Anno diCristo DLVII. Indizione V.
Pelagio I papa 3.
Giustiniano imperadore 31.

L'anno XVI dopo il consolato di Basilio.

L'antica storia ci fa pur sentire frequenti i tremuoti, e tremuoti orribili, nella città di Costantinopoli. Due in quest'anno, per testimonianza di Agatia [Agath., lib. 5 Histor.] e di Teofane [Theoph., in Chronogr.], ne succederono, l'uno a dì 6 di ottobre, e l'altro a dì 14 di dicembre, amendue de' più spaventosi che mai si fossero uditi. Rovinarono a terra moltissimi palagi e case, e non poche chiese, e sotto quelle rovine perirono assaissimi del popolo. L'imperador Giustiniano, cessato questo gran flagello, attese a ristorar gli edifizii che aveano patito, e spezialmente a proseguir la fabbrica dell'insigne tempio di santa Sofia, che riuscì poi una maraviglia del mondo. Se ne legge la descrizione esattamente e minutamente tessuta dal celebre Du-Cange nella sua Costantinopoli cristiana. Circa questi tempi, e forse prima, divampò la ribellione di Cranno, figliuolo di Clotario re de' Franchi, contra dello stesso suo padre [Gregor. Turonensis, lib. 4.]. Era questo giovine principe dotato di belle fattezze di corpo, spiritoso ed accorto; e suo padre gli avea dato il governo dalla provincia dell'Auvergne. Ma abbandonatosi ai vizii e ad iniqui consiglieri, cominciò ad esercitar delle violenze con grave lamento de' popoli. Chiamato dal padre, che volea rimediare a questi disordini, piuttosto elesse di prendere l'armi contra di lui, che di ubbidirlo, ormai sedotto, al pari d'Assalonne, dalla voglia di regnare prima del tempo. Ciò che maggiormente gli faceva animo ad imprendere questa malvagia risoluzione, era l'assistenza segretamente a lui promessa da Childeberto suo zio re di Parigi, troppo disgustato perchè Clotario di lui padre avesse assorbito tutto il regno d'Austrasia, cioè il posseduto dal già re Teodebaldo, senza farne parte a lui, come era di giustizia. Pertanto si venne ad una guerra scandalosa, che durò molto tempo, essendosi veramente dichiarato in favore di Cranno il suddetto re Childeberto. L'Italia intanto si godeva una buona pace. Narsete n'era governatore, e a Narsete non mancava pietà, giustizia e prudenza per governare i popoli alla sua cura commessi. Secondochè abbiamo da Andrea Dandolo [Andreas Dandulus, Chron. Venet., tom. 12 Rer. Italic.], la tradizione in Venezia era ch'egli, ito colà, fabbricasse nell'isola di Rialto due chiese, l'una in onore di san Teodoro martire, e l'altra di san Menna e di san Geminiano vescovo di Modena.


DLVIII

Anno diCristo DLVIII. Indizione VI.
Pelagio I papa 4.
Giustiniano imperadore 32.

L'anno XVII dopo il consolato di Basilio.

Per relazione di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e dell'autore della Miscella [Histor. Miscella, lib. 16.], in quest'anno cominciò a vedersi in Costantinopoli una nazione, che non s'era dianzi mai veduta. Si chiamavano Abari o Avari, e corse tutto il popolo a contemplar quelle brutte ciere. Portavano i capelli lunghi, raccolti con un nastro, e cadenti giù per le spalle. Nel resto degli abiti comparivano somigliantissimi agli Unni. Ed in fatti erano anch'essi, non men che gli Unni, Tartari di nazione. Costoro, spediti dalla loro tribù, chiedevano all'imperador Giustiniano di potersi stabilire nella Mesia, offerendosi pronti a servirlo in tutte le occorrenze colle lor armi. Forse nulla per allora ottennero. Torneremo a parlarne fra poco; e lo richiede la storia d'Italia, perchè costoro misero poi piede nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, e si fecero pur troppo conoscere col tempo crudelissimi arnesi anche agl'Italiani. Ai tremuoti, che sul fine dell'anno addietro afflissero cotanto la città di Costantinopoli, si aggiunse da lì a poco, cioè nel febbraio dell'anno corrente, una terribil peste, che inferocì specialmente contro i giovani, e, secondochè attesta anche Agatia [Agat., lib. 5 Hist.], portò sotterra un'infinita moltitudine di popolo. A questo malore, il più micidiale degli altri, è tuttavia, e sarà sempre soggetta quella città finch'essa trascurerà quelle precauzioni, colle quali si vuol ora preservata l'Italia. Nè qui si fermò l'infelicità di quelle contrade. Sul principio del verno, essendo gelato il Danubio, passati di qua con facilità gli Unni sotto il comando di Zaberga lor capo, vennero saccheggiando tutto il paese, disonorando le femmine, e menando in ischiavitù chi loro aggradiva. Giunsero fin sotto le mura di Costantinopoli, nè trovavano chi loro si opponesse. Osservò Agatia, che, secondo le regole dell'imperio e giusta la misura degli aggravii, si aveano da tenere in piedi secento quarantacinque mila combattenti. In questi tempi non ve n'era che cento cinquanta mila; e questi divisi parte in Italia, parte in Africa, in Ispagna (perchè, oltre all'isole adiacenti alla Spagna, tuttavia nel continente si conservava qualche città fedele al romano imperio, come si raccoglie da sant'Isidoro), in Egitto, in Colco e ai confini della Persia. Giustiniano, invecchiato forte, non era più quello di prima. Lasciava andare in malora i paesi; e se i Barbari o minacciavano guerra, o la facevano, comperava da essi a forza d'oro la pace. Il denaro, che s'aveva da impiegare in mantener dei reggimenti di soldati, serviva ad alimentar meretrici, ragazzi, sgherri. E in Costantinopoli, ancorchè durassero le scuole militari, alle quali una volta erano ascritti i più valorosi e pratici dell'arte militare, ben pagati perciò, allora queste erano composte di gente che comperava que' posti, nè altro merito avea che di andar bene vestiti. Così governava in questi tempi Giustiniano, di cui anche è memorabile la cecità e stupidità in portar tanto affetto ai seguaci della fazione prasina, che loro era permesso d'uccidere di bel mezzo giorno nella città quei della fazione veneta loro emuli, e di entrar per forza nelle case, e di rubare, senza che temessero della giustizia. E guai a quei giudici che trattavano di castigargli. Se crediamo a Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.], venne a morte in quest'anno Childeberto, uno dei re franchi, giunto già ad un'avanzata vecchiaia, nel mentre ch'egli sostenendo la ribellione di Cranno, figliuolo del re Clotario, cercava di vendicarsi del fratello che aveva occupato tutto il regno d'Austrasia. Portò questa morte al re Clotario il possesso anche degli stati ch'erano goduti da esso re Childeberto, e così venne ad unirsi in lui tutta la vasta monarchia de' Franchi, che abbracciava tutta la Gallia (a riserva della Linguadoca dominata da Visigoti, e della Bretagna minore governata dai suoi sovrani) e buona parte della Germania, compresavi la Sassonia, la Turingia, l'Alemagna e la Baviera, la qual ultima provincia circa questi tempi cominciò ad aver il suo duca. E questi fu Garibaldo, a cui il re Clotario diede per moglie Valderada, chiamata da altri Valdetrada, ossia Valdrada, vedova del fu re Teodebaldo.


DLIX