Stettero gli uffiziali dell'armata romana dopo la morte di Gioviano per nove o dieci giorni senza principe, consultando sempre chi fosse degno di sì eccelsa dignità. Varii furono i candidati; ma in fine i voti concordi andarono a cadere in Valentiniano, per opera specialmente di Sallustio Secondo, prefetto del pretorio d'Oriente, e d'Arinteo e Dagalaifo generali delle armi [Ammianus, lib. 26, cap. 1, et lib. 30, cap. 7.]. Per patria sua riconosceva Flavio Valentiniano (che così egli è nominato nelle iscrizioni e medaglie) Cibala città della Pannonia; per padre Graziano, il quale nato di famiglia ignobile, ma dotato d'una gran forza, per varii gradi della milizia era giunto ad essere conte dell'Africa. E quantunque sotto Costanzo Augusto, mentr'egli era comandante dell'armi nella Bretagna, fosse spogliato de' suoi beni, siccome incolpato d'aver accolto in sua casa Magnenzio poco prima della di lui ribellione: non però di meno fu egli sempre in grande stima tra le persone militari, e il credito suo giovò al figliuolo per salire sul trono. Anche Valentiniano, nato circa l'anno di Cristo 321, per la via dell'armi fece il noviziato della sua fortuna, mostrando in varie occasioni non men coraggio che perizia dell'arte militare [Zosimus, lib. 3, cap. 36.]. Per una calunnia del general Barbazione, Costanzo Augusto il cassò nell'anno 357, levandogli un corpo di cavalleria, a cui nelle Gallie comandava in grado di tribuno. Sotto Giuliano esercitò la carica di tribuno d'una compagnia delle guardie d'esso Augusto, nel cui servigio gli occorse un glorioso accidente che fece molto parlare di lui [Zosim., lib. 4, cap. 2. Sozomenus, lib. 4, cap. 6. Theodoret., lib. 3, cap. 12.]. Trovandosi esso Giuliano in Antiochia, ed entrando in un tempio degl'idoli, un di que' sacerdoti che spargeva dell'acqua sopra chi l'accompagnava come per purificarlo (rito antichissimo santificato nella religion cristiana) con una goccia toccò la veste di Valentiniano. Era questi di profession cristiano, e però sembrandogli d'essere contaminato per quell'acqua spruzzata dalle mani di un idolatra, il quale forse anche caricò la mano appunto perchè sapea che egli era cristiano, gli disse una mano d'ingiurie; e v'ha chi crede che gli desse un pugno, o pure che si tagliasse quel pezzo dell'abito, dov'era caduta l'acqua. Fu osservato da Massimo filosofo pagano, che ne informò tosto Giuliano. Irritato l'apostata Augusto per tale sprezzo del rituale gentilesco, ordinò a Valentiniano di sagrificare agl'idoli, o pure di dimenticare la carica. Generosamente elesse egli la perdita di tutto piuttosto che di mancare alla fede verso Dio, il qual poi per tanta fedeltà il ricompensò sulla terra, e più dovette farlo in cielo [Orosius, lib. 7, cap. 32. Sozomenus. Theodor. Philost.]. I più degli antichi tengono che Giuliano il cacciasse in esilio; ma questo non è certo. Di sopra accennammo che Valentiniano sotto l'Augusto Gioviano accompagnò nelle Gallie il generale Lucilliano, e per buona ventura scappò dalle mani de' Batavi, allorchè nella città di Rems tolsero la vita ad esso Lucilliano. Essendo egli poi venuto a trovar Gioviano in Oriente, creato capitano della seconda compagnia delle guardie, restò in Ancira con ordine di tener dietro all'imperadore dopo qualche tempo. Ma venuto a morte Gioviano, ed essendosi accordati i principali dell'esercito ad eleggere lui per Augusto, giunsero i deputati ad Ancira con questa lieta nuova, facendogli istanza che s'affrettasse a raggiungere l'armata, la quale con impazienza l'aspettava in Nicea, capitale in questi tempi della Bitinia (ma senza pregiudizio di Nicomedia), dove era seguita la di lui elezione.

