L'assediata città di Pavia si sosteneva tuttavia contra del furore de' Longobardi; ma potrebbe essere ch'ella si rendesse ai medesimi verso il fine del presente anno, perchè ignoriamo il tempo in cui fu dato principio a quell'assedio. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 27.] attesta ch'esso durò per tre anni ed alquanti mesi. Se nel settembre dell'anno 569 avessero cominciato i Longobardi a stringerla, verisimil sarebbe la sua caduta nel cadere di questo anno. Sia ad altri lecito il differirla ai primi mesi del seguente. Abbiamo dunque dal suddetto Paolo che quella città, dopo sì lunga ed ostinata difesa, finalmente per mancanza di viveri aprì le porte ad Alboino. Nel voler egli entrare per la porta orientale di san Giovanni, sotto d'essa gli cadde il cavallo; nè questo si voleva rizzare, per quanto il re adoperasse gli sproni, e il suo cavallerizzo colla frusta il percotesse. Allora uno dei suoi uffiziali, persona timorata di Dio, gli disse: Ah, signore, vi sovvenga che giuramento abbiate fatto. Guastatelo, ed entrerete nella città. Questo povero popolo è popolo cristiano. Il giuramento, dianzi fatto da Alboino in collera, era di mettere a fil di spada tutti i Pavesi, perchè non s'erano in tanto tempo voluti mai rendere. Ritrattollo Alboino, ben conoscendo che all'adempimento d'esso non era tenuto; ed allora, balzando tosto in piedi da sè il destriero, entrò il re nella città senza far male ad alcuno, e andò a stanziare nel palazzo già fabbricato dal re Teoderico. Tornato intanto il cuore in corpo ai cittadini, concorsero tutti a ringraziarlo e a riconoscerlo per loro principe. Ancor qui merita d'esser osservata la clemenza d'Alboino, tuttochè barbaro. Se si avesse a prestar fede a Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] poco avrebbe goduto il re Alboino della sua terrena felicità, scrivendo egli che nell'anno presente, correndo la indizione quinta, seguì la sua morte. Anche l'abbate Biclariense [Abbas Biclariensis, in Chron.] sembra del medesimo parere. Ma il cardinal Baronio, anticipando ancora questo tempo, fa terminare la vita di Alboino nell'anno precedente 571, fondandosi sulle parole di Paolo, che scrive essere durato il regno d'Alboino per tre anni e sei mesi, e deducendo questi tre anni e mesi sei dall'ingresso de' Longobardi in Italia, cioè dall'anno 568. Perchè noi tutti ci troviamo qui nel buio, ed in ogni sentenza occorrono delle difficoltà; però è permesso a ciascun di seguitar l'opinione che gli sembra più verisimile. Quanto a me, rapporterò all'anno seguente la morte d'esso re, che certo non può essere accaduta nell'anno 571, come si figurò il Baronio, quantunque paia assistere alla di lui opinione il suddetto Mario, che posticipa d'un anno altri avvenimenti, d'allora, e sia per lui Agnello Ravennate, le cui parole riferirò fra poco.


DLXXIII

Anno diCristo DLXXIII. Indizione VI.
Giovanni III papa 14.
Giustino II imperadore 9.
Clefo re 1.

L'anno VII dopo il consolato di Giustino Augusto.

