Si mise in marcia l'armata romana, ma piena di mormorazioni, nel dì 16 di giugno: ed ecco comparir Sapore con quante forze potè, non per decidere la sorte con una giornata campale, ma solamente per infestare e pizzicar da ogni lato i Romani, sperando specialmente di affamarli, perchè preventivamente avea desolato il paese per dove aveano da passare [Ammianus, lib. 25, cap. 1 et seq. Rufus Festus, in Brev. Aurelius Victor, in Epitome.]. Così appunto avvenne. D'uopo fu lo star quasi sempre in armi; frequenti furono le scaramuccie; mancarono in fine i viveri, e foraggio non si trovava: però i lamenti e la costernazione si diffusero per tutto l'esercito. Venne il dì 20 di giugno, in cui più arditi che mai giunsero in grosso numero e in varii corpi i Persiani ad assalire i Romani che erano in marcia, molestandoli qua e là, e massimamente alla coda. Giuliano, all'intendere il gran rumore e la strage che faceva de' suoi il nimico, senza far caso del trovarsi allora senza usbergo, anzi affatto disarmato, dato di piglio ad uno scudo, volò ad incoraggire i suoi. Ma mentre egli dà la caccia ai nemici [Ammianus, lib. 25, cap. 3.], un'asta lanciata da un cavaliere gli volò addosso, e trapassategli le coste, penetrò sino alle viscere. Caduto da cavallo, fu immediatamente portato sopra uno scudo in luogo sicuro; si mise mano ai medicamenti; tale nondimeno era la ferita, che nella notte seguente si trovò disperata la sua salute. Dimandò egli che luogo era quello. Gli fu risposto Frigia. Allora Giuliano si tenne spedito, perchè dicono essergli stato gran tempo innanzi predetto che morrebbe nella Frigia. Di simili predizioni altri esempli ci somministra la storia, con apparenza che sieno state inventate dopo il fatto dai gentili, per accreditar le pazze loro superstizioni. In somma Giuliano in quella stessa notte terminò i suoi giorni in età di circa trentadue anni. Tale è il racconto che fa della morte di Giuliano lo storico Ammiano, il quale si trovava in quella stessa armata, ed aggiugne essersi nel conflitto d'esso giorno fatto gran macello dei Persiani, finchè la notte diede fine alla pugna, e che restarono sul campo morti cinquanta dei loro satrapi. Io non la finirei sì presto, se volessi qui riferir la varietà dei racconti che abbiamo intorno alle circostanze della morte di questo apostata imperadore. Scrive Teodoreto [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 20.] ch'egli, preso colla mano del suo sangue, lo gittò in aria dicendo: L'hai vinta, Galileo. Così soleva egli chiamare il Signor nostro Gesù Cristo. Altrettanto abbiamo da Sozomeno [Sozomenus, Histor., lib. 4, cap. 2.]. Secondo Filostorgio [Philostorg., lib. 6, cap. 15.], egli bestemmiò il sole, suo gran dio, e tutti gli altri dii, trattandoli da traditori. Quanto al cavaliere che colla lancia (altri [Zonaras, in Annalib. Chronicon Alexandrin.] dicono con un dardo, ed altri colla spada) diede il colpo mortale a Giuliano, mai non si potè sapere chi fosse. Libanio sofista pagano [Liban., Orat. XII.], spacciato adorator di questa apostata, il solo è che ne fa autore un cristiano, giacchè egli dice aver prima d'allora i cristiani tramate altre insidie contro la vita di lui; e che il re persiano, per quante diligenze facesse, e per quante ricompense promettesse, non potè trovare alcun de' suoi che si vantasse d'aver fatto quel colpo. Ma il medesimo Libanio altrove [Idem, Orat. XI.] tien un altro parere, attribuendo ciò ad un Aquemenide, cioè ad un Persiano. Eutropio [Eutrop., in Breviar.], che si trovò anche egli in quella spedizione, Rufo Festo [Rufus Festus, in Breviar.] ed Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] scrivono che la ferita venne dalla mano d'un cavalier nemico, che gli gittò l'asta in fuggire, com'era l'uso de' Persiani. Ammiano e Zosimo, se un cristiano fosse stato l'uccisore, siccome pagani, verisimilmente non l'avrebbono taciuto. Il primo d'essi solamente scrive essere corsa voce, che un Romano l'avesse mortalmente ferito. Qualunque nondimeno fosse un tal cavaliere, certo egli fu esecutore e ministro della volontà e giustizia di Dio, nel cui tribunale era acceso il processo della nera apostasia di