DLXIII

Anno diCristo DLXIII. Indizione XI.
Giovanni III papa 4.
Giustiniano imperadore 37.

L'anno XXII dopo il consolato di Basilio.

Degno è assai di riflessione ciò che sotto il presente anno vien raccontato da Teofane: cioè che da Roma giunsero a Costantinopoli laureati corrieri, portanti la lieta nuova che Narsete patrizio avea tolto ai Goti due fortissime città, cioè, come vo io credendo, Verona e Brescia. Presso Cedreno [Cedren., in Annal.], copiatore di Teofane, si trovano malamente storpiati i nomi di queste due città, chiamandole egli Viriam et Brincas. Mancano alla storia d'Italia lumi per dicifrar questi fatti. Contuttociò a me sembra verisimile che al presente anno si possa riferire quanto fu da me notato di sopra all'anno 555, cioè che, per testimonianza di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 2 et 3.], avendo voluto Amingo generale franzese prestar aiuto a Guidino conte de' Goti, autore di una ribellione contra dell'imperadore, ne pagò il fio, con restar vinto ed ucciso in una battaglia da Narsete. Fatto prigione lo stesso Guidino, fu inviato a Costantinopoli coi ceppi. Siccome fu detto di sopra, anche Menandro Protettore parla della opposizione fatta da questo Amingo e Narsete al passaggio dell'Adige, appunto allorchè si trattò della pace coi Persiani, narrata nell'anno precedente. Quello che è certo, secondo la testimonianza di Teofane, dovettero in quest'anno ribellarsi i Goti che abitavano in Verona e Brescia, perchè non sembra verisimile che Narsete avesse differito finora l'acquisto di quelle due importanti città, nè che i Franchi possedessero paese in Italia. Narsete, adoperata la forza, le ricuperò, a mio credere, e ne spedì la lieta nuova a Costantinopoli. Però non sussiste, come taluno ha creduto, che Narsete cacciasse fuor d'Italia tutti i Goti. Li soggiogò bensì, e promessa da loro la fedeltà dovuta, seguitarono essi a vivere ne' luoghi, dove avevano abitazioni e beni. Ciò apparisce da questo fatto, da Agatia e da altre antiche memorie. E se Amingo Franco diede assistenza in quella occasione ai Goti, dovette venire dalla Suevia e dagli Svizzeri, paesi allora sottoposti ai Franchi. Molto meno può sussistere, perchè Agnello storico ravennate scrive [Agnell., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Italicar.] che pugnaverunt contra veronenses cives, et capta est civitas a militibus vigesima die mensis julii, il figurarsi che i Veronesi fino a quest'anno si fossero mantenuti in libertà, senza essere sottoposti nè ai Goti, nè all'imperadore. Mancava forse a Narsete forza e voglia di sottomettere dopo tante altre queste due città? Scoppiò prima del tempo nel presente anno, a dì 25 di novembre, in Costantinopoli una congiura contra dell'imperadore Giustiniano, di cui fanno menzione Teofane [Theoph., in Chronogr.] e l'autore della Miscella [Histor. Miscella, lib. 16.] all'anno 35 dell'imperio d'esso Augusto. Ablavio e Marcello banchieri, e Sergio menavano un trattato di ucciderlo. Fu scoperta la secreta trama. Sergio, cavato fuor di un luogo sacrato, accusò come complice Vito, banchiere, e Paolo, curatore di Belisario patrizio. Presi questi due, furono esortati a confessare ch'era mischiato in essa cospirazione Belisario, ed infatti per tale lo incolparono. Nel dì 5 di dicembre raunata la gran curia davanti l'imperadore, e fattovi intervenire il patriarca Eutichio, colà chiamato ancora Belisario, gli fu letto sul volto la deposizione fatta contra di lui dai due suddetti. Se ne dolse egli forte: e tutte le apparenze sono ch'egli negasse il fatto, e chiamasse mentitori coloro. Contuttociò l'imperador, altamente sdegnato contra di lui, fece incarcerare tutti i di lui domestici, e diede a lui per carcere la casa sotto buone guardie, con restar sospese o pur tolte a lui tutte le sue cariche e dignità. Ne' susseguenti secoli prese anche piede un racconto popolare, cioè che Giustiniano facesse cavar gli occhi a questo gran capitano, e lo spogliasse di tutto, dimodochè, ridotto alla