Paolo Diacono ci fa sapere onde venisse la spinta data a Narsete, con dire che avendo egli ammassate tante ricchezze, mossi da invidia i Romani, scrissero a Giustino Augusto e Sofia sua moglie, rappresentando d'essere sì maltratti ed oppressi da Narsete, che meglio stavano sotto i Goti che sotto di lui. Perciò pregavano l'imperadore di liberarli da questo cattivo ministro, altrimenti minacciavano di cercarsi altro padrone. Montò in collera Giustino all'avviso di questi lamenti, e subito destinò, o pure spedì in Italia Longino, acciocchè nè assumesse il governo, con richiamar Narsete in Oriente. Ma Narsete, informato di quanto da Roma era stato scritto alla corte contra di lui, e dello sdegno dell'imperadore, si levò bensì di Roma, e andossene a Napoli, ma non si attentò di proseguire il viaggio alla volta di Costantinopoli. E tanto più perchè o Sofia Augusta gli avea fatto intendere, essere ormai tempo che un eunuco par suo andasse a filar nel serraglio delle donne in Costantinopoli; o pure, essendo scappate queste parole di bocca ad essa Augusta, furono esse riferite a Narsete. Dicono, aver egli risposto: Saprò ben io ordire una tela sì fatta, che in sua vita non potrà essa imperadrice giammai svilupparla o disfarla. E che egli poscia segretamente inviasse messi a consigliare Alboino, re de' Longobardi, che, abbandonato il povero paese della Pannonia, venisse nel ricco ed abbondante d'Italia. Era egli suo amico, e si era servito delle sue truppe per distruggere il regno de' Goti. Ora Anastasio bibliotecario [Anast. Biblioth., in Vita Joannis III.] conferma anche egli il ricorso fatto dai Romani alla corte, e l'andata sua a Napoli, e l'invito mandato ai Longobardi; soggiugnendo appresso, che papa Giovanni frettolosamente passò a Napoli, per pregare Narsete che volesse tornarsene a Roma. Rispose egli: Che male ho io mai fatto ai Romani? ditemelo, o santissimo papa. Mia intenzione è di andare alla corte per giustificarmi, e far conoscere a tutti s'io abbia fatto loro del bene o del male. Papa Giovanni, piuttosto v'andrò io, gli replicò; e tanto disse, che il fece ritornare a Roma, dove da lì a non molto tempo terminò i suoi giorni. Il corpo suo chiuso in una cassa di piombo con tutte le sue ricchezze fu inviato a Costantinopoli. Anche Agnello ravennate [Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.] lasciò scritto che Narsete arrivò al fin di sua vita in Roma in età di novantacinque anni. Fu messa in dubbio dal cardinal Baronio la morte di Narsete in Roma, quasi che Gregorio Turonense avesse scritto [Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 20.] ch'egli andò a Costantinopoli, e nascose in una cisterna tutti i suoi tesori, scoperti poi sotto Tiberio Augusto successore di Giustino: il che non sussiste. L'autore della Miscella [Hist. Miscell., lib. 16.] e Paolo Diacono, che presero questa favola da esso Gregorio, anch'essi accennano che non già in Costantinopoli, ma in una città d'Italia Narsete seppellì quei tesori. Aggiugne il cardinale suddetto, che Corippo [Corippus, de laudibus Justini II.] ci fa vedere Narsete in Costantinopoli, più che mai in grazia dell'imperadore. Anzi di qui egli credette di poter dedurre che non sussista la voce sparsa del tradimento ordito, con chiamare in Italia i Longobardi. Ma il padre Pagi ha eruditamente osservato, essere differente da Narsete patrizio e governatore d'Italia quel Narsete, di cui fece menzione Corippo. E giudica poi fondata abbastanza l'opinione del tradimento di Narsete patrizio, dacchè