DLXV

Anno diCristo DLXV. Indizione XIII.
Giovanni III papa 6.
Giustino II imperadore 1.

L'anno XXIV dopo il consolato di Basilio.

Era già pervenuto Giustiniano Augusto all'età di circa ottantatrè anni, tempo in cui dovea più che mai pensare ad assicurarsi quella vera e beatissima gloria che i buoni cristiani aspettano dopo la morte, e non la vana e fugace di questa vita. Pure, amando tuttavia di comparire maestro di teologia, e sedotto da qualche eretico suo favorito, volle ingerirsi di nuovo in decider quistioni riguardanti la dottrina della fede, con formare, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.], sul principio del corrente anno, un editto, in cui dichiarava incorruttibile e non soggetto alle naturali passioni il corpo del nostro Signor Gesù Cristo avanti la sua resurrezione; la qual sentenza era, ed è, opposta alla credenza della Chiesa cattolica. Perchè Eutichio, piissimo e santo patriarca di Costantinopoli, non volle sottoscrivere quest'empia decisione, sacrilegamente il fece deporre, e cacciollo in esilio. Quindi mosse una persecuzione contra tutti gli altri vescovi che ricusavano di consentire con lui, fra' quali specialmente fu Anastasio patriarca di Antiochia. Era l'ingannato imperadore in procinto di bandirli tutti, e di pubblicare un così scandaloso editto, quando stanca la pazienza di Dio il chiamò a render conto dell'amministrazione sua, siccome abbiamo da Evagrio [Evagr., lib. 4, cap. 40.], da Teofane, dall'autore della Miscella e da altri storici. Accadde la sua morte nel dì 13 o pure nel 14 di novembre del presente anno; e quantunque l'autore della Cronica Alessandrina, Mario Aventicense, Vittor Tunonense ed altri antichi la mettano nell'anno seguente 566, tuttavia, per le ragioni addotte dai cardinali Baronio e Noris, dal padre Pagi e da altri, siamo astretti ad abbracciar l'opinione che ascrive al presente anno il fine della di lui vita. Lasciò questo imperadore dopo di sè una memoria che non verrà mai meno, finchè dureranno fra i professori delle leggi i libri da lui pubblicati della giurisprudenza romana, e finchè la storia parlerà delle sue grandi imprese. Unironsi in lui molte virtù, ma contrappesate, anzi superate, da varii vizii e difetti, che, vivente lui, afflissero non poco i suoi sudditi, massimamente per gli eccessi suoi in materia di religione, e per gli aggravii e per le incredibili estorsioni lor fatte, e che non sono dissimulate dai vecchi scrittori. Chi prestasse fede alla Storia secreta di Procopio, uscita alla luce dopo gli Annali ecclesiastici del Baronio, Giustiniano sarebbe stato un mostro. Ma quella, per vero dire, è un'invettiva dettata da una strabocchevol passione, e in molti capi indegna di credenza, arrivando egli fino a scrivere che Giustiniano fosse un negromante, che non dormisse, che passeggiasse col busto senza capo, che fosse figliuolo del diavolo, e veduto sedere in maestà in forma di Satanasso: tutte scioccherie sconvenevoli ad un Procopio, cioè ad uno dei più nobili e saggi storici che ci abbia dati la Grecia. Racconta ancora cose nefandissime di Teodora Augusta prima ch'ella giugnesse alle nozze con Giustiniano, ed anche dipoi, le quali, procedendo da penna cotanto appassionata, non si debbono con tanta facilità tener per vere. Alcuni mesi prima che Giustiniano mancasse di vita, cioè nel mese di marzo, secondochè abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], diede fine a' suoi giorni anche Belisario patrizio. Giustiniano, che nel prendere la roba altrui non badava a scrupoli, occupò tutte le di lui facoltà, e le fece riporre nel suo erario, che si conservava nel palazzo di Marina, già figliuola dell'imperadore Arcadio. Benchè Giustiniano lasciasse dopo di sè due suoi pronipoti dal lato paterno, cioè Giustino e Giustiniano, figliuoli di Germano patrizio, nipote d'esso imperadore; tuttavia, o perchè egli altrimenti dispose nel suo testamento, o perchè così piacque al senato, ebbe nel dì 14 di novembre per successore nel trono imperiale Giustino juniore, ossia secondo di questo nome, figliuolo di Dolcissimo e di Vigilanzia sua sorella, al quale egli dianzi avea conferita la dignità cospicua di curopalate, cioè di soprantendente al palazzo cesareo. Questi sul principio parve principe d'animo generoso, e che non gli mancasse destrezza ed abilità per gli affari; ma, andando innanzi, tradì l'espettazione comune. Godeva soprattutto di fabbricare; in tutto e per tutto professò sempre la religione cattolica; ornò e dotò riccamente molte chiese edificate da Giustiniano, e massimamente il mirabil tempio di santa Sofia. Le lodi si veggono cantate in un poema latino da Corippo poeta africano di questi tempi. Solennemente coronato imperadore, dichiarò imperadrice Augusta Sofia sua moglie, e fecela coronare anch'essa. Una delle sue più gloriose imprese, narrata da esso poeta, fu quella di pagar tutti i debiti di Giustiniano, e di restituire il mal tolto da lui. Innumerabili concorsero i creditori e gl'ingiustamente aggravati. A tutti in pubblico fu fatta giustizia e restituito il suo, di maniera che il circo risplendeva per l'oro che in tal congiuntura si distribuì. Non ci vuol di più per accertarsi dell'immensa avarizia e rapacità di sì glorioso imperadore, quale è tenuto Giustiniano, facendo anche fede, dopo Evagrio, Giovanni Zonara [Zonar., in Chron.], con dire ch'egli per fas et nefas non cessò mai di succiare il sangue de' suoi popoli, per far poi delle chiese e delle altre fabbriche coll'altrui danaro, e per appagare ogni suo capriccio colla rapina della roba altrui.


