Seguita a dire Menandro che in questi tempi Alboino re de' Longobardi, sempre meditando come potesse abbattere Cunimondo re de' Gepidi, con cui aveva una capitale dichiarata nimicizia, mandò ambasciatori a Boiano re degli Avari, per istabilire seco una lega contra dei Gepidi. Fra le altre ragioni gli addusse questa, cioè non muoversi egli sì ardentemente alla guerra contro dei Gepidi, se non per dannificare Giustino imperadore, cioè il maggior nemico che s'avessero gli Avari, dappoichè egli poco prima, niun conto facendo dei patti stabiliti con Giustiniano Augusto suo zio, avea privato gli Avari de' consueti regali. Per conseguente, se si sterminavano i Gepidi, sarebbe facile l'occupar la Tracia e scorrere fino a Costantinopoli. Non dispiacque a Boiano la proposizione, e fu chiusa la lega con condizione che vincendo, tutto il paese de' Gepidi passar dovesse in dominio ad essi Avari; laonde questi collegati si prepararono alla guerra. Il re de' Gepidi Cunimondo, penetrata che ebbe questa macchina, ricorse all'imperadore Giustino, ma non potè indurlo a prestargli aiuto. S'è perduta la storia del suddetto Menandro Protettore, con restarne solamente de' frammenti, rapportati nel primo tomo della Storia bizantina, e però non si vede il proseguimento della gara suddetta fra i Gepidi e Longobardi, nè dello sterminio de' primi. Ma ne abbiamo abbastanza per intendere che non già nell'anno 551, come pretese il padre Pagi, ma sì bene nel presente 566 succedette il memorabil fatto d'armi tra loro, che viene accennato da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 1, cap. 27.]. Narra anche egli la lega di Alboino con gli Unni, chiamati Avari, i quali furono i primi ad entrare ostilmente nel paese de' Gepidi. Da tal nuova costernato Cunimondo, si avvisò di dar prima battaglia ai Longobardi, perchè, se gli riusciva di averla favorevole, si prometteva poi facile il superare anche gli Unni. Gli fallirono i conti. Con tal ardire combatterono i Longobardi, che la fortuna si dichiarò in loro favore; e sì grande fu la rabbia loro, che non diedero quartiere ad alcuno, e fra gli altri vi lasciò la vita lo stesso re Cunimondo. Però la dianzi sì potente nazione de' Gepidi rimase disfatta; nè ebbe più re da lì innanzi, in guisa che a' tempi d'esso Paolo Diacono il resto dei Gepidi era sottoposto ai Longobardi, o pure agli Unni, cioè a' Tartari Avari, che occuparono in tal congiuntura il loro paese di là dal Danubio (ma non già il Sirmio, che si trova da lì innanzi posseduto dai Greci), e susseguentemente si stesero per la Pannonia, allorchè i Longobardi vennero in Italia. Aggiungne esso Paolo Diacono che della preda immensa toccata in sì prosperoso conflitto ai Longobardi tutti arricchirono. Oltre ancora ad una gran moltitudine d'ogni sesso ed età, che fu fatta schiava, venne alle mani del re Alboino Rosmonda, figliuola dell'ucciso re Cunimondo; e perchè era già mancata di vita Clotsuinda, figliuola di Clotario re de' Franchi, sua prima moglie, passò egli alle seconde nozze con quest'altra principessa, ma per sua grande sventura, siccome vedremo. Giovanni abbate biclariense [Abbas Biclariensis, in Chron.] mette anche egli sotto l'imperadore Giustino II la disfatta de' Gepidi, benchè fuor di sito, e troppo tardi, con aggiungnere che i tesori del re Cunicmondo (così egli lo chiama) furono interamente portati a Costantinopoli al suddetto imperadore da Trasarico vescovo ariano, e da Rettilane nipote d'esso re ucciso. Evagrio anch'egli scrive che i Gepidi consegnarono il Sirmio all'imperadore. Di sopra abbiam detto che gli Unni Avari andarono a far una visita ai Franchi, probabilmente verso la Turingia. Di questo fatto, ma con altre più importanti circostanze, ci lasciò memoria anche Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 23.]. Narra egli che nell'anno 561, o pure nel susseguente, gli Unni fecero un'irruzione nelle Gallie, sotto il qual nome, abusivamente adoperato, è probabile ch'egli intendesse il dominio dei re franchi, steso per buona parte ancora della Germania. Contra di questi Barbari procedette colla sua armata il re Sigeberto, e fatta giornata con loro, li ruppe e mise in fuga. Non andò molto che per mezzo d'ambasciatori seguì fra loro pace ed amicizia. Secondo il medesimo autore [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 29.], tornarono dipoi gli Unni (cioè nell'anno presente, come ci avvertì Menandro Protettore) con pensiero di passar nelle Gallie, cioè ne' paesi di Germania sottoposti al re d'Austrasia Sigeberto. Questi andò loro incontro con un esercito composto di una gran moltitudine d'uomini forti. Ma nel voler attaccar battaglia, saltò addosso ai Franchi tal paura, parendo lor di vedere delle fantasime, che diedero alle gambe. Il buon Gregorio Turonense attribuisce ciò alle arti magiche degli Unni. Mentre fuggiva la sua armata, il re Sigeberto ritiratosi in un luogo forte, fu quivi serrato dagli Unni. Ma siccome egli era persona galante ed astuta, con dei regali si cavò fuori d'impaccio; anzi trattò e conchiuse in tale occasione con quei Barbari una pace perpetua; e il re degli Unni, chiamato Cagano, anch'egli inviò dipoi parecchi doni ad esso re Sigeberto. Il padre Daniello [Daniel, Histoire de France, tom. 1.], elegantissimo scrittore della Storia franzese, supplendo col suo ingegno ciò che tacquero gli antichi storici della Francia, qui rappresenta lo stesso re Sigeberto preso dagli Unni e condotto alla tenda del vincitore, dove, facendo comparire la costanza del suo spirito, mirabilmente incantò quel barbaro, ma insieme generoso principe. Questi impedì che non fosse messo a sacco il di lui equipaggio, e gliel fece rendere. Sigeberto, avendo trovato in esso di che fare i presenti al re degli Unni, seppe così ben guadagnarlo, che ne ebbe la libertà e una pace giurata per sempre. Queste particolarità io le cerco in Gregorio Turonense, in Fredegario, e non le ritrovo. Richiamò Giustino Augusto in quest'anno dall'esilio Eutichio patriarca di Costantinopoli con sua lode. Ma fu ben egli altamente biasimato da ognuno per aver levata la vita a Giustino figliuolo di Germano patrizio, pronipote, come già dissi, di Giustiniano Augusto dal lato paterno. Il valore e il credito di questo personaggio, tutto che quieto e fedele, faceva ombra e paura a Giustino e a Sofia Augusta sua moglie. Veggasi Evagrio [Evagr., lib. 5, cap. 1 et 2.], da cui sappiamo che questo imperadore si diede alle delizie anche più oscene, e cominciò sordidamente a vendere le cariche e gli uffizii, e fino i vescovati a persone indegne. Fece anche morire Eterio e Addeo, chiarissimi senatori, ma con giusta condanna, se fu vero che avessero tramato contro la di lui vita. Credesi ancora pubblicata da lui in quest'anno la novella 140 riferita nel Codice di Giustiniano, in cui concede che di comun consenso si possa sciogliere il matrimonio fra i coniugati: legge contraria agli insegnamenti della religione cattolica.