ne fa menzione anche Mellito, autore spagnuolo, che, secondo lui, terminò nell'anno 614 una Cronichetta, che si conserva manoscritta in Parigi. Per altro ogni disgrazia vuol qualche cagione, e nelle grandi specialmente il popolo è facile figurarsi per vero quello che taluno comincia a dire. Non s'ha certo da dubitare dei passi fatti dal senato romano contra di Narsete. Anastasio ne parla con circostanze pregnanti di verità. Giuste conseguenze sono dipoi la collera dell'imperadore e dello stesso Narsete. Ma ch'egli giugnesse anche a tanta iniquità d'inviare i Barbari in Italia, non è già evidente. Senza che Narsete facesse lor sapere che buon paese fosse l'Italia, l'aveano essi imparato a conoscere di vista, allorchè l'aiutarono a disfare Totila re de' Goti. Era tuttavia in vigore la memoria di quanto avevano operato Odoacre e Teoderico. Ed, oltre a ciò, la voce sparsa che finiva il governo di Narsete, valente generale, e che la peste avea fatta terribile strage in Italia, potè somministrare un sufficiente motivo al re Alboino di applicarsi alla conquista di queste contrade. Finalmente l'essere Narsete, ad istanza di papa Giovanni, ritornato a Roma, non ben s'accorda col supporlo richiamato alla corte, nè colla pronta spedizione del successore Longino, che forse non gli fu destinato ed inviato se non dappoichè s'intese la morte d'esso Narsete, accaduta non molto dopo, e però probabilmente prima che terminasse l'anno presente. In esso anno ancora, per attestato di san Gregorio Magno [Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 38. Homil. 1 in Evangel.], che dà per testimonii i suoi occhi, furono vedute in aria figure infocate, rappresentanti schiere d'armati dalla parte di settentrione, creduti preludii delle incredibili calamità che sopravennero all'Italia: il che io rapporto istoricamente, lasciando la libertà ad ognuno di credere immaginazioni, e non cifre dell'avvenire que' segni, ossia quegli effetti naturali dell'aria. Ne fa menzione anche Paolo Diacono. E l'antico storico ravennate Agnello [Agnel., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.] aggiugne che la città di Fano e il castello di Cesena furono consumati dalle fiamme colla morte di molte persone.
DLXVIII
| Anno di | Cristo DLXVIII. Indizione I. |
| Giovanni III papa 9. | |
| Giustino II imperadore 4. |
L'anno II dopo il consolato di Giustino Augusto.
Per quanto ho notato nel mio Tesoro nuovo delle vecchie iscrizioni, sul fine dei fasti consolari non pare mal fondata la opinione del cardinal Baronio, da cui fu creduto che in quest'anno Giustino Augusto procedesse console la seconda volta, benchè il padre Pagi vi ripugni a tutto potere. Il marchese Scipione Maffei [Maffei, Istoria Diplomatica, pag. 103.] nella sua Storia diplomatica pubblicò uno strumento fatto in Ravenna Imp. D. N. Justino P. P. Augusto, anno septimo, et post consulatum ejus secundo anno quarto, sub die tertio nonarum juniarum, indictione quarta. Qui v'ha dell'imbroglio, e, siccome osservò esso marchese, non sarà stata ben avvertita l'indizione, perchè l'anno settimo di Giustino II cominciò nel novembre dell'anno 571; laonde cade questo strumento nel dì 3 di giugno dell'anno 572, in cui correva l'indizione quinta. Però sembra che di qui abbiamo il consolato secondo d'esso Augusto. Ma perciocchè fu più in uso di contar gli anni dal suo primo consolato, però anch'io userò lo stile medesimo. Ed ecco che siam giunti ad uno de' più funesti anni che s'abbia mai provato l'Italia, perchè, secondo Paolo