Abbiamo da Agatia [Agath., de Bell. Goth., lib. 2.] che dopo la morte di Leutari e di Buccellino, accaduta, come dicemmo, nell'anno precedente, circa sei mila Goti, i quali aveano prestato aiuto a que' generali masnadieri, temendo, anzi prevedendo che Narsete non gli avrebbe lasciati senza gastigo, si ritirarono in un fortissimo castello appellato Campsa. Probabilmente questo è Compsa, oggidì Consa, luogo picciolo sì, ma la cui chiesa gode l'onore di essere arcivescovato. Loro capo era un certo Ragnari, di nazione Unno o sia Tartaro, uomo arditissimo e scaltro. Narsete stette sotto quella fortezza tutto il verno. Venuta la primavera, colto fortunatamente da una saetta, Ragnari finì di vivere; ed allora i Goti capitolarono la resa, salve le loro vite. Fu loro mantenuta la parola. Ma Narsete, affinchè non tornassero a ribellarsi, tutti li mandò per mare a Costantinopoli. E qui finisce Agatia di parlare de' Goti, ossia degli Ostrogoti d'Italia, perchè con questa azione ebbe fine la guerra e il regno d'essi: regno ch'era durato circa sessantaquattro anni; regno non usurpato, perchè conquistato colla permissione dell'imperadore, e regno glorioso finchè visse il re Teoderico, ma che in fine fu l'esterminio d'Italia, non già per colpa dei soli Goti, ma perchè chi volle privarli del lor diritto ed abbatterli, fece loro una sì lenta e lunga guerra. Al nominarsi ora i Goti in Italia raccapricciano alcuni del volgo, ed anche i mezzo letterati, quasi si parli di Barbari inumani e privi affatto di legge e di gusto. Così le fabbriche antiche malfatte si chiamano d'architettura gotica, e gotici i caratteri rozzi di molte stampe fatte sul fine del secolo quintodecimo o sul principio del susseguente. Tutti giudizii figliuoli dell'ignoranza. Teoderico e Totila, amendue re di quelle nazione, certo non andarono esenti da molti nei; tuttavia tanto fu in essi l'amore della giustizia, la temperanza, l'attenzione nella scelta dei ministri ed uffiziali, la continenza, la fede ne' contratti, con altre virtù, che potrebbono servir di esemplare pel buon governo de' popoli anche oggidì. Basta leggere le lettere di Cassiodoro, e in fin le storie di Procopio, nemico per altro dei Goti. Nè quei regnanti variarono punto i magistrati, le leggi o i costumi de' Romani; ed è una fanciullaggine ciò che taluno immagina del loro pessimo gusto. Lo stesso Giustiniano Augusto ebbe bensì più fortuna che i re goti; ma, se è vero, almeno per metà, quanto di lui lasciò scritto Procopio, fu di gran lunga superato da essi Goti nelle virtù. Credo io nulladimeno che influisse non poco alla rovina dei Goti, l'esser eglino stati infetti dell'eresia ariana. Perchè, quantunque lasciassero agl'Italiani libero l'esercizio dell'antica loro religione cattolica, e rispettassero i vescovi, il clero e le chiese, e nè pur castigassero chi della lor nazione passava al cattolicismo, tuttavia nel cuor de' popoli, e massimamente de' Romani, stava fitta una segreta avversione contro d'essi, mal sofferendo di essere signoreggiati da una barbara nazione, e tanto più perchè diversa di religione, dimodochè i più bramavano di mutar padrone. Lo mutarono in fatti, ma con pagare ben caro l'adempimento de' loro desiderii, per gl'immensi danni che seco portò una guerra di tanti anni; e, quel ch'è peggio, perchè questa mutazione si tirò dietro la total rovina dell'Italia da lì a pochi anni, con precipitarla in un abisso di miserie, siccome vedremo andando innanzi. Abbiamo da Agnello storico [Agnel., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Italicar.], vivente nell'anno 830, che Giustiniano imperadore donò alla chiesa di Ravenna tutte le sostanze che possedevano i Goti in quella città e nelle circonvicine, e le lor chiese, quali tutte furono consecrate da Agnello arcivescovo, e dal rito ariano ridotte al cattolico romano. Spezialmente loda egli la chiesa di san Martino, fondata dal re Teoderico, mirabile per la sua bellezza.

