DLXXIV
| Anno di | Cristo DLXXIV. Indizione VII. |
| Benedetto I papa 1. | |
| Giustino II imperadore 10. | |
| Tiberio Costantino cesare 1. | |
| Clefo re 2. |
L'anno VIII dopo il consolato di Giustino Augusto.
Dopo essere stato per dieci mesi e tre giorni vacante il pontificato romano, per quanto ne scrive Anastasio bibliotecario [Anast. Biblioth., in Benedicto I.], fu finalmente consecrato papa Benedetto, primo di questo nome, cognominato dai Greci Bonoso. Crede il padre Pagi che ciò seguisse nel dì 3 di giugno. Dal cardinal Baronio è riferito all'anno precedente l'ingresso di questo papa nella sedia di san Pietro. Ad altro poi non si può attribuire sì gran dilazione in dare a Roma un nuovo pontefice, se non alle fiere turbolenze di questi tempi per l'invasione de' Longobardi, e all'abuso introdotto di non poter consacrare il papa eletto senza l'approvazione degli imperadori, dimoranti allora in Costantinopoli. In quest'anno appunto, per attestato di Evagrio [Evagr., lib. 5, cap. 13.], di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e della Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandrinum.], Giustino Augusto talmente si conturbò all'udire i progressi de' Persiani, che gli aveano prese le città di Apamea e Daras, che gli diede alquanto volta il cervello. Riavutosi dopo qualche tempo, e trovandosi malconcio di sanità, così persuaso da Sofia Augusta sua moglie, volle provvedersi di chi l'aiutasse nel governo. E fu questo Tiberio, nato nella Tracia, uomo di bellissimo aspetto, di alta statura, ma, quel che più importa, dotato di rare virtù. Giustino gli diede il titolo di Cesare, e in una maniera (dice Evagrio) che si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno. Congregati tutti i magistrati e le persone di corte davanti al palazzo imperiale, dove intervenne ancora Giovanni patriarca col suo clero, Giustino, dappoichè ebbe vestito Tiberio colla tonaca cesarea e col manto di porpora, ad alta voce gli disse: Guarda, Tiberio, di non lasciarti ingannare dalla magnificenza di questa veste, nè dalla pompa delle cose visibili. Io scioccamente incantato da questo splendore, mi son renduto degno dell'ultimo supplizio. Tocca a te a correggere i miei falli, servendoti specialmente della mansuetudine e benignità nel governo de' popoli. Poi mostrandogli col dito i magistrati, soggiunse: Guardati dal creder loro, perchè essi mi hanno condotto nello stato che vedi. Aggiunse altre simili parole che trassero le lagrime dagli occhi di tutti. Teofane scrive aver Giustino dati questi documenti a Tiberio, non allorchè il dichiarò Cesare (il che si crede fatto nell'anno presente), ma sì bene allorchè il creò Augusto e collega nell'imperio. E forse che Evagrio non è discorde da Teofane. Intanto il re Clefo regnava sopra i Longobardi. Abbiamo da Paolo Diacono che costui specialmente se la prese contro i Romani potenti, cioè contra gli antichi abitatori dell'Italia, sudditi del romano imperio, con ucciderne molti, e mandarne molti altri in esilio fuori di Italia. Non ispiega lo storico s'egli esercitasse questa crudeltà solamente verso i potenti delle città che andava conquistando, oppur se anco verso gli altri nobili delle città già conquistate da Alboino. Sappiamo da Gregorio Turonense, storico allora vivente, che i Longobardi entrati in Italia, specialmente nei primi sette anni, scorrendola, con spogliar le chiese ed uccidere i sacerdoti, la ridussero in loro potere. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 32.], che, tessendo la storia de' Longobardi, chiaramente si protesta d'essersi servito di quella de' Franchi, scritta da esso Turonense, cedette che questa crudeltà e la conquista della maggior parte d'Italia seguissero nel settimo anno dalla venuta d'Alboino in Italia. E ciò notando egli dopo aver narrata la morte del re Clefo, v'ha alcuno che si è servito di quel passo di Paolo per istabilire la cronologia delle azioni de' Longobardi. Ma, per vero dire, sono assai chiare le parole di Gregorio Turonense: oppur Paolo non ne intese bene il senso; laonde indarno si può far qui fondamento per dare un buon ordine alle azioni de' Longobardi. Possiamo bensì dedurne che nello spazio de' primi sette anni riuscisse ai Longobardi di occupare la maggior parte dell'Italia, e che, per conseguente stendessero le lor conquiste in quelle contrade ancora che oggidì formano il regno di Napoli.