Diacono, e giusta il più comun parere degli eruditi, in esso venne Alboino re dei Longobardi a mettere e a fissare con sue genti il piede in Italia con farla divenir teatro di lunghe e deplorabili tragedie. Dappoichè era riuscito ad Alboino di sconfiggere la possente nazion de' Gepidi, dovette crescere l'orgoglio suo, e la persuasione che tutto dovea cedere alla forza dell'armi sue. Vero è ch'egli possedeva un vastissimo tratto di paese, cioè la Pannonia e il Norico, se pur tutte erano in suo potere, provincie che allora abbracciavano la maggior parte dell'Ungheria, l'Austria di qua dal Danubio, la Stiria, la Carintia, la Carniola, il Tirolo e forse qualche parte della Baviera, nei quali paesi per quarantadue anni la nazion de' Longobardi era abitata, dappoichè il re Audoino ve l'introdusse, e vi si stabilì per concessione di Giustiniano Augusto. Tuttavia riputando Alboino, e con ragione, miglior paese l'Italia, a cui si avvicinavano i suoi stati, determinò di abbandonare affatto la Pannonia, risoluto d'acquistare quest'altro più felice regno. Talmente si tenne egli in pugno un tal conquisto che, sull'esempio di Teoderico re de' Goti, determinò di condurre seco, non solamente gli uomini atti all'armi, ma le donne ancora, i vecchi e i fanciulli, in una parola tutta la schiatta dei Longobardi; dell'antica origine germanica de' quali ha trattato il Cluverio nella sua Germania, ed io ancora nella parte I delle Antichità Estensi. Attese egli adunque nel precedente anno a preparar così grande impresa, nè contento delle sole sue forze, invitò ad unirsi seco i Sassoni suoi vecchi amici [Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 6.]. Più di venti mila combattenti trasse egli dalla Sassonia, ed ancor questi menarono con seco tutte le lor mogli e figliuoli, di maniera che restò spopolato un tratto di quel paese, e Sigeberto re d'Austrasia prese poi il ripiego, per ripopolarlo, d'inviare in que' siti un buon numero di famiglie cavate dalla Svevia. Divulgatasi inoltre la spedizione meditata da Alboino verso l'Italia, vi concorse un'altra moltitudine di persone di varii paesi. Ed è certo (son parole del suddetto Paolo Diacono volgarizzate) che Alboino, venendo in Italia, seco condusse molti di diverse nazioni, che egli ed altri dei re barbari aveano presi, come Gepidi, Bulgari, Sarmati, Pannoni, Soavi (cioè Svevi), Norici ed altre simili genti, i nomi de quali tuttavia durano nelle ville d'Italia, dove essi abitano [Idem, ibid., cap. 26.]. La speranza del guadagno mise in moto tutti coloro. E, siccome avvertii nelle mie Antichità Italiche [Antiq. Italic., tom. 1, Dissert. I.], porto io opinione che, dai Bavari, anticamente appellati Baioari, prendesse il nome una villa del Modenese, chiamata oggidì Bazovara, e nei secoli addietro Raioaria, allorchè essa aveva un forte castello. Fors'anche Carpi, città del ducato di Modena, dai popoli Carpi dee riconoscere la sua denominazione. Così nel territorio di Milano, per attestato di Galvano Fiamma [Galvaneus de Flamma, Manipul. Flor., cap. 211 Rer. Ital., tom. XI.], fu rinomato il contado di Burgaria, che, a mio credere, prese la denominazione dai Bulgari, ivi abitanti. E forse la bella terra di Soave nel Veronese trasse il suo nome dagli Svevi, popolo della Germania, molti de' quali calarono in Italia con Alboino. Dagl'Italiani la Svevia era nei vecchi tempi appellata Soavia, come si può vedere nelle storie di Giovanni Villani e presso altri autori. E Suavia si legge ancora ne' testi più antichi di Paolo Diacono.