Aveva l'imperadore Giustiniano nell'anno avanti, per le istanze del clero romano e di Narsete, richiamato dall'esilio papa Vigilio, coll'aver nondimeno esatto ch'egli prima approvasse il concilio generale tenuto in Costantinopoli, il che egli fece. Ad istanza sua ancora pubblicò un editto, indrizzato a Narsete duce e ad Antioco prefetto d'Italia, per dar qualche sesto agl'incredibili disordini dell'infelice Italia, confermando in essa gli atti dei re goti, fuorchè di Totila. Una particolarità poi v'aggiunge Anastasio bibliotecario [Anast. Bibl., in Vita Vigilii.], per la quale, e con ragione, il cardinal Baronio non potè contenersi di non esclamare contra Giustiniano che voleva parer sì pio, e non si guardava dalle più visibili empietà. Cioè, chiamati ch'egli ebbe a Costantinopoli i vescovi e cherici romani, che dianzi eran stati relegati in esilio, dimandò loro, se voleano ricevere per papa Vigilio, che ne avrebbe piacere. Se no, che quivi aveano Pelagio arcidiacono dalla Chiesa romana, e consentirebbe che il facessero papa. Riposero che volevano Vigilio; e quando poi Dio l'avesse chiamato a sè, allora, secondo il suo comandamento, sarebbe pontefice Pelagio. Questi furono i primi frutti del governo di Giustiniano in Italia, cioè il rendere schiava la Chiesa apostolica romana, coll'attribuirsi non dirò di confermare i papi eletti dal clero e popolo (abuso dipoi praticato), ma di deporre infino gli eletti consacrati. Abbiam anche veduto come egli praticasse con papa Silverio, antecessor di Vigilio. Permise poi l'imperador ch'esso Vigilio se ne ritornasse in Italia. Ma, giunto in Sicilia, mentre era in Siracusa gli crebbero tanto i dolori pel male della pietra, a cui era suggetto, che si morì: pontefice entrato con male arti nella sedia di Pietro, balzato qua e là finchè visse, e miseramente morto in fine lungi da Roma, e compianto da pochi. Crede il padre Pagi che la sua morte succedesse sul principio di questo anno. Il Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini Comitis, in Chron.] la riporta all'anno precedente. Tuttochè sia scorretto il testo di Vittoro Tunonense [Victor Turonensis, in Chron.] nel ragguaglio degli anni, pure facendolo egli mancato di vita l'anno avanti all'elezion di Pelagio suo successore, s'accorda col Continuatore suddetto. Comunque sia, credesi dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad hunc ann.] e dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron., ad hunc ann.] che nel presente anno circa il mese d'aprile in Roma venisse eletto papa Pelagio, primo di questo nome, cioè quel medesimo arcidiacono della Chiesa romana, di cui si è parlato più volte di sopra. Ma l'elezione sua procedette piuttosto dal comandamento dell'imperador Giustiniano, comunicato a Narsete, che dal libero volere del clero e popolo romano. L'essersi tardato cotanto dopo la morte di Vigilio a dare un nuovo pontefice alla Chiesa di Dio, indica abbastanza che si vollero aspettare gli oracoli di Costantinopoli. Ed Anastasio bibliotecario [Anastas. Bibl., in Vit. Pelagii I.] attesta che una gran moltitudine di Romani ricusava di comunicar con Pelagio, per sospetto nato che egli avesse cooperato alla morte di papa Vigilio; e si penò a trovar chi il consacrasse vescovo. Fatta poi, per ordine suo e di Narsete, una processione del popolo da san Pancrazio a san Pietro, quivi Pelagio salito sul pulpito col Vangelo in mano e colla croce in capo, avendo giurato di non aver avuto mano nella morte dell'antecessore, quetò il popolo ed approvò anch'egli il quinto concilio generale, così richiedendo la pace delle Chiese: giacchè restava intatta la dottrina del quarto calcedonense. In questa maniera l'abuso introdotto dai re goti per cagione degli scismi che non si consecrasse il romano pontefice senza l'approvazione e confermazione loro, fu continuato da Giustiniano, che non volle essere da meno di quei re; e i successori suoi non vollero essere da meno di lui. Quel che è peggio, bisognò col tempo comperare questa approvazione collo sborso di buona quantità di danaro che si pagava ai greci imperadori, il che non si ricava già sicuramente dal Comento attribuito a san Gregorio Magno sopra i Salmi, come stimò il cardinal Baronio, perchè non convengono già a quel mansuetissimo pontefice, nè a' suoi tempi, certe espressioni pungenti contra dell'imperadore; ma si raccoglie manifestamente da Anastasio bibliotecario nella vita di papa Agatone. Impariamo ancora dal Diurno antico de' romani pontefici, pubblicato dal padre Garnieri della compagnia di Gesù, che dopo la morte del papa, e dopo un digiuno di tre giorni, si raunavano il clero e senato romano, i nobili, i soldati e il popolo, e venivano all'elezione del successore. Fatta questa, se ne inviava il decreto a Costantinopoli agli Augusti, per ottenerne la confermazione. Se ne scriveva anche all'esarca di Ravenna, all'arcivescovo e ai giudici di quella città, e all'aprocrisario, o sia al nunzio della Chiesa romana, quivi esistente, acciocchè dessero mano alla già fatta elezione. Venuta l'approvazione imperiale, si consacrava il nuovo papa. Altrettanto si praticava per gli altri vescovi nei paesi sottoposti all'imperio di Oriente.