Giuliano, e peroravano le lagrime e preghiere de' santi contra di questo persecutore del popolo e della religion de' cristiani. Però essi cristiani attribuirono alla onnipossente mano di Dio la di lui caduta [Joannes Malala, in Chron. Alexand.], e il rappresentarono dipoi come trafitto con una lancia da san Mercurio martire. Fu portato il corpo dell'estinto Giuliano a Tarso di Cilicia [Gregor. Nazianzen., Orat. IV.], dove accompagnato da commedianti e buffoni (che tale era l'uso dei gentili) ebbe un'assai vile sepoltura, e per accidente fu posto vicino a quello di Massimino II Augusto, cioè di un altro fiero nemico della religion cristiana. Non si potrebbe abbastanza dire con che gioia dai popoli cristiani, con che dolore dai pagani fosse intesa la morte di questo empio imperadore. Libanio [Liban., in Vita sua. Idem, Orat. XI et XII.] confessa che fu vicino a darsi la morte a questo avviso; ma volle sopravvivere, per poterne far l'orazione funebre, ed in fatti la compose dipoi con impiegar la sua adulatoria eloquenza a dare risalto alle apparenti di lui virtù, e a caricarlo di lodi eccessive. Ma nè pur fra i cristiani mancò chi con migliore pennello lasciò dipinti i vizii e le iniquità di Giuliano; e questi fu san Gregorio Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], il quale con soda facondia compose due celebri orazioni contra di lui, e ci lasciò un ritratto più somigliante al vero di quel che fecero i gentili.

Questo avvenimento poi, quanto men pensato, tanto più dovette recar di confusione non solo al medesimo Giuliano ferito, ma ancora al paganesimo tutto. Sforzaronsi ben Ammiano [Ammian., lib. 23, cap. 2.] e Libanio [Liban., de Templ.] per far credere che gli aruspici indovini e maghi, de' quali cotanto abbondava, e sì forte si fidava il superstizioso Augusto, osservarono più presagii della di lui vicina morte; ma il fatto grida in contrario. Certo è che Giuliano, badando a quegl'impostori, si prometteva gloriose vittorie, ed aveva già spedito Memorio presidente della Cilicia, perchè gli preparasse buon quartiere in Tarso, dov'egli pensava di svernare. Si sa inoltre che egli avea minacciato un fiero scempio ai cristiani, tornato che fosse glorioso per la sognata vittoria de' Persiani. Fuor di dubbio è ancora che Giuliano [Ammian., lib. 22, cap. 12.] prima di uscire in campagna, e per tutto il viaggio, fece innumerabili sagrifizii, tanto per aver favorevoli gli insensati suoi dii, quanto per cercar nelle viscere delle vittime la cognizion dell'avvenire. Lo stesso Ammiano [Idem, ibid.] confessa ch'egli alle volte in un sol sacrifizio faceva scannar centinaia di buoi, ed innumerabili greggi d'altre bestie, e bianchi uccelli, cercati per mare e per terra, di modo che quasi non passava giorno, in cui colle carni di tanti animali uccisi non solamente s'ingrassassero i falsi suoi sacerdoti, ma ne sguazzassero ancora tutti i suoi soldati: spesa indicibile, condannata fin da quel medesimo storico gentile. Così nel celebre tempio di Carres dedicato alla Luna, per quanto narra Teodoreto [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 21.], chiusosi Giuliano un giorno durante la suddetta spedizione, non si seppe cosa ivi facesse, se non che uscito, mise le guardie a quel luogo, con ordine di non lasciarvi entrar persona sino al suo ritorno. Venuta poi la nuova di sua morte, fu aperto il tempio, e vi si trovò una donna impiccata col ventre aperto, per qualche incantesimo fatto da Giuliano, o pure per cercar nelle di lei viscere quel che gli dovea succedere nella guerra co' Persiani. Che impostore solenne dovette mai essere il primo che fece credere, e trovò poi tanti che stoltamente credettero potersi nelle viscere degli animali scoprir l'avvenire de' fatti degli uomini e degli accidenti della vita! Che han che fare i fegati e polmoni delle bestie, sagrificate a caso, colle azioni umane, onde si potesse leggere quivi, come in un libro, le cifre di quel che dovea accadere? L'evento poi fece pur conoscere quante fossero in ciò le illusioni di Giuliano, quanto vana la di lui fidanza ne' suoi idoli. Allorchè egli si credea vicino al colmo della gloria, e nel tempo stesso, come