mendicità, andasse limosinando il vitto. Pietro Crinito, il Volterrano, il Pontano ed altri hanno sostenuta questa opinione, che ha avuta origine da Giovanni Tzetze, uno di quei greculi che fiorirono circa l'anno 1080. E quantunque il celebre Andrea Alciato si studiasse di far comparire questa per una solenne favola ed impostura, pure il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 561.] non solamente giudicò vero il fatto, ma ne volle anche addurre la segreta cagione, cioè il castigo di Dio, per avere Belisario nell'anno 537, cioè tanti anni prima, cacciato in esilio papa Silverio, e sostituito in suo luogo papa Vigilio a requisizione di Teodora Augusta. Senza fallo fu sacrilega l'azione di Belisario: e pure miglior consiglio sarebbe, se noi misere creature ci guardassimo dal volere sì facilmente entrare nei gabinetti di Dio, per interpretare gli alti suoi, e spesso inscrutabili, giudizii. È un gran libro quello dei giudizii di Dio, e il leggere in esso non è facile a noi altri mortali, chiara cosa essendo, come ho tante volte detto, che la divina provvidenza non dispensa sempre in questa vita i beni e i mali a misura dei meriti o demeriti dei mortali, nè paga ogni sabbato sera. Ha Iddio un altro paese in cui uguaglierà le partite. Però il cardinal Baronio (sia detto colla riverenza dovuta a quel grande uomo ed incomparabile storico) più saggiamente avrebbe operato, se, a riserva da certi casi, nei quali pare che visibilmente si vegga e senta la mano di Dio, si fosse ritenuto dall'interporre sì sovente il suo giudizio negli avvenimenti felici od infelici dei principi e degli altri uomini. E in questa occasione specialmente mi sembra di poter qui applicare la riflession suddetta, perchè, senza voler considerare che Belisario, dopo il fatto di papa Silverio, godè tanti anni di felicità, e prosperarono gli affari di Giustiniano Augusto, il qual pure, se non comandò, permise quell'eccesso; nè Teodora Augusta ne patì per questo nella presente vita; certo è, che non sussiste quel terribile abbassamento di Belisario, che qui vien supposto dal Baronio, e per conseguente neppure il visibile castigo e la vendetta di Dio sopra di lui. Di ciò parleremo all'anno seguente. Circa questi tempi, come diligentemente osservò il Pagi, fu scritta da Nicezio vescovo di Treveri una lettera [Du-Chesne, in Appendice tom. 1 Rer. Franc.] a Clotsuinda moglie piissima di Alboino re dei Longobardi, per esortarla a fare in maniera che il marito, abiurando l'arianismo, abbracciasse la religione cattolica, siccome per le persuasioni di santa Clotilde avea fatto sul principio di quel secolo Clodoveo re dei Franchi, avolo di essa Clotsuinda. In qual concetto fosse allora Alboino, si può raccogliere dalle seguenti parole: Stupentes sumus, quum gentes illum tremunt, quum reges venerationem impendunt, quum potestates sine cessatione laudant, quum etiam ipse imperator ipsum praeponit, quod animae remedium non festinus requirit. Qui sic, quemadmodum ille, fulget fama, miror quod de regno Dei et animae suae salute nihil investigare studet. E deesi anche avvertire che Nicezio chiama Goti, e non già Longobardi, il popolo soggetto ad esso re Alboino, non per altro, per quanto si crede, se non perchè fama era che fossero venuti i Longobardi dalla medesima Scandinavia, onde uscirono i Goti, ed eran perciò riputati una stessa nazione, benchè di nome diverso, come avvenne anco degli Unni, oggidì appellati da noi Tartari, divisi in varie numerosissime tribù. Per altro si sa che Procopio ed Agatia, storici di questi tempi, li chiamano Longobardi, e per questo nome erano conosciuti fin dai tempi di Cornelio Tacito, il quale fa menzione d'essi come d'un popolo particolare della Germania, e ne parlarono prima di Tacito anche Velleio Patercolo e Strabone, e poi Svetonio ed altri scrittori, nominandoli cadauno Langobardi o Longobardi, e non già Goti. Ma Alboino, senza profittar delle prediche della cattolica sua consorte, finchè visse, stette attaccato all'eresia degli ariani.