Arrivò Valentiniano nel dì 24 di febbraio a Nicea, ma nel dì seguente non volle farsi vedere in pubblico, se è vero ciò che scrive Ammiano [Ammian., lib. 26. cap. 1.], perchè nel dì 25 di febbraio di quest'anno correva il bissesto, e per una ridicola superstizione doveano i Romani d'allora crederlo giorno di cattivo augurio. Ora nel dì 26, essendo schierato l'esercito romano fuor di Nicea, montò Valentiniano sopra un palco alla vista di tutti, e con incessanti acclamazioni fu dichiarato Augusto, vestito della porpora ed ornato col diadema. Fece egli cenno di voler parlare; ma i soldati, senza lasciarlo dire, rinforzarono le grida, con esigere ch'egli in quel punto dichiarasse un collega nell'imperio, non volendo più restar senza capo, se l'imperatore per disavventura mancasse di vita. Parevano anche disposti a violentarlo, ma egli senza punto lasciarsi intimidire, allorchè potè farsi intendere, intrepidamente disse [Ammianus, lib. 26, cap. 2. Sozomen. Theodoret. Philostorg.], che dianzi dipendeva da essi il creare lui imperadore; ma da che aveano creato lui tale, a lui toccava il pensare a quel che più conveniva al pubblico bene; non ricusar già egli di prendere un collega, ma che un affare di tanta importanza esigeva matura considerazione: e così cessò il tumulto. Ci vien dipinto Valentiniano Augusto da Aurelio Vittore [Aurel. Victor., in Epitome.] per uomo di bell'aspetto, nel cui portamento ed operare compariva la gravità ed un ingegno svegliato, inclinante alla severità e alla collera. Poco parlava, ma quel poco bene e con proprietà, ancorchè, se vogliam credere a Zosimo [Zosim., lib. 3, cap. 36.], egli non avesse studiato lettere, e nè pur sapesse bene il greco, come pare che si ricavi da Temistio [Themistius, Orat. VI.]. Si osservò sempre in lui un abborrimento ai vizii e alla avarizia. Pratico dell'arte militare degli antichi, andava studiando nuove armi da offesa e difesa. Dilettavasi di lavorare statue di terra; e nella guerra compariva sperto in valersi de' luoghi, de' tempi e di ogni menoma occasione per cavarne profitto. In somma tante doti in lui concorrevano, che s'egli avesse tenuto in sua corte uomini professori di onoratezza al pari di lui, e che gli avessero detta la verità, in vece di altri infedeli da lui presi, credendoli di buona legge, avrebbe potuto gareggiare coi più accreditati regnanti. Certo è che, nel mediocre impiego ch'egli esercitava, non dovea immaginare un sì glorioso ascendente, o almeno non dovette far brighe per ottener l'imperio, trovandosi allora lontano dall'armata; anzi Vittore sembra dire ch'egli fece anche della difficoltà ad accettarlo. Comunque sia, alzato al trono, egli riconobbe dalla mano di Dio l'esaltazione sua e gliene mostrò da lì innanzi la sua gratitudine, con proteggere la Chiesa e dottrina cattolica [Sozom., lib. 6, c. 12. Socrat., lib. 4. cap. 1.], e con tener basso il paganesimo: intorno a che molte sue leggi abbiamo, non però di molto peso, perchè egli, sto per dire, non volea che la religione sconciasse la politica sua. Le stesse sue azioni dipoi mostrarono che non erano assai radicati in suo cuore i documenti del Vangelo. Ora egli non tardò ad impiegar le sue applicazioni per togliere gli abusi introdotti ne' tempi addietro, come consta da molte sue leggi [Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.] di questo medesimo anno, a noi conservate nel Codice Teodosiano, le quali ci fanno nello stesso tempo conoscere il progresso del suo viaggio da Nicea a Costantinopoli, e di là sino a Milano.

In Costantinopoli appunto volle Valentiniano soddisfare alle premure dell'esercito, con eleggersi un collega [Ammianus, lib. 26, cap. 4.]. Se n'era trattato in un gran consiglio tenuto in Nicea, dove niuno osò di scoprire il suo interno, a riserva di Dagalaifo, il quale animosamente gli disse che se egli amava la propria famiglia, non gli mancava un fratello; ma se il pubblico bene, cercasse il migliore. Dichiarossi appunto Valentiniano in favor del fratello, cioè di Flavio Valente, nel dì 28 marzo [Idacius, in Chronic. Chronicon Alexandr.], e gli diede la porpora e il diadema in un luogo lontano dalla città sette miglia, e perciò appellato Hebdomon. Era anch'egli cristiano, e, secondo Teodoreto [Theodor., lib. 4, cap. 11.], seguitava allora i dogmi del Concilio Niceno, ma col tempo divenne persecutore del cattolicismo, con lasciarsi sovvertir dagli Ariani, dei quali comparve sempre gran protettore. Fu applaudita allora, almeno in apparenza, da tutti l'elezion di Valente, come utile all'imperio; ed in fatti la concordia, che passò da lì innanzi fra i due fratelli nel governo, parve cosa mirabile, e giovò non poco al pubblico. E di vero meritò non poca lode Valente per aver sempre conservata una fedel dipendenza dal fratello maggiore, nulla di rilevante operando senza consultarlo, ed ubbidendo ai cenni, come avrebbe fatto un suddito col principe suo. Scrive Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 1.] che nel viaggio da Nicea a Costantinopoli Valentiniano si ammalò. Ammiano [Ammian., lib. 16, cap. 4.], più autentico scrittore, racconta che dopo la promozione suddetta amendue gli Augusti fratelli furono presi da gagliarde febbri: il che fece lor sospettare originata la lor malattia da qualche fattucchieria lor fatta dagli amici del defunto Giuliano. Perciò fu data incumbenza ad Orsacio maestro degli ufficii, o sia maggiordomo, uomo crudo, e a Giuvenco questore, di esaminar questo affare. Nulla si scoprì; e contuttochè fossero denunziate molte persone illustri, pure la destrezza di Sallustio Secondo, prefetto del pretorio, tagliò le gambe a tutti i processi. Per altro erano i due principi assai portati ad odiare chiunque avea goduto della grazia ed amicizia di Giuliano; e però non la poterono scappare nell'anno seguente Massimo e Prisco filosofi, che più degli altri erano stati confidenti dell'Apostata, e riguardati di mal occhio anche dal popolo. Prisco fu rimandato alla Grecia, come innocente [Eunap., Vit. Sophist. cap. 5.]; Massimo condannato alla prigionia, finchè avesse pagato una grossa pena pecuniaria. Avendo amendue gli Augusti ricuperata la sanità e le applicazioni ad affari più importanti, fecero poco dappoi cessar quel rumore e i processi suddetti.