osservò il Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che tutto il paganesimo immolava vittime per lui: eccolo steso a terra dalla destra di Dio, e andare in un fascio le sue glorie, e seco tutte le speranze de' gentili, i quali già si figuravano di dover calpestare la Croce, e rendere idolatra di nuovo il romano imperio. Perchè erano bene incamminate le lettere in questi tempi, si possono rammentare sotto il breve regno di Giuliano varii scrittori che registrarono le azioni di lui, come Ammiano Marcellino, Eunapio, Temistio e Libanio, celebri sofisti pagani. Abbiamo ancora alcuni libri del medesimo Giuliano pieni di satire e di buffonerie. Non resta più quello ch'egli scrisse contro la religione cristiana, ma bensì ne abbiamo la confutazione fatta da san Cirillo vescovo d'Alessandria. Altri sofisti e filosofi fiorirono allora, de' quali si son perdute le opere, e fu in credito ancora Oribasio medico, di cui si son conservati varii libri. Ma se i gentili coltivavano allora le lettere, non men di loro vi si applicarono i cristiani, fra' quali specialmente gran nome e venerazione venne ai santi Basilio, Gregorio Nisseno, Gregorio Nazianzeno, Cesario, Ilario e ad altri, dei quali parla la storia ecclesiastica e letteraria.

Trovavasi l'armata romana per l'imprudente condotta di Giuliano in grandissime angustie, perchè in un paese incognito e difficile; priva di vettovaglie, e senza sapere onde condurne; sminuita di molto per li patimenti e per le battaglie; attorniata tuttavia e continuamente infestata dall'armi persiane. A questi malanni si aggiunse l'inaspettata morte dell'imperadore: il perchè tutto era confusione ed affanno. Sì fiera contingenza obbligò gli uffiziali di esso esercito a provvedersi di un capo senza perdere tempo; e perciò nel dì seguente, giorno 27 di giugno, concordemente elessero imperador Gioviano [Eutropius, in Breviar. Hieronymus, in Chronic.], ch'era allora capitan della guardia appellata de' domestici, personaggio di gran riputazione nella corte, e per la sua dolcezza, onoratezza e prudenza amato e stimato da ognuno [Aurelius Victor, in Epitome. Ammianus, lib. 25, cap. 7.]. Era stato suo padre Varroniano conte, nativo di Singidono città della Mesia, che aveva esercitata la stessa carica nella guardia de' domestici, e poi s'era ritirato per godere il resto dei suoi giorni in riposo [Themist., Orat. V.]. Anche il credito del padre contribuì non poco alla esaltazione del figliuolo. Secondo i conti di Eutropio, nacque Gioviano circa l'anno 331, e nelle medaglie [Du-Cange, Hist. Byz. Mediobarbus, Numism. Imper.] il troviamo chiamato Flavio Claudio Gioviano. Ci vorrebbe far credere Ammiano [Ammian., lib. 25, cap. 7.] che quasi accidentale fosse la di lui elezione, e molti se ne mostrassero malcontenti; e vorrà dire i pagani. Sparla ancora dei di lui costumi. Altrettanto fa Eunapio [Eunap., Vit. Sophist.]. Erano amendue gentili. Ma Zosimo [Zosimus, lib. 3 Hist., cap. 30.], che pur era anch'egli pagano, e Teodoreto [Theod., lib. 4 Hist., cap. 1.] lo attestano eletto di comune consentimento; e ciò vien confermato da Eutropio che si trovò in quell'armata. Cristiano di professione era Gioviano; e ricavasi da Socrate [Socrates, lib. 3 Hist., cap. 22.], che avendo l'apostata Giuliano intimato agli uffiziali di rinunziare alla religion cristiana, o pur ai lor impegni, Gioviano allora tribuno scelse l'ultimo partito. Ma perchè egli era uomo sperimentato nella milizia, gli conservò il suo posto. E di questo suo attaccamento una pruova gloriosa diede egli appena creato imperadore [Rufin., Hist., lib. 3. Socrates. Sozomen. Theodoret.]. Imperocchè, senza temere la possanza de' generali e il capriccio dei soldati, protestò d'essere cristiano, e di non poter comandare ad un'armata, che avendo appresa da Giuliano l'empietà, ed essendo abbandonata da Dio, altro non dovea aspettarsi che l'ultimo eccidio. Al che risposero ad alta voce i soldati, con dichiararsi cristiani, perchè parte tali erano, e gli altri elessero di farsi. Quello che dipoi succedesse per conto della guerra co' Persiani, benchè spettante al presente anno, pure chieggo licenza di riferirlo al seguente.


