchè la positura de' suoi affari non gli permetteva di venir per ora a verun pubblico gastigo, la vendetta che ne fece, fu di comporre coll'aiuto di Libanio una invettiva [Gregorius Nazianz., Orat. IV.] satirica contro il popolo d'Antiochia, intitolata Misopogon, cioè Nemico della barba, carica di velenose ironie, spacciando que' cittadini per gente interessata, data al lusso, alla crapola, vana, e perduta unicamente dietro a' teatri e alle bagattelle. Pubblicò egli solamente nel gennaio di quest'anno essa satira, applaudita non poco dai parziali pagani, ma derisa prima e dopo la morte di lui dai cristiani. Il peggio fu ch'essa ad altro non servì [Ammianus, lib. 22, cap. 14.] che ad aguzzar maggiormente le lingue di quel popolo contro di lui. In questi tempi evidente fu, celeste e degno di grande attenzione, un miracolo operato dalla mano di Dio. Avea conceduto Giuliano, per far dispetto ai cristiani, che i Giudei potessero rimettere in piedi il loro tempio di Gerusalemme. Corsero da tutte le parti costoro con immense oblazioni d'oro per eseguire la disegnata fabbrica. Demolirono le reliquie dell'antico tempio per farne un nuovo, venendo essi a verificar sempre più la predicazione di Gesù Cristo [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 15. Gregorius Nazianz., Orat. IV. Socrates, l. 3 Hist., c. 20.]. Ma dacchè ebbero ben cavato per cominciare i fondamenti, ecco un tremuoto che rovinò tutte le cave e case vicine colla morte d'assaissime persone, e specialmente di moltissimi di quegli operai. Non rallentarono per questo i Giudei il lavoro; ma, nel più bel del cavare, sboccò da più lati de' fondamenti, e più di una volta, un fuoco che abbruciò gran numero di persone; e beato chi ebbe tempo da fuggire. In somma questi ed altri flagelli, riconosciuti per prodigiosi fin dagli stessi Giudei, fecero cessar l'impresa, e recarono insigne gloria alle parole del Salvatore e alla santa sua religione. E non già i soli scrittori cristiani di questo e del seguente secolo, come il Nazianzeno, sant'Ambrosio [Ambros., Epistol. ad Theod.], il Grisostomo [Chrysostomus, in Judaeos.], Socrate, e Sozomeno, ed altri attestarono la verità del miracolo, ma anche lo stesso Ammiano [Ammianus, lib. 23, cap. 1.] gentile ne fa fede con iscrivere: Metuendi globi flammarum prope fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere locum exustis aliquoties operantibus inaccessum.

Le applicazioni maggiori dell'Augusto Giuliano erano state fin qui intorno i preparamenti della guerra ch'egli meditava di fare a Sapore re di Persia, per vendicare, diceva egli, i tanti oltraggi e danni recati all'imperio romano da' Persiani sotto Costanzo, ma più per avidità di gloria, figurandosi non da meno d'altri Augusti predecessori che aveano portate l'armi e il terrore nel cuor della Persia. Ed ancorchè Sapore, sentendo il turbine minaccioso, dimandasse con sua lettera di potergli spedire degli ambasciatori per trattar di pace, con offerir anche delle condizioni vantaggiose [Liban., Orat. X.], Giuliano stracciò la lettera, nè volle ascoltarlo. Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 19.] pretende che gli ambasciatori vennero, ma non riportarono altra risposta, se non che verrebbe l'imperatore a trattare in persona con quel re senza bisogno d'ambasciatori. Ammassato dunque un fioritissimo e potente esercito, senza voler aiuto da molte nazioni orientali che s'erano esibite ausiliarie, a riserva d'un corpo di Goti, mosse Giuliano da Antiochia nel dì 5 di marzo [Ammianus, lib. 23, cap. 2.]. Ai nobili antiocheni che lo accompagnarono un pezzo, e gli augurarono un buon viaggio, e un felice e trionfal ritorno, con pregarlo di venir più placato e clemente verso di loro, aspramente rispose che nol vedrebbono più, perchè volea passare il verno in Tarso della Cilicia. Ve lo passò, ma diversamente da quello ch'egli credeva. Il viaggio del guerriero Augusto e della sua armata, e il passaggio dell'Eufrate, si trovano descritti dal medesimo Giuliano [Julian., Epist. XXVII.], da Ammiano [Ammianus, lib. 23, cap. 2.] e da Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 12.]