Venuta la primavera, si misero essi in viaggio alla volta dell'Occidente, e sul fine d'aprile apparisce da una lor legge [L. 5, de re militar., Cod. Theod.], che erano in Andrinopoli. Di là passati a Filippopoli, a Serdica, e finalmente a Naisso della Dacia nuova; quivi nel castello di Mediana, lontana da Naisso tre miglia, divisero fra loro il governo dell'imperio [Ammianus, lib. 16, cap. 5.]. Valentiniano ritenne per sè l'Italia, l'Illirico, le Gallie, le Spagne, la Bretagna e l'Africa. A Valente cedette le provincie dell'Asia tutta, coll'Egitto e colla Tracia. Partirono anche fra loro le milizie e gli uffiziali, con avere Valentiniano voluto al suo servigio Dagalaifo generale dalla cavalleria, Giovino general delle milizie delle Gallie. Equizio ch'ebbe poi il comando dell'armata dell'Illirico, Mamertino prefetto del pretorio dell'Illirico, dell'Italia ed Africa, e Germaniano prefetto del pretorio delle Gallie. Con gran vigore e credito di molta giustizia avea Lucio Turcio Aproniano esercitata la carica di prefetto di Roma. Egli ebbe in quest'anno per successore Cajo Cejonio Rufio Volusiano, che poco dovette godere di tal dignità, perchè molte leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chron. Cod. Theod.] ci fan vedere prefetto di Roma Lucio Aurelio Avianio Simmaco, pagano di credenza, e padre di quel Simmaco, parimente pagano, che riuscì celebre per varie cariche e per la letteratura, di cui ci restan le lettere. Se noi ascoltiamo Ammiano [Ammianus, lib. 26, cap. 5.], in questi tempi l'imperio romano si trovava da più parti infestato dai Barbari: il che accrebbe i motivi a Valentiniano di non differir la elezione del collega. Cioè nella Gallia e nella Rezia le scorrerie degli Alamanni recavano frequenti danni. Dai Sarmati e Quadi era infestata la Pannonia: la Bretagna dai Sassoni, Pitti ed Atacotti, popoli bellicosi di quella grand'isola. Nè da somiglianti mali andava esente l'Africa, perchè varie nazioni more di tanto in tanto correvano a darle il sacco. I Persiani poi dal canto loro aveano mossa guerra ad Arsace re dell'Armenia, con pretesto di poterlo fare in vigor della pace stabilita con Gioviano, ma ingiustamente, come scrive Ammiano. A cagion di tali turbolenze si affrettò Valentiniano di venire a Milano, per istar vicino e pronto per accorrere dove maggior fosse il bisogno. Chi vuole apprendere i buoni regolamenti fatti da lui in quest'anno, non ha che leggere nel Codice Teodosiano varie sue leggi spettanti a questi tempi. Non piacquero già ai popoli cattolici due di esse. Coll'una [Lib. 7, de Maleficis, Cod. Theod.] proibì ai pagani solamente i lor sacrifizii notturni, ma non già quei del giorno; ed altronde si sa che la sua politica, tuttochè certamente egli fosse buon cattolico, e favorisse la vera Chiesa, il portò a lasciare ad ognuno la libertà della coscienza, e a non inquietar veruno per cagion di religione [Sozom., lib. 6, cap. 21. Socrates, lib. 4, cap. 1.]. Per questa indifferenza fu egli processato dal cardinale Baronio. Coll'altra legge [L. 17, de Episcopis, Cod. Theodos.] proibì ai vescovi di ricevere nel clero le persone ricche, sì perchè non si pregiudicasse al bisogno del pubblico per gli magistrati, e perchè i lor beni non colassero nelle chiese. Solamente permise a quei che poteano essere decurioni (erano questi, per così dire, il senato d'ogni città) di farsi chierici, con sostituire qualche lor parente, a cui lasciassero i lor beni, o pure con cedere al pubblico essi beni. Ma forse questa legge, fatta per la provincia Bizacena dell'Africa, fu un regolamento particolare, nè si stese a tutto l'imperio.