Ora l'autorità d'esso Paolo Diacono, figliuolo di Varnefrido, che con chiare note cronologiche disegna il presente anno 568 pel primo dell'entrata de' Longobardi in Italia, avvalorata anche da altre pruove, è seguitata dai più saggi letterati dei nostri tempi. Che se Mario Aventicense [Marius Aventicens., in Chron.], autore più antico, la mette nell'anno seguente (il che bastò ad alcuni per abbandonar qui Paolo Diacono) non dee già muovere noi altri, dacchè si vede che per errore dei copisti nella sua storia sono posticipati d'un anno gli avvenimenti di questi tempi. Merita bensì riflessione ciò che troviamo scritto dall'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 16 in fin.]. Hujus imperatoris (dic'egli parlando di Giustino) anno undecimo (senza fallo qui v'ha sbaglio) qui est annus Divinae Incarnationis DLXVIII, indictione prima, in ipsis calendis aprilis egressi sunt Longobardi de Pannonia. Fin qui va bene, perchè son parole prese da Paolo Diacono. Seguita a dire: Et secunda indictione coepere praedari. Tertia vero Indictione dominare coeperunt in Italia. Il Sigonio [Sigon., de Regno Italiae, lib. 1.], chiarissimo scrittore modenese, seguendo questo autore, ha distinta l'epoca dell'entrata dei Longobardi in Italia da quella del principio del regno italico di Alboino. Fu ripreso per questo da Camillo Pellegrino e dal padre Pagi; ma due letterati di buon polso, cioè il padre abbate Benedetto Bacchini [Bachinnius, in Notis ad Agnelum, tom. 2. Rer. Ital.] e il dottor Giuseppe Sassi [Saxius in Notis ad Sigonium, de Regn. Italiae.], bibliotecario dell'Ambrosiana, hanno egregiamente difesa la sentenza del Sigonio. Nè dal testo suddetto si dee dedurre che i Longobardi impiegassero tutto quest'anno in venir dalla Pannonia, nè che si stessero colle mani alla cintola giunti che furono in Italia. Fece Alboino molto ben delle conquiste nel presente anno, altre nel susseguente, ma non tali che credesse di potersi dire padrone d'Italia. Ciò solamente, siccome vedremo, succedette nell'anno 570. Venendo adunque alla feroce nazione de' Longobardi, Paolo Diacono la vuol così nominata, per la lunghezza delle barbe che portavano, perchè, dic'egli [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 4.], lang nella loro lingua significa lungo, e baert barba. Vien riprovata questa opinione da alcuni che li credono chiamati così per le aste lunghe, o pel paese, dove abitavano; ma il Cluverio, il Grozio ed altri aderiscono a Paolo. Nelle più antiche memorie portano il nome di Langobardi come si può veder presso Strabone, Tacito, Tolomeo e Procopio. Leggesi parimente così ne' testi più antichi di Paolo Diacono, e nei diplomi dei re longobardi e dei primi imperadori franchi. Presso i susseguenti scrittori si incontrano più spesso col nome di Longobardi. Tuttavia, siccome osservai nelle Antichità Italiche, ho io trovato marmi del secolo ottavo, ne' quali chiaramente Longobardi ancora si vedono appellati. Ora il re Alboino, con tutta questa nazione, uomini, donne, vecchi e fanciulli e colle loro suppellettili, secondochè scrive il suddetto Paolo [Idem, lib. 2, cap. 7.], uscì dalla Pannonia, correndo la indizione prima, nell'anno di Cristo 568, nel dì dopo la Pasqua, la qual cadde quell'anno nel dì primo di aprile, e s'inviò alla volta d'Italia. Non dice, che egli in quel dì entrasse in Italia: dice che uscì dalla Pannonia. Cedette agli Avari, ossia agli Unni tartari, la Pannonia suddetta con patto, se gli fosse occorso il bisogno, di poter ritornare in quelle contrade: patto ben difficile ad attenersi, troppo grande essendo l'incanto di chi possiede per qualsivoglia titolo gli stati altrui. S'egli abbandonasse anche tutto il Norico, non è pervenuto a nostra notizia. Leggesi presso lo stesso Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 40.] che Tasone e Caccone, duchi del Friuli, possederono il paese di Cilicia, abitato allora dagli Sclavi; e però sembrano stati possessori anche della Carniola. Abbiamo, all'incontro, dal medesimo storico [Idem, lib. 5, cap. 22.] più sotto, che gli Sclavi dominarono nella Carintia. Sicchè almen poco si dovette stendere nella