Mette il cardinal Baronio nell'anno precedente la morte di papa Giovanni III, per avere anticipato di un anno la sua creazione. Pretende il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.], a cui tengo dietro anch'io, ch'egli compiesse la carriera del suo pontificato e della sua vita nell'anno presente a dì 13 di luglio. Dopo la di lui morte restò vacante gran tempo la cattedra di san Pietro, nè in quest'anno fu eletto altro papa; o, se fu eletto, non venne consecrato: segno che Roma dovea trovarsi in grandi angustie e confusioni, a cagione de' Longobardi, i quali infestavano i suoi contorni, ed arrivarono talvolta fino alle porte di essa città. Ma troppo scarse son pervenute a noi le notizie degli avvenimenti funesti di questi tempi. Paolo Diacono ne seppe poco anch'egli: eppure non abbiam se non lui che ci abbia conservata qualche memoria d'allora, ma senza distinguere gli anni, di maniera che per istabilire il tempo preciso di que' pochi fatti che restano, bisogna camminare a tentone. Ora dico che verisimilmente nell'anno presente, oppure nel susseguente, succedette la morte del re Alboino. Non abbiamo altro lume per assegnar questo tempo, se non le poche parole di Paolo Diacono, che scrive aver egli regnato in Italia tre anni e sei mesi. Dopo aver noi veduto ch'egli solamente nel settembre dall'anno 569 entrò in Milano, e spese tre anni e qualche mese per ridurre alla sua ubbidienza Pavia, non resta luogo a credere ch'egli fosse levato di vita nell'anno 571, come s'avvisò di dire il cardinal Baronio, perchè sarebbe morto prima d'aver preso Pavia. Difficilmente ancora per la medesima ragione si può fissar la sua morte nell'anno 572. Mario Aventicense e l'abbate Biclariense, citati dal padre Pagi per tale opinione, han troppo slogate l'ossa in questi tempi. Di Mario lo confessa lo stesso Pagi. E il Biclariense, mettendo la morte di Cunimondo re dei Gepidi un anno prima della morte del re Alboino, fa conoscere quanto poco sia da fidarsi di lui ne' fatti de' Longobardi. Il Sigonio poi lo rapporta all'anno 574, e concorre nel medesimo parere il padre Pagi, con allegare Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] e Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], che appunto ne parlano a quell'anno. Anzi dic'egli che niuno meglio d'esso Ermanno ha inteso quello che volle dir Paolo Diacono, notando all'anno 571 la resa di Pavia, ed aggiugnendo che Alboino sedem ibi regni statuens tres annos et sex menses in Italia regnavit. Ma questo non può sussistere, cioè che dalla presa di Pavia cominciasse l'epoca del regno di Alboino, essendo per le cose dette chiaro che non potè quella città venire alle mani de' Longobardi nell'anno 571, e su tal supposto sarebbe morto Alboino nel 575, o nel 576. Ermanno ci dà anche la morte di Sigeberto re de' Franchi in esso anno 574; eppure il padre Pagi, e la corrente de' letterati il fa morto nell'anno 575. Quanto allo storico Sigeberto, a cui dà tanta autorità il padre Pagi, che vuole s'abbiano a correggere gli errori di Paolo Diacono con quanto lasciò scritto esso Sigeberto, strana è questa pretensione. Nè Sigeberto nè Ermanno Contratto ebbero davanti agli occhi, in iscrivendo de' Longobardi, se non l'unico Paolo Diacono. E di sopra all'anno 551 vedemmo rapportata, con solenne errore, da esso Sigeberto la morte di Alboino re de' Longobardi all'anno 543.

Quanto a me dunque crederei più probabile (come ancora la credette il padre Bacchini) che seguisse la morte violenta del re Alboino nell'anno presente 573. Essendo in questi tempi Milano metropoli e capo della Liguria, da che riuscì ad Alboino di entrarne in possesso, verisimilmente fu egli allora acclamato re. E contando dal dì 4 di settembre dell'anno 569, in cui succedette la presa di Milano, tre anni e sei mesi ch'egli regnò, viene a cader la sua morte nell'anno presente 573, correndo tuttavia l'anno quarto del suo regno. Agnello Ravennate [Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.] scrive che Alboino fu levato dal mondo imperante Justino II, anno VI jussu uxoris suae Rosmundae IV kalendas julias. Secondo i conti nostri, l'anno sesto di Giustino II imperadore correva nell'anno 571. Però, a tenore delle ragioni addotte, non si può abbracciare la di lui opinione. Probabilmente quel testo è scorretto, e in vece di anno VI, Agnello avea scritto anno VIII. Notissima è la cagione e la maniera della morte di Alboino; tuttavia il corso della storia richiede che ancor io ne faccia menzione [Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 2, cap. 28.]. Trovavasi questo re vittorioso in Verona, dove un giorno fece un solenne banchetto ai suoi uffiziali. Aveva egli fatto legare in oro il cranio del nemico Cunimondo re dei Gepidi, da lui ucciso in battaglia, e in quello beveva: barbarica galanteria ed invenzione, di cui è buon testimonio Paolo Diacono, che giura d'aver veduto il medesimo teschio, mostratogli dal re Ratchis. Riscaldato il re barbaro dal vino, bestialmente invitò Rosmonda sua moglie a bere allegramente in quella funesta tazza, perchè berrebbe in compagnia di suo padre. Era ella, siccome altrove dicemmo, figliuola del medesimo estinto re Cunimondo. Fu questa una stoccata al cuore della misera principessa, laonde inviperita cominciò tosto a macchinarne la vendetta: e comunicato il suo pensiero ad Elmigiso, scudiere, e fratello di latte d'Alboino, fu consigliata ad adoperar Perideo, uomo di gran forza, per levar di vita il marito. Ma non bastando le parole ad indurre Perideo a tentare un tal misfatto, la regina prese un altro spediente. Sapeva ella qual amicizia passasse fra una sua cameriera e Perideo; perciò concertò con essa di prendere segretamente il di lei luogo, allorchè Perideo venisse a giacere con lei. Credendosi Perideo d'essersi trovato colla solita amica, restò ben sorpreso, quando la regina gli si scoprì qual era con soggiugnere, che dopo un tal delitto altro non restava, se non che o egli ammazzasse Alboino, od Alboino, avvisato del fatto, levasse lui di vita. Elesse Perideo il primo partito. Or mentre Alboino nel dì 28 di giugno era il dopo pranzo ito a dormire, Rosmonda, levate prima l'armi dalla camera e legata ben bene la spada del marito, acciocchè non potesse nè adoperarla nè sguainarla, e chiuse l'altre porte, affinchè non si sentisse il rumore, introdusse Perideo nella stanza. Al primo colpo svegliatosi Alboino corse alla spada; ma ritrovandola sequestrata prese uno scabello e fece quanta difesa potè; ma in fine alle tante ferite stramazzò privo di vita. Divolgatasi la di lui morte, infiniti furono i lamenti e i pianti de' Longobardi, veggendosi tolto un sì bellicoso principe, universalmente amato e riverito dalla sua nazione. Fu data sepoltura al suo corpo, e racconta Paolo Diacono che a' suoi dì, circa l'anno 770, Giselberto duca di Verona, fatto aprir quell'avello, ne estrasse la spada e gli ornamenti regali, con andarsi poi vanamente vantando d'aver veduto il re Alboino.