Dopo quello che abbiam riferito del greco storico Agatia, egli più non parla dei fatti d'Italia, con lasciarci conseguentemente nel buio per i tempi susseguenti. Tuttavia abbiamo da Mario Aventicense [Marius Aventicens., in Chron.] che un anno dopo la morte di Buccellino, e perciò nel presente, l'esercito de' Franchi diede una rotta a quel de' Romani, cioè degl'imperiali, e devastò un tratto di paese, con asportarne di molte ricchezze. Ci danno queste parole indizio che contra dei Franchi, stabiliti in varii siti della Liguria e Venezia, Narsete avea spedito un corpo d'armata per isloggiarli da quelle parti, giacchè l'irruzione fatta da Leutari o Buccellino dovette esser creduta tacitamente comandata ed approvata dai re franchi; e perciò Narsete guardò come rotti i patti e la pace con loro. Venuta poi alle mani coi Franchi, la sua gente voltò le spalle, e il paese pagò le spese della sinistra loro fortuna. Ma poco durò il trionfo dei Franchi. Raunate maggiori forze Narsete, per testimonianza del medesimo Mario, si spinse addosso ai Franchi, e gli obbligò ad abbandonare tutto quanto essi avevano occupato in Italia. Se ciò è vero, ecco finalmente ridotta sotto il comando di Giustiniano Augusto l'Italia tutta; spinti fuori d'essa i Franchi, e il resto della nazion gotica, sparso per varie terre e città d'Italia, oramai quieto sotto il novello padrone, senza più alzare un dito contra la di lui potenza. Abbiamo solamente da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 2.] che Amingo generale dei Franchi, avendo voluto dare aiuto a Guidino conte dei Goti, che si era ribellato contra di Narsete, fu ucciso in una battaglia dalle genti di esso general cesareo, e Guidino preso fu inviato a Costantinopoli. Non si sa il tempo preciso di questo fatto. Da Paolo vien riferito nell'anno stesso in cui Narsete mise a morte Buccellino con tutto il suo esercito. Ma non è circa questi tempi in tutto sicura ed esatta la cronologia di Paolo Diacono, benchè i fatti sieno certi. Menandro Protettore [Histor. Byzant., tom. 1, pag. 133.], storico di questo secolo, scrive che Amingo franzese ai tempi di Giustiniano Augusto s'accampò colle sue brigate al fiume Adige allorchè i Romani volevano passarlo. Ciò conosciuto da Narsete, mandò Panfronio patrizio, e Buono conte del patrimonio privato dell'imperadore, suoi legati ad Amingo, ad esortarlo di non opporsi agli interessi dell'Augusto suo padrone, e che non gli piacesse far guerra di nuovo coi Romani, perchè durava la tregua tra i Romani e i Franchi. Altra risposta non venne da Amingo, se non ch'egli non gli darebbe un dardo, finchè avesse salva la mano, con cui potesse lanciarlo. Quando ciò succedesse, è a noi tutto oscuro. Ma se sussiste un passo di Teofane, che riferirò qui sotto all'anno 563, si potrà dubitare che non tutta l'Italia venisse sì tosto in poter di Narsete.


DLVI

Anno diCristo DLVI. Indizione IV.
Pelagio I papa 2.
Giustiniano imperadore 30.

L'anno XV dopo il consolato di Basilio.