Germania da lì innanzi la signoria de' Longobardi. Giunto Alboino con quel gran seguito ai confini dell'Italia, salì sopra un alto monte di que' luoghi per vagheggiare fin dove potea il bel paese ch'egli già contava per suo. Era fama a' tempi di Paolo Diacono che da lì innanzi quel monte prendesse il nome di monte del re, ossia Monreale. Allo strepitoso avvicinamento di questo gran temporale, Paolino arcivescovo scismatico di Aquileia si ritirò nell'isola di Grado con tutto il tesoro della sua chiesa: isola che col tempo giunse a far guerra alla stessa chiesa d'Aquileia. Non trovando Alboino ostacolo alcuno alla sua entrata in Italia, s'impadronì della città del Foro di Giulio, capo allora della provincia, che da essa città prese dipoi il nome di Friuli, e chiamata oggidì Cividal di Friuli. Pensò tosto a mettere un governatore col titolo di duca in quel paese, ed elesse Gisolfo suo nipote, che gli serviva in grado di cavallerizzo maggiore. Eidem strator erat, dice Paolo, quem lingua propria marphais appellant. Non prima accettò questi il governo, che Alboino gli avesse accordato molte nobili famiglie di Longobardi, acciocchè abitassero in quel paese. Gli domandò ancor alcune razze di generose cavalle, e le ottenne. Paolo Diacono, il cui bisavolo o trisavolo venne con Alboino, e piantò casa in essa città del Friuli, è diligentissimo nel progresso della storia in raccontare i fatti di questo ducato, che fu il primo ad essere istituito dal re Alboino.
Allorchè arrivò l'esercito longobardo al fiume Piave, Felice, vescovo di Trevigi, coraggiosamente si presentò ad Alboino, con raccomandargli il popolo della sua città e i beni della sua chiesa. Ordinò tosto il re con molta cortesia che gli fosse spedito un diploma di confermazione di tutto quanto possedeva la chiesa trivisana. Intanto Longino patrizio, spedito dall'imperador Giustino con titolo di Esarco di Italia, verisimilmente era giunto a Ravenna, dove fissò il suo soggiorno per essere più alla portata di opporsi al torrente che veniva ad inondare l'Italia. Non si sa ch'egli conducesse seco rinforzo alcuno di milizie. Quelle poche ch'egli trovò qui le compartì nelle città più forti, e diedesi, per quanto si può credere, a far di grand'istanze a Giustino Augusto per aver dei soccorsi. Solamente sappiamo da Agnello Ravennate [Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Ital.], che egli fortificò Cesarea con cignerla di pali: oggidì diciamo palizzare. Era questa Cesarea, secondochè avvertì Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 3.], un borgo fuori di Ravenna a guisa di città posto fra essa Ravenna e Classe. Giordano storico [Jordan., de Reb. Get., cap. 29.] scrive appunto così: Trino urbs ipsa (Ravenna) vocabulo gloriatur, trigeminaque positione exultat: idest, prima Ravenna, ultima Classis, media Caesarea. Vennero poscia pacificamente in poter de' Longobardi Vicenza, Verona, e gli altri luoghi della provincia della Venezia, a riserva di Padova e di Monselice, che guernite di sufficiente presidio si misero alla difesa. Queste fortezze arrestarono i passi di Alboino, e tanto più perchè essendo scorsi fin sotto Mantova, trovarono che anche quella città s'era accinta a far testa. Per tanto determinò di non procedere più oltre e di prendere il quartiere del verno in quella provincia, per vedere se gli riuscisse, con bloccare in quel tempo esse città resistenti, di forzarle alla resa. Racconta il sopraccitato Agnello, che Pietro seniore Arcivescovo di Ravenna secunda indictione consecratus est Romae absque jejunio, XVII kalendas octobris. Soggiunge appresso: Eo anno occupata Venetia a Longobardis est, et invasa, absque bello expulsi sunt: forse potiti sunt. Nell'anno presente l'Indizione seconda cominciò a correre nel settembre; e però non più che la provincia della Venezia conquistarono in quest'anno i Longobardi, e senza contrasto. Nota in fine Paolo Diacono che ne' primi mesi dell'anno presente cadde tanta neve nelle pianure d'Italia, quanta ne suol venire ne' più alti luoghi delle Alpi, e che, ciò non ostante, si ebbe poi tanta abbondanza di raccolto, che non v'era memoria d'altra simile.