CCCLXIV

Anno diCristo CCCLXIV. Indizione VII.
Liberio papa 13.
Valentiniano e
Valente imperadori 1.

Consoli

Flavio Claudio Gioviano Augusto e Flavio Varroniano nobilissimo fanciullo.

Ebbe Gioviano Augusto per moglie Caritone, figliuola di Lucilliano generale rinomato in questi tempi, che gli partorì una figlia ed un figliuolo, nomato Varroniano, in età allora, per quanto si può raccogliere da Ammiano [Ammianus, lib. 25, cap. 10.], di circa un anno. Conferì Gioviano a questo suo rampollo il titolo di nobilissimo fanciullo, e il volle console seco per l'anno presente; ma perchè coi vagiti e colla ripugnanza mostrò di non voler essere condotto nella sedia curale, i superstiziosi pagani presero ciò per un presagio di disgrazie. Tornando ora alle avventure dell'anno precedente, da che Gioviano fu proclamato Augusto, cominciò a pensare ai mezzi di salvare l'armata dall'evidente rischio di perire affatto o per le armi de' Persiani, o per la mancanza de' viveri [Ammian., lib. 25, cap. 5. Liban., in Vita sua.]. Intanto un alfiere romano, tra cui e Gioviano erano passati dei disgusti, desertò, e portò al re Sapore la nuova della morte di Giuliano; che essendo eletto in luogo di lui un imperadore dappoco, era venuto il tempo di subissare i Romani. Animato da tali avvisi il Persiano, per tre giorni con tutte le sue forze inseguì la marcia del nemico esercito, non senza strage di molti Romani, ma sempre con perdita maggiore dal canto suo. Arrivò nel primo dì di luglio l'afflitta armata romana alla città di Dura, non lungi dal Tigri, e si stentò forte a tener in dovere le ammutinate milizie, che faceano istanza di passar tosto quel rapido fiume, benchè senza ponte, e prive affatto di barche, perchè la fame li pungeva, e toccava ai poveri cavalli uccisi di servir loro di pane. In questo miserabile stato, e in pericolo di restar tutti preda dei nemici, come si può conghietturare, mosso Iddio in riguardo del piissimo imperadore a pietà [Gregor. Nazianz., Orat. IV. Theodoret., lib. 4, cap. 2. Socrates. Sozomenus.], fece che il re persiano spontaneamente inviò persone a Gioviano Augusto per trattar di pace [Ammianus, lib. 25, cap. 7.]. A tale spedizione si credè spinto Sapore dalla notizia d'essere stati in ogni scaramuccia e fatto d'armi perditori i suoi soldati, dal timore di peggio, e dal desiderio di liberare il suo paese da un sì poderoso nemico. Riconobbe lo stesso Ammiano, benchè nemico di Gioviano, per un favor particolare di Dio, una tale spedizione e dimanda, quando le apparenze tutte erano che Sapore potea finir la guerra colla total rovina dell'esercito romano. Trattossi dunque di pace nello spazio di quattro giorni; e perchè i Romani si trovavano in troppo svantaggio, e si udiva che Procopio, parente del defunto Giuliano, macchinava ribellione, fu astretto l'Augusto Gioviano a comperar dai nemici una pace vergognosa bensì per l'imperio romano, ma necessaria [Eutrop., in Breviar.]. Gli convenne dunque restituire a' Persiani cinque provincie picciole con alcune castella che essi aveano già ceduto ai Romani sotto Diocleziano, ed inoltre abbandonar loro le città di Nisibi e di Singara, con ritirarne prima gli abitanti. Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 31.] aggiugne che anche buona parte dell'Armenia passò allora in poter de' Persiani, ma ciò accadde in altro tempo. Non lasciarono gli scrittori pagani, cioè Ammiano, Eutropio e Zosimo, di processar Gioviano imperadore, quasichè con questo trattato di pace egli facesse perdere il credito al romano imperio, il cui chimerico dio Termine si gloriavano una volta i Romani che non rinculcava giammai. E pure abbiamo veduto che Adriano, Aureliano e Diocleziano abbandonarono ai Barbari varie provincie che già erano dell'imperio. Oltre di che, non si doveva a Gioviano attribuir questo infelice successo, ma bensì alla imprudenza e temerità di Giuliano, per aver fatta bruciar la flotta necessaria, e poscia impegnata l'armata romana così innanzi nel paese nemico, fatto altresì devastare da lui, senza aver punto di comunicazione col proprio, e senza prendere buone misure per l'importante sussistenza e provvisione de' viveri. In tali strettezze il consiglio si prende non dall'amore della gloria, nè dalla propria volontà, ma bensì dalla necessità e dall'arbitrio di chi gode il vantaggio. Che se da Eutropio [Eutrop., in Breviar.] è biasimato Gioviano, perchè dopo essere giunto in salvo non ruppe il trattato: di questa infame politica non si servono i principi veramente cristiani che rispettano Dio più della propria utilità, nè adoperano mai il giuramento per ingannare altrui, sapendo quando Iddio, chiamato in testimonio de' patti, abborrisca e gastighi gli spergiuri.

Stabilita la pace e dati gli ostaggi, quietamente, ma con gran fatica e perdita di molte persone annegate, o morte di fame [Ammianus, lib. 25, cap. 8.], passò l'armata romana di là dal Tigri, e le convenne far tuttavia viaggio per sei giorni, senza trovar neppur acqua non che cibo, supplendo al bisogno l'erbe e la carne de' cammelli uccisi. Arrivati finalmente al castello d'Ur, trovarono ivi qualche rinfresco, finchè giunsero in siti da potersi ben satollare. Allora Gioviano Augusto spedì in Italia, nell'Illirico e nelle Gallie uffiziali a portar la nuova della sua esaltazione, distribuì i governi e le cariche. Giunto poi che fu a Nisibi, volle eseguita la capitolazione, consegnando a' Persiani quella ricca e popolata città, con trasportarne altrove gli abitanti: scena lagrimevole descritta da Ammiano [Idem, ibidem.] e da Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 33.], e più pateticamente dal Grisostomo [Chrysost., in Gentiles.], in guisa che intenerisce i lettori. Nel mese di ottobre finalmente pervenne ad Antiochia, il cui popolo, da che intese la morte dell'apostata Giuliano, avea fatta gran festa, gridando dappertutto [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 22.]: Dio l'ha vinta, e Gesù Cristo con lui: con passar poi a dileggiare l'estinto odiato principe, e Massimo filosofo, e tutta l'altra ciurma degli incantatori e indovini che l'aveano burlato con tante loro promesse. Applicossi tosto il novello imperadore a ristabilire la pace della religione cristiana. Se vogliam credere a Temistio [Themistius, Orat. V.], egli permise ad ognuno la libertà di osservar quella che più gli piacesse, nè ai pagani vietò l'uso dei loro templi e sagrifizii. Altramente ne parla Socrate [Socrat., lib. 3 Histor., cap. 25.], con dire che d'ordine suo furono chiusi di nuovo i templi degl'idoli. Quel che è più, lo stesso Libanio [Libanius, Orat. XII.] sofista, sì caro a Giuliano, confessa che dopo la morte di lui ognun poteva a man salva parlare contra de' falsi dii, e che i templi de' gentili restavano serrati e andavano in rovina; e che i sacerdoti filosofi e sofisti pagani erano maltrattati, derisi e imprigionati. Libanio anch'egli corse gran pericolo della vita [Liban., in Vita sua.], perchè non cessava di piangere e lodar Giuliano; ma il buon Gioviano non gli volle mai fare un reato di questo suo pazzo impegno. Furono dunque dal piissimo Augusto restituiti tutti i privilegii alle chiese, al clero, alle vergini e vedove sacre, e richiamati dall'esilio i vescovi cattolici, molti de' quali erano stati banditi dal perfido Giuliano, e massimamente l'insigne vescovo d'Alessandria sant'Atanasio [Gregor. Nazianz., Orat. XXI. Theodoret. Socrates.]