Seguitò in quest'anno il re Alboino ad assediare la città di Pavia. Intanto la maggior parte de' suoi si stese a conquistar quanto paese potè e a saccheggiar quanto loro veniva alle mani. In questi tempi, se non prima, s'impadronirono essi della maggior parte dell'Emilia, cioè di Tortona, Piacenza, Parma, Reggio e Modena. Si avanzarono questi Barbari per la Toscana; presero Spoleti, e tutta o quasi tutta l'Umbria, e forse alcuna delle città oggidì costituenti la Marca d'Ancona [Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 26.]. Roma con alcune città circonvicine, si conservò all'ubbidienza dell'imperadore; e Longino esarco difese anch'egli Ravenna con alcune o con tutte le città della Flaminia. Tanto avanzamento dell'armi longobardiche viene attribuito da Paolo Diacono all'aver que' Barbari trovata l'Italia in una somma debolezza a cagion della peste precedente che avea spogliato di tanti abitatori le città e campagne, e dell'orribil carestia che tuttavia si facea sentire per tutta l'Italia. Perciò non vi era chi potesse resistere, massimamente contra sì gran moltitudine di Barbari, e tanto più perchè da Costantinopoli non veniva soccorso alcuno. Mancò di vita circa questi tempi, per quanto crede il cardinal Baronio, nell'anno antecedente, com'è più probabile, Paolino I, arcivescovo di Aquileia, cioè quegli che cominciò lo scisma della sua Chiesa e de' vescovi suoi suffraganei contro la sede apostolica, opponendosi al sentimento della Chiesa universale, coll'impugnare dei decreti del concilio quinto generale. Egli è chiamato patriarca da Paolo Diacono; ma non sappiam di certo che egli fosse il primo ad arrogarsi questo titolo grandioso. Certo si trova dai suoi successori usato un tal distintivo dagli altri arcivescovi d'Occidente. Ed è ben vero che, siccome osservammo nell'anno 532 [Cassiod., lib. 9, epist. 15.], Atalarico re dei Goti col nome di patriarchi disegnò i metropolitani, e si trovava dato questo titolo anche ad altri arcivescovi; ciò non ostante, è sembrato ad alcuni [Du-Chesne Scriptor. Rer. Franc., tom. 1, pag. 874.] che gli arcivescovi aquileiensi scismatici assumessero ambiziosamente questo titolo per mostrare un'indipendenza dai romani pontefici: titolo continuato dipoi per connivenza anche ne' successori cattolici, e non solo ne' vescovi di Aquileia oggidì abitanti in Udine, ma in quelli ancora di Grado, che furono una sezione della chiesa aquileiense, la dignità de' quali ultimi fu poi nel secolo decimoquinto, trasferita nei vescovi di Venezia. Ma intorno a questa disputa è da vedere quanto ha scritto il padre de Rubeis [De Rubeis, Dissert. et Monum. Ecclesiae Acquilejensis.] dell'ordine dei Predicatori. Ed ancor qui può parere che il cardinal Baronio, fuor di tempo, faccia da interprete dei giudizii di Dio, quasichè Dio in vendetta di questi scismatici (parla di Aquileia e di Milano) chiamasse in Italia la gente fiera de' Longobardi, e consumasse e divorasse le loro diocesi colle spade di que' Barbari crudeli, quando all'incontro Roma restò intatta dal furor di costoro. Ma per disgrazia tutto il contrario avvenne. Non si sa che i vescovi e popoli scismatici patissero tante calamità, quante ne immagina il padre degli Annali ecclesiastici. Anzi, siccome osservò il cardinal Noris [Noris, Dissertat. de Synodo V cap. 9, §. 3.], più orgogliosi divennero da lì innanzi, e si fortificarono maggiormente nel lor scisma i vescovi prevaricatori sottoposti al dominio longobardico, perchè non più temevano del braccio secolare di chi comandava in Roma. E, per lo contrario, furono messi a sacco tanti altri paesi d'Italia e disfatte tante città, ch'erano ubbidientissime al romano pontefice. Nè fu già presa Roma dai Longobardi, pure patì anche essa innumerabili insulti e danni da que' Barbari, come abbiamo da san Gregorio Magno e da altre memorie di questi tempi. Oltre di che lo stesso Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. seq. 571.] riconosce gl'imperadori d'Oriente, allora padroni di Roma, quibusvis Barbaris adversus Romanos truciores. Or veggasi, come ben cammini il volere con tanta facilità entrare ne' gabinetti di Dio. Abbiamo poi da Agnello Ravennate [Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.], che nell'anno V di Giustino secondo, principalmente spettante all'anno presente, fu spaventosamente afflitta l'Italia tutta dalla pestilenza dei buoi. Il che vien confermato da Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.], con aggiungnere che perì anche una gran quantità di persone da dissenterie e vaiuoli.