. Giunto ch'egli fu a Carres, lasciò uno staccamento di circa venti mila persone sotto il comando di Procopio e del conte Sebastiano, acciocchè custodissero le frontiere della Mesopotamia, con iscrivere nel medesimo tempo ad Arsace re dell'Armenia in termini ingiuriosi, perchè era cristiano, e comandandogli boriosamente di venire ad unire le sue forze colle sue. Non mancò Sozomeno [Sozom., lib. 6 Histor., cap. 1.] di rilevar la vanità di Giuliano in quella lettera, e il di lui veleno contro di Costanzo Augusto: lettera che, perduta in addietro, ho io poi data alla luce [Anecdota Graeca.]. Intanto una flotta di settecento barche e di quattrocento altre da carico scendeva per l'Eufrate, e venne ad unirsi all'armata di terra. Ammiano ne fa molto maggiore il numero. Prese allora Giuliano il cammino a seconda di quel fiume, e dopo aver passato il fiume Abora, e fatto rompere il ponte, affinchè i soldati conoscessero che conveniva menar le mani, e non fuggire, gl'incoraggì poi col donare a cadaun soldato centotrenta nummi d'argento [Zosim., lib. 3. cap. 13.]. I suoi principali comandanti dell'armata erano Nevitta, Arinteo, Ormisda fratello bandito del re Sapore, Dagalaifo, Vittore e Secondino. Ascendeva questo corpo d'armata a sessantacinque mila persone, gente scelta, e con esso entrò Giuliano nel paese persiano dalla parte dell'Assiria, come dice Ammiano; e trovato quel territorio fertile e ricco, lasciò metterlo tutto a sacco; e ciò senza consigliarsi colla prudenza, perchè si privò de' foraggi e viveri che gli avrebbono potuto servir nel ritorno. Ammiano [Ammianus, lib. 24, cap. 1.], che si trovava in quella spedizione, oltre a Libanio [Liban., Orat. XII.] e Zosimo [Zosim., lib. 3, cap. 17.], descrive minutamente il continuato viaggio di Giuliano, a cui niuno si trovava che facesse resistenza. Prese alcune castella, e specialmente la città di Bersabora, una delle maggiori di quelle contrade, e poscia a forza d'armi Maozamalca, altra gran città. Non era egli lungi da Ctesifonte, capitale allora della Persia, quando arditamente fece passare il fiume Tigri all'armata sua in faccia ai nemici che ne difendevano la ripa opposta, e andarono ben presto in rotta. Vero è avere Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 21.] scritto che Giuliano imprese l'assedio di Ctesifonte, dove era chiuso lo stesso re Sapore; ma dagli autori contemporanei, cioè da Ammiano, Libanio e s. Gregorio Nazianzeno, altro non sappiamo se non ch'egli fece dar il guasto ai contorni d'essa città, e che Sapore si trovava lungi di là, intento a metter insieme una poderosa armata per resistere ai Romani. Non lasciò egli di spedir altri deputati a Giuliano per dimandar pace; e questi s'indirizzarono ad Ormisda, fratello d'esso re, il quale militava in favor di Giuliano. Ne parlò Ormisda; ma Giuliano, senza volerne intender parola, gli ordinò di licenziar tosto que' messi, e di coprire il motivo della lor venuta per timore che le lusinghe della pace non ismorzassero l'ardor delle truppe. Giacchè riconobbe pericoloso l'assediar Ctesifonte, non che difficile l'impadronirsene, determinò Giuliano di tornarsene addietro alla lunga del Tigri [Joan. Malala, Chron. Rufus Fest., in Brev.]. Ma lasciatosi sovvertire da un furbo disertore persiano, al dispetto de' consigli d'Ormisda si allontanò da quel fiume, e prese a passare per mezzo al paese insperanzito ancora di trovar Sapore e di dargli battaglia. Fece prendere ai soldati dei viveri per venti giorni, ed affinchè la flotta, da cui ritirò le milizie, non cadesse in man dei nemici, a riserva di alquante barche, tutta la bruciò. Dio, che voleva alfin liberare la terra da questo nemico del nome cristiano, e che tanto confidava ne' falsi dii, permise ch'egli si accecasse in questa forma, appigliandosi ad una risoluzion tale, che da Ammiano e de altri altamente vien condannata.