In ricompensa di così nera azione Rosmonda prese per marito Elmigiso, e tentò anche di farlo re. Ma insospettiti, o pure chiariti i Longobardi che dalla mano loro fosse venuto l'assassinio di Alboino, non solamente si opposero all'innalzamento di costui, ma ancora pensavano di levargli la vita. Allora Rosmonda segretamente mandò a Ravenna a pregare l'esarco Longino, che le inviasse una barca con uomini fedeli; il che egli puntualmente eseguì. In essa dunque di notte nel mese d'agosto entrata Rosmonda, se ne fuggì a Ravenna, conducendo seco il nuovo marito Elmigiso e tutto il tesoro dei re longobardi. Furono essi ben accolti da Longino. Ma non andò molto, che l'astuto Greco invaghitosi di Rosmonda, giovane avvenente, e più delle sue ricchezze, cominciò ad esortarla di voler prendere lui per marito, con liberarsi da Elmigiso, dandole ad intendere che così diverrebbe regina d'Italia. Non isparse in vano le sue parole. Aspettò l'ambiziosa Rosmonda che Elmigiso un dì stato al bagno, ne uscisse, e sotto pretesto di ristorarlo gli porse una tazza di vino, ma vino avvelenato. Appena ne ebbe egli tracannata la metà, che s'avvide di aver bevuta la morte. Però sfoderata la spada, e messale la punta alla gola, l'obbligò anch'essa a bere il resto: con che amendue caddero morti. È da maravigliarsi come Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 41.], scrittore di questi tempi, e poco fa eletto vescovo scriva che Rosmonda facesse morir di veleno il re marito, e che fuggendo essa con un suo famiglio amendue furono presi ed uccisi. Merita qui ben più fede Paolo Diacono, che si servì delle storie di Secondo vescovo di Trento. Longino inviò poscia a Costantinopoli all'imperadore il tesoro de' Longobardi, insieme con Albsuinda figliuola del re Alboino, che Rosmonda sua madre avea menata con seco a Ravenna. Ne ebbe non poco piacere l'imperadore, e, per attestato di Agnello [Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.], accrebbe all'esarco l'autorità e i salarii. Paolo diacono scrive che quelle ricchezze furono mandate a Tiberio Augusto. Ma l'ordine dei tempi richiede che fossero inviate all'imperadore Giustino; e così in fatti lasciò scritto il suddetto Agnello Ravennate, che pochi anni dopo la morte di Paolo Diacono compilò le vite degli arcivescovi di Ravenna, che in questo fatto parla solo d'Elmigiso, e nulla dice di Perideo. Raunandosi più probabilmente nel mese d'agosto i principali capi della nazione longobarda in Pavia, e quivi elessero per loro re Clefo, ossia Clefone, uno de' più nobili fra loro. Non si sa ch'egli fosse coronato. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 55.] scrive che nella funzione di creare i re longobardi si presentava un'asta al re nuovo, ma senza far parola di corona o di diadema. Questo re ebbe per moglie Massana; e, a riserva delle sue crudeltà accennate in due parole dal sudetto storico, niuna altra impresa di lui è giunta a nostra notizia.