DLXXI
| Anno di | Cristo DLXXI. Indizione IV. |
| Giovanni III papa 12. | |
| Giustino II imperadore 7. | |
| Alboino re 3. |
L'anno V dopo il consolato di Giustino Augusto.
Continuò ancora nell'anno presente il re Alboino l'assedio di Pavia. Potrebbe poi essere che circa questi tempi seguisse ciò che narra il suddetto Agnello [Agnell., ibidem.], con dire, che dopo avere i Longobardi fatte delle scorrerie in Toscana fino a Roma, diedero alle fiamme Pietra Pertusa, fortezza inespugnabile, in questi tempi, e nominata più volte da Procopio. Era situata questa presso il fiume Metauro di sotto da Urbino sopra un sasso scosceso. Aggiugne il medesimo autore, che impadronitisi i Barbari anche del Foro di Cornelio, città detta Flamina, la fortificarono a tutto lor potere. Questa dal castello ivi fabbricato, che per testimonianza di Paolo Diacono, fu appellato Imola, prese poi il nome che, ha tuttavia. Ma s'è così, par ben difficile a credere che i Longobardi si lasciassero addietro la città di Bologna senza impadronirsene. Alcuni scrittori moderni rapportano la suddetta edificazion d'Imola ai tempi di Clefo successor d'Alboino; ma neppur essi hanno pruove sicure di questo tempo. Non è improbabile (e pare che Leone Ostiense ve lo additi) che circa questi medesimi tempi i Longobardi, conquistato Benevento colla maggior parte di quel che ora si chiama regno di Napoli, quivi fondassero l'insigne e vasto ducato di Benevento, con esserne creato primo duca Zottone. Questa opinione piacque a Scipione Ammirato, e fu insinuata dal padre Antonio Caracciolo, fondandola eglino sull'aver detto Paolo Diacono, che questo Zottone tenne quel ducato per lo spazio di vent'anni, combinando poi tal asserzione colla cronologia de' susseguenti duchi. Nondimeno il vero è che neppur Paolo Diacono ben conobbe il principio del ducato beneventano. E però tanto meno è a noi permesso di scoprirlo con certezza, mancandoci tante storie ed aiuti, che pure restavano a' tempi di Paolo. Che se Camillo Pellegrino [Peregrinus, in Dissert. de origin. Ducat. Beneventani.] credette e volle far credere che i Longobardi, venuti in aiuto di Narsete contra de' Goti, avessero piantate le fondamenta di questo ducato, a me non sembra degna una tal opinione di quel cospicuo letterato, sì occhiuto in tanti altri punti di storia quale egli fu. Si sa che Narsete cacciò tosto fuori d'Italia gli ausiliarii Longobardi, perchè troppo maneschi e rapaci. Godeva in questi tempi una tollerabil pace l'imperio d'Oriente, benchè governato da Giustino, principe di poca levatura, e che sembra aver troppo negligentate le cose d'Italia. Per poca avvertenza di lui, o de' ministri suoi, come s'ha da Evagrio [Evagr., lib. 5, cap. 7.] e da Teofilatto [Theophilactus, lib. 3, cap. 8.] istorici, si ruppe la pace fra i Greci e i Persiani, con insorgere una guerra funestissima, la quale per venti anni durò, e riuscì un seminario di calamità per le provincie poste fra i due avversarii imperii.
DLXXII
| Anno di | Cristo DLXXII. Indizione V. |
| Giovanni III papa 13. | |
| Giustino II imperadore 8. | |
| Alboino re 4. |
L'anno VI dopo il consolato di Giustino Augusto.