. Andò egli a trovar Gioviano in Antiochia, e la sua presenza assaissimo giovò per preservare il di lui cuore dalle suggestioni degli ariani, de' macedoniani e degli altri eretici o scismatici di questi tempi. Ma che? Mentre il buon principe s'affatica per la tranquillità della Chiesa e per la pubblica felicità, ecco un'improvvisa morte troncar il filo di sua vita, e far abortire tutti i di lui gloriosi disegni. S'affrettava egli per venire in Occidente affin di mettere riparo alle sedizioni e rivolte che si temevano. Ed in fatti essendo egli pervenuto a Tiana nella Cappadocia, gli giunse avviso che Lucilliano suocero suo, creato ultimamente, o pure confermato generale dell'armi nell'Illirico [Ammian., lib. 25, cap. 10. Zosimus, lib. 3, cap. 35.], essendo passato nelle Gallie, quivi dai soldati batavi ammutinati era stato privato di vita. Valentiniano tribuno, ch'era seco, ebbe la fortuna di salvarsi, destinato da Dio per divenir imperadore fra pochi mesi. Di peggio non accadde nelle Gallie; e quei popoli spedirono poco dipoi deputati ad umiliar la loro ubbidienza a Gioviano. Trovossi l'Augusto principe in Ancira, capitale della Galazia, nel primo giorno del presente anno, e quivi con solennità celebrò il consolato da lui preso col suo picciolo figliuolo Varroniano. Per tal congiuntura il sofista Temistio compose un'orazione che resta tuttavia. Ancorchè i rigori del verno dovessero persuadere a Gioviano il fermarsi in Ancira, tale nondimeno era la di lui premura per arrivare a Costantinopoli [Socrates, lib. 3, cap. 26. Zosimus, lib. 3, cap. 35. Sozom., lib. 6, cap. 6.], che non si potè trattenere dal continuare il viaggio. Ma pervenuto a Dadastana nei confini della Galazia e Bitinia, dove se gli presentò Temistio con altri senatori a lui spediti da Costantinopoli, nella notte del dì 16 venendo il 17 di febbraio, sorpreso da un maligno accidente, fu nella seguente mattina ritrovato morto, dopo aver regnato solamente sette mesi e venti giorni, in età, secondo Ammiano [Ammianus, lib. 25, cap. 10.] ed Eutropio [Eutrop., in Breviar.], di trentatrè anni. Varie furono le dicerie intorno alla cagion di sì funesto caso. Chi l'attribuì all'aver egli dormito in una camera poco dianzi imbiancata colla calce; chi all'odore del carbone acceso in esso per riscaldarla; altri ad un eccesso di mangiare fatto nel dì innanzi [Sozom. Orosius. Hieronym. et alii.]. Il Grisostomo [Chrysostom., Homil. XXV in Philipp.] ed altri parlano di veleno, o ch'egli fosse strangolato dalle guardie; e pare che Ammiano [Ammianus, lib. 25, cap. 10.] stesso non si allontani da sì fatto sospetto. Fu poi portato a Costantinopoli il di lui corpo, ed onorevolmente seppellito nella chiesa degli Apostoli. Caritone Augusta sua moglie, che vivente non l'avea potuto vedere imperadore, lo accolse morto nel venirgli incontro a Costantinopoli. Si trova poi essa tuttavia viva nell'anno di Cristo 380 insieme col figliuolo Varroniano [Zonar., in Annalib. Cedrenus, Histor.], a cui nondimeno era stato cavato un occhio, affinchè non osasse un dì pretendere all'imperio, vivendo egli nondimeno sempre in timore di qualche peggior trattamento che venisse consigliato dall'iniqua politica del mondo.