DLXVII

Anno diCristo DLXVII. Indizione XV.
Giovanni III papa 8.
Giustino II imperadore 3.

L'anno I dopo il consolato di Giustino Augusto.

Mette il padre Pagi console nel presente anno Giustino Augusto. Si fonda egli ne' Fasti de' Maffei romani, da lui non veduti, ma citati dal Panvinio; siccome ancora sull'autorità di Mario Aventicense, che congiunge col consolato di Giustino la Indizione XV. Cita anche in suo favore Teofane. All'incontro i cardinali Baronio e Noris riferirono all'anno precedente 566 il consolato di Giustino Augusto, e la loro opinione sembra a me che sia da preferire a quella del p. Pagi. Corippo nel panegirico di Giustino imperadore ci fa sapere ch'egli, appena salito sul trono, disse di voler rinnovare la dignità del consolato:

. . . . . . . . . . . . . nomenque negatum

Consulibus consul post tempora cuncta novabo.

Perchè dunque, secondo il solito dei precedenti novelli imperadori, non prese egli il consolato nel primo dì di gennaio dell'anno precedente, ed aspettò a prenderlo un anno dopo? Nè Mario Aventicense discorda dal Baronio, perchè nell'anno susseguente alla morte di Giustiniano, accaduta nel 565, rapporta il consolato di Giustino, e lo stesso padre Pagi confessa ch'egli pospone un anno i fatti d'esso Augusto. Quanto a Teofane, anch'egli sembra convenire nella medesima sentenza, mettendo la elezion di Giustino a dì 14 di novembre, correndo l'Indizione XIV, cominciata nel settembre. Poscia nell'anno susseguente scrive ch'egli procedette console, diede spettacoli, e sparse gran copia di danaro al pubblico. Io credo poi decisa una tal quistione da un'iscrizione che riferirò all'anno 569, di maniera che ho creduto di non poter qui per conto alcuno aderire al Panvinio e al Pagi. Del resto da lì innanzi gl'imperadori greci solevano eglino soli procedere consoli, e per una volta sola, contandosi poi i susseguenti anni colla formula del post consulatum, finchè essi viveano. Quali fossero i costumi di Giustino Augusto, l'ho poco fa accennato. Aggiungo ora che sua moglie, cioè Sofia, era donna superba, che, non contenta di voler anche ella comandare ai popoli, cercava anche la gloria di comandare al marito. Da questa ambiziosa principessa l'antichissima tradizione degl'Italiani tiene che procedesse la rovina della misera Italia. Seguitava Narsete patrizio a governar quello regno, facendo in esso fiorir la pace. Per attestato di Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.], egli avea lodevolmente fatto risorgere Milano con varie altre città distrutte dai Goti. Ultimamente, ad istanza di papa Giovanni, gli era riuscito di aver nelle mani Vitale vescovo di Altino [Paulus Diaconus, de Gest. Langob., lib. 2, cap. 4 et seq.], uno degli scismatici, che fuggito a Magonza, città signoreggiata allora dai re de' Franchi, s'era quivi per molti anni trattenuto. Il rilegò in Sicilia, affinchè non nudrisse nel suo popolo la disubbidienza alla santa Sede. Ora Narsete aveva accumulate immense ricchezze in sedici anni del suo governo d'Italia. Queste gli faceano guerra, perchè troppo esposte all'invidia degl'Italiani, o forse anche perchè non tutte giustamente acquistate. Però in quest'anno egli fu richiamato a Costantinopoli, per dargli un successore. Tertio anno Justini minoris imperatoris Narsis patricius de Ravenna evocitatus est: son parole d'Agnello [Agnell., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.], che circa l'anno 830 scrivea le Vite degli arcivescovi di Ravenna. Attesta anch'egli i tesori raunati da Narsete, con soggiungere: Egressus est cum divitiis omnibus Italiae, et fuit rector XVI annis. Anche Mario Aventicense mette la chiamata di Narsete, ma all'anno seguente.