DLXVI

Anno diCristo DLXVI. Indizione XIV.
Giovanni III papa 7.
Giustino II imperadore 2.

Console

Giustino Augusto, senza collega.

Seguito io qui il cardinal Baronio, da cui vien posto Giustino Augusto console nelle calende di gennaio dell'anno presente, e non già il padre Pagi, che mette il consolato preso da esso imperadore nell'anno susseguente 567. I motivi di così credere gli addurrò appunto nel seguente anno. Sotto l'Indizione XIV corrente nell'anno presente racconta Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] che Sinduvala, erulo, cominciò ad esercitare la tirannia, e che fu ucciso da Narsete patrizio. Potrebbe essere che questo fatto appartenesse all'anno precedente, perchè Mario all'anno medesimo rapporta la morte di Giustiniano Augusto. Comunque sia, di questo avvenimento fa anche menzione Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 3.], con iscrivere che Sindualdo re de' Bretti (probabilmente è scorretto questo nome), discendente da quegli Eruli che Odoacre avea menato seco in Italia, e qui si erano accasati, dopo aver fedelmente servito per gran tempo a Narsete governator dell'Italia, e ricevutane la ricompensa di molti onori e benefizii, superbamente in fine gli si ribellò per voglia di regnare. Bisognò condurre contra di lui l'armata, e venire a battaglia. In essa egli restò sconfitto e preso. Narsete, per maggiormente esaltarlo, il fece impiccare per la gola ad un'alta trave. Dove costui comandasse, e dove seguisse questa battaglia, è a noi ignoto. Continua poscia Paolo Diacono a dire che in quel tempo Narsete patrizio per mezzo di Dagisteo generale dell'armi, uomo bellicoso e forte, divenne padrone di tutti i confini d'Italia, probabilmente verso i monti che dividono l'Italia dalla Gallia, o dall'Alemagna, dove Sindualdo pare che avesse comando in questi tempi sopra i suoi Eruli. Dopo questo fatto mi sia lecito il far qui menzione della terribilissima peste che afflisse, e poco mancò che non desertasse l'Italia tutta. L'anno preciso non si sa. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 4.] la mette circa questi tempi, nei quali mancò di vita Giustiniano imperadore. Infierì essa spezialmente nella Liguria; e san Gregorio Magno [Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 4, cap. 26.] anch'egli attesta che questo malore recò del gran danno a Roma. Tanta fu la strage de' popoli, che restarono in molti luoghi disabitate affatto le campagne, nè vi era chi mietesse, nè chi raccogliesse le uve. Venuto poi il verno, si sentiva per l'aria di notte e di dì un suono di trombe, e a molti pareva d'udire il mormorio d'un esercito. Questa fiera pestilenza si provò solamente in Italia, nè passò in Alemagna nè in Baviera, e servì di preludio alle calamità che Dio preparava per l'Italia. Dissi di sopra all'anno 551 che il padre Pagi non prese ben le sue misure, mettendo in quell'anno il fine del regno dei Gepidi, mercè della gran rotta loro data da Alboino re de' Longobardi. In quest'anno ripongo io quello avvenimento, avendone mallevadore Menandro Protettore [Histor. Byzant., tom. 1, pag. 101.], storico del presente secolo, al cui racconto non fece mente esso Pagi. Racconta dunque Menandro ne' suoi frammenti, che assunto all'imperio Giustino juniore, gli Avari, cioè gli Unni, che aveano posto il lor nido in quella che oggidì appelliamo Moldavia, gli spedirono ambasciatori per dimandargli i regali annui che Giustiniano imperadore per pusillanimità solea loro inviare, e per far pruova se poteano guadagnare di più; e veramente parlarono con insolenza a Giustino. Questa ambasceria è narrata medesimamente da Corippo; anzi da lui intendiamo che seguì sette giorni dopo la coronazione di esso Augusto, e però nel novembre del precedente anno. Giustino rispose con maggiore altura di non voler loro pagar un soldo, nè donar cosa alcuna; che se si arrischiassero di fare i begli umori contra dell'imperio romano, farebbe lor vedere chi era un imperador de' Romani; e che si contentassero, se li sopportava nel suo paese, perchè questo era il più gran regalo che potesse lor fare. Se n'andarono costoro con coda bassa, credendo forse che Giustino fosse da tanto da accompagnar la bravata coi fatti, e si voltarono verso il paese de' Franchi. Soggiugne il medesimo autore, cioè Menandro, ch'era pace e lega fra essi Avari e i Franchi [Hist. Byzant., tom. 1, pag. 110.]. Ora Boiano, duca, ossia re degli Avari, appellato ancora Cagano (cognome di dignità, perchè usato dagli altri re di questa schiatta d'Unni, che vennero poi padroni dell'Ungheria), fece sapere a Sigeberto, re de' Franchi, che il suo esercito abbisognava di viveri, e però il pregava di soccorso, promettendogli di ritirarsi fra tre giorni, se gli faceva questa grazia. Sigeberto non tardò a mandargli una buona quantità di buoi, pecore e grani. Certo è che il regno d'Austrasia posseduto da Sigeberto comprendeva la Svevia, parte della Sassonia e la Turingia e la Baviera. Di là dal Danubio senza fallo andarono gli Avari a trovare i Franchi.