CCCLXV

Anno diCristo CCCLXV. Indizione VIII.
Liberio papa 14.
Valentiniano e
Valente imperadori 2.

Consoli

Flavio Valentiniano e Flavio Valente Augusti.

Siccome si ricava dalle leggi del Codice Teodosiano, la prefettura di Roma per gli cinque primi mesi fu appoggiata a Simmaco, e dopo lui a Volusiano, de' quali si è parlato di sopra. Per buona parte dell'anno presente si fermò l'Augusto Valentiniano in Milano; e ch'egli facesse una scorsa per varie città d'Italia, si scorge da alcune sue leggi [Gothofred., in Chronolog. Cod. Theod.] date in Sinigaglia, Fano, Verona, Aquileia e Liceria, che non può essere quella del regno di Napoli, e forse fu Luzzara, terra del Mantovano, ossia del Guastallese. Nelle date nondimeno di quelle leggi si osserva qualche sbaglio [Ammian., lib. 26, cap. 5.]. Passò dipoi Valentiniano nelle Gallie, e andò a posare in Parigi; veggendosi ancora qualche legge data in quel luogo, che a poco a poco crescendo di abitatori nel sito fuori dell'isola della Senna, divenne poi famosissima città. I movimenti degli Alamanni quei furono che trassero l'imperador nelle Gallie. Imperocchè que' popoli avendo spediti i lor deputati di buon'ora alla corte per rallegrarsi con Valentiniano, in vece di riportare a casa dei regali suntuosi, com'era il costume, non ne ebbero che pochi e di poco prezzo. Furono anche trattati con asprezza da Orsacio, maggiordomo dell'imperadore, a cui fumava presto il commino. Il perchè disgustati, per vedersi poco apprezzati da quell'Augusto, rifiutarono quei doni, e poi furiosamente cercarono di vendicarsene addosso agl'innocenti loro confinanti della Gallia, e fecero leghe con altre nazioni barbare, istigandole tutte ai danni dell'imperio romano. Comandò Valentiniano che il generale Dagalaifo marciasse coll'armata contra di essi Alamanni; ma questi li ritrovò già ritirati di là del Reno. Era vicino il primo dì di novembre, quando ad esso Augusto arrivò la dispiacevol nuova che Procopio s'era ribellato in Levante contra del fratello Valente, con impadronirsi di Costantinopoli. Per timore che costui non volgesse le armi verso l'Illirico, che era di sua giurisdizione, spedì Valentiniano colà Equizio, creato general delle milizie di quel paese, con buon numero di truppe, ed egli stesso facea già i conti di tenergli dietro; ma non meno i suoi consiglieri che i legati di varie città galliche il trattennero, con rappresentargli il pericolo, a cui restavano esposte le Gallie; e con fargli conoscere che Procopio era nimico di lui e del fratello, ma che gli Alamanni erano nemici di tutto l'imperio romano. Perciò si fermò, e solamente andò a Rems. Ed affinchè non penetrasse nell'Africa il turbine mosso in Oriente, spedì colà Neoterio, che fu poi console nell'anno di Cristo 390, ed altri uffiziali, raccomandando loro che ben vegliassero alla quiete di quelle contrade. Molte leggi abbiamo pubblicate da esso Augusto in quest'anno, e registrate nel Codice Teodosiano [Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.], colle quali proibì il condannare alcun cristiano a fare da gladiatore; siccome ancora l'esigere danaro dalle provincie per regalare chi portava le nuove di qualche vittoria, o dei consoli novelli. Parimente levò i privilegii de' particolari, volendo che ognun portasse il suo peso ne' pubblici aggravii. Inventò ancora i difensori delle città, acciocchè proteggessero il popolo contro la prepotenza de' grandi, e decidessero anche le lor liti di poco momento. Questa istituzione fatta per bene del pubblico durò poi gran tempo, e cagion fu che anche gli ecclesiastici ottenessero dagli Augusti dei difensori per assistere ai lor interessi ne' tribunali.