DLXIV

Anno diCristo DLXIV. Indizione XII.
Giovanni III papa 5.
Giustiniano imperadore 38.

L'anno XXIII dopo il consolato di Basilio.

Fidatosi il cardinal Baronio di uno scrittorello non molto antico delle cose greche, e di alcuni pochi moderni, credette vero l'accecamento di Belisario, e l'esser egli stato astretto ad accattar per limosina il pane negli ultimi dì di sua vita. Ma nè Zonara, nè Glica, nè Costantino Manasse, citati da lui, rapportano sì gran peripezia di quel celebre generale d'armata. Or questa favola si dilegua per la testimonianza di Teofane [Theoph., in Chron.], il quale sotto quest'anno scrive che nel dì 19 di luglio Belisario ricuperò tutte le sue dignità, e fu rimesso in grazia dell'imperadore. Era egli stato fin allora sequestrato in casa. Ben esaminati tutti i suoi domestici, e terminato il processo, dovette comparire la di lui innocenza. Fors'anche si trovò che gli accusatori erano stati sovvertiti dalle suggestioni altrui, eccitate dall'invidia, a cui son soggetti tutti gli uomini grandi. Però gli furono restituiti gli onori e la grazia dell'imperadore. Non era a' tempi del Baronio uscita alla luce la storia di Teofane. Ma v'era ben quella di Cedreno (e lo stesso cardinale la cita), dove scrive [Cedren., in Hist. ad ann. 36 Justiniani.], che presi gli autori della congiura, falsamente fu da essi incolpato Belisario, e gli fu dato il sequestro in casa. Il quale, dopo di essersi conosciuta la sua innocenza, a' dì 19 di luglio uscì in pubblico e ricuperò tutto il suo. Viene asserito lo stesso dall'autore della Miscella [Histor. Miscel., lib. 16.], più antico di Giorgio Cedreno, con riferire il sorgimento di Belisario al dì 19 di marzo, e non già di luglio. Ancora di questo scrittore fa menzione il cardinal Baronio; e pure egli volle piuttosto attenersi alle fole di Giovanni Tzetze, perchè gli premeva di far vedere puniti nel mondo di qua i peccati di Belisario. Circa questi tempi Venanzio Fortunato, nato in Italia in una villa posta fra Ceneda e Trevigi, dopo aver fatti i suoi studii in Ravenna, dove tuttavia erano in onore le buone lettere, sentendosi liberato da un fierissimo mal di occhi per intercessione di san Martino vescovo di Tours, passò dall'Italia nella Gallia a venerare il sepolcro di quel celebratissimo santo. Fissò dipoi il suo soggiorno nella città di Poitiers, carissimo alla santa regina e monaca Radegonda, amato dai vescovi di quelle parti, e riverito da tutti per la sua abilità nella retorica e poesia. Le opere da lui lasciate in prosa e versi sono di gran lume per la storia delle Gallie in questi tempi. Si accese in questo medesimo anno un gran fuoco nella città di Costantinopoli, per quanto abbiam da Teofane, che fra gli altri edifizii arse lo spedale dei pellegrini di san Sansone e molte chiese e monasteri: il che viene attributo dal cardinal Baronio a vendetta di Dio contra di Giustiniano per un suo errore in materia di fede, di cui parlerò all'anno susseguente. Ma che Dio, per vindicarsi di un principe caduto in fallo, distrugga i luoghi pii e le chiese sue proprie, non appaga l'intelletto. E tanto meno, perchè Giustiniano non avea peranche fatto conoscere questo suo errore, come si figura esso Baronio all'anno precedente 563.