O sia perchè la storia d'Italia cominci qui a scarseggiare di lumi, anzi d'autori che trattino de' fatti in essa occorsi; o perchè la pace succeduta non partorisse da qui innanzi fatti degni di memoria: nulla mi si presenta di riguardevole accaduto in Italia, fuorchè la guerra della religione, narrata dai cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi. Erasi tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, col disegno di pacificare i tumulti e le dissensioni delle Chiese cattoliche intorno ai tre capitoli. Vigilio papa, dianzi ripugnante, avea finalmente acconsentito; ed altrettanto fece dipoi papa Pelagio suo successore, con protestar tutti salva la dottrina del precedente concilio calcedonense. Ma perchè a molti vescovi italiani, africani, franzesi e dell'Illirico pareva pregiudicato dal quinto concilio al calcedonense, però seguitarono non pochi d'essi a disapprovarlo e a non voler comunione con chi l'accettava. Pelagio papa con varie lettere si studiò di sgannarli; ne guadagnò alcuni, ma altri più che mai ricalcitrarono. Fra questi specialmente si distinsero l'arcivescovo d'Aquileia e i suoi suffraganei. Reggeva allora la Chiesa aquileiense Paolino novellamente eletto, che non solamente in un sinodo provinciale alzò bandiera contro del quinto concilio suddetto, ma eziandio formò scisma, ricusando di comunicar con papa Pelagio, riguardato da lui come trasgressore della fede, perchè avea condannati i tre capitoli. Pelagio, non dovendo, nè volendo sofferire tanta animosità, risentitamente ne scrisse più lettere [Pelag. I, ep. 3 et 5.] a Narsete, con pregarlo massimamente di voler far mettere le mani addosso, non solo a Paolino, non riconosciuto da esso Pelagio per legittimo vescovo d'Aquileia, ma anche all'arcivescovo di Milano (senza dirci il suo nome), perchè, trascurata la approvazione della Sede apostolica, avea consecrato vescovo il suddetto Paolino. Voleva Pelagio che colle guardie questi due fossero inviati a Costantinopoli. Ma Narsete, considerando non molto convenevoli alle congiunture de' tempi sì fatte violenze, andò temporeggiando, sopra tutto per isperanza che questi pertinaci si ridurrebbono colle buone a riconoscere il loro dovere. Giunsero essi a scomunicare anche lo stesso Narsete. Per altro si sa che i romani pontefici usarono per alcun tempo della tolleranza ed indulgenza verso i ripugnanti al concilio quinto, concilio neppur da molti uomini dotti e santi riguardato allora con quella venerazione che ogni cattolico professava ai quattro primi concilii generali. Ma intorno a tale scisma, e se di là avesse principio il titolo di patriarca, di cui son in possesso da tanti secoli gli arcivescovi di Aquileia, è da vedere una dissertazione e i monumenti della Chiesa aquileiense pubblicati dal padre Bernardo de Rubeis dell'ordine de' Predicatori. Fra coloro poi che compariscono poco favorevoli al concilio quinto suddetto, merita specialmente d'essere annoverato Cassiodoro, ossia Cassiodorio, già senatore, già console, ed uno de' più insigni personaggi della corte dei re goti, finchè durò la loro potenza, ed uno de' più riguardevoli scrittori italiani del secolo presente. Questi, dopo la caduta del re Vitige, chiarito oramai della vanità delle grandezze umane, diede un calcio al secolo, e ritiratosi nel fondo della Calabria, quivi professò la vita monastica, seguendo, secondo tutte le verisimiglianze, l'istituto e la regola di san Benedetto. Fondò egli il monastero appellato Vivariense, presso di Squillaci, e quivi attese a scrivere libri sacri, e ad istruire non meno nella pietà che nelle lettere i suoi discepoli. Alla di lui attenzione è obbligata di molto anche per questo l'Italia tutta. Ora egli ne' suoi scritti accetta bensì con somma venerazione i quattro primi concilii generali, ma non già il quinto. Erasi ingrandito a dismisura Clotario re dei Franchi, coll'aver giunto al suo dominio gli stati ben vasti del defunto Teodebaldo. Ed essendosi a lui ribellati i Sassoni, gli avea sconfitti in una battaglia, con devastare dipoi la Turingia, perchè quel popolo s'era dichiarato in favore dei Sassoni. Tornarono nel precedente anno a far delle novità contra di lui i medesimi Sassoni, e egli, mossosi con un potente esercito per castigarli, li ridusse in istato di chiedergli misericordia, e di offerire la metà de' lor beni in soddisfazione del commesso misfatto. Clotario era tutto disposto a far loro grazia; ma i suoi capitani ostinati quasi il violentarono a rigettare ogni esibizione di quei popoli. Gli costò caro l'aver lasciate le vie della clemenza, perchè, venuto ad un secondo combattimento, ebbe la peggio con grande strage de' suoi, e gli convenne fuggire e chiedere appresso per grazia la pace. Abbiamo queste notizie da Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 14.], da Fredegario [Fredegarius, in Chron.] e dal Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini Comitis, in Chron.].


DLVII