DLXXV
| Anno di | Cristo DLXXV. Indizione VIII. |
| Benedetto I papa 2. | |
| Giustino II imperadore 11. | |
| Tiberio Costantino cesare 2. |
L'anno IX dopo il consolato di Giustino Augusto.
Secondochè scrive Paolo Diacono, non più che un anno e sei mesi regnò Clefo re dei Longobardi; e però o sul fine del precedente o pure sul principio del presente è da credere ch'egli fosse tolto dal mondo. Principe a noi solamente noto per la sua crudeltà, e non indegno della morte che gli toccò [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard. lib. 2, cap. 31 et seq.]. Fu egli ucciso da un suo paggio o famiglio, senza che a nostra notizia sia giunta la cagione o la maniera di quest'altro regicidio. Per dieci anni dipoi restò senza re il regno de' Longobardi, non so se perchè discordassero nell'elezione i primati, ovvero perchè per allora amassero di non avere un capo che regolasse il corpo loro, o pure perchè Autari figliuolo del re Clefo paresse loro, a cagion della sua età, non per anche atto al governo dei popoli, siccome poi fu creduto da lì a dieci anni. Sappiamo bensì da Paolo Diacono che in questo decennio la nazion longobarda fu governata da trentasei duchi, formando essi una repubblica, concordemente regolata da tante teste, ma comandando cadaun di essi come sovrano a quella città che gli era stata data in governo, e coll'indipendenza dagli altri. Zabano signoreggiava in Pavia, Alboino in Milano, Vallari in Bergamo, Alachiso in Brescia, Evino in Trento, Gisolfo in Cividale di Friuli, e così altri in altre città. Non si può ben decidere se i ducati del Friuli e di Spoleti fossero allora formati con quella ampiezza che certamente ebbero dipoi; nè se fosse per anche nato il ducato insigne di Benevento. Contuttociò fondatamente si può credere che si fossero già introdotti alcuni duchi, i quali comandassero a più d'una città. Parleremo tra poco di Faroaldo primo duca di Spoleti. Per altro in somma confusione era per questi tempi lo stato dell'Italia. Restavano tuttavia in potere dell'imperadore Ravenna con alcune città circonvicine; Roma col suo ducato, che abbracciava altre città: Padova, Monselice e Cremona; e nella Liguria Genova con altri luoghi marittimi. Ritenevano ancora gli uffiziali cesarei alcuni luoghi nell'Alpi Cozzie, come Susa ed altri siti. Ed è fuor di dubbio che Napoli con altre città marittime seguitava ad esser fedele all'imperadore. Possedevano all'incontro i Longobardi le provincie del Friuli e della Venezia, la Liguria quasi tutta la Toscana e l'Umbria di qua e di là dall'Apennino, e penetravano nella Puglia e Campania. Sicchè la misera Italia era divisa e lacerata in varie parti, e per le offese e difese piena di guai. Attesta ancora Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 32.] che sotto questi duchi per la loro ingordigia di robe furono uccisi molti nobili romani, cioè italiani, e che i popoli furono tassati a pagar ogni anno per tributo la terza parte delle rendite delle lor terre ai Longobardi. Io so che v'ha taluno, a cui per cagion di questo tributo è sembrata ben deplorabile la condizion dell'Italia dopo la venuta de' Longobardi; quasi che non vi abbia de' popoli anche oggidì in Italia che, computati gli aggravii tutti pagano al principe loro eguali, anzi più gravi tributi. Oltre di che, chi esalta cotanto il governo dei Romani antichi in paragone di questi Barbari, dovrebbe ricordarsi quanti terreni si contribuissero una volta per fondar le colonie romane, e quanto maggior copia parimenti di terreni si sia in que' tempi tolta alle città per premiare i soldati, e a quanti aggravii fossero anche sotto i Romani sottoposti i popoli. Ora scrivendo Paolo Diacono che per hos Langobardorum duces, septimo anno ab adventu Alboini, Italia in maxima parte capta est; e venendo a cadere nell'anno presente il settimo dopo la venuta d'Alboino, pare che il comando sovrano d'essi duchi avesse principio di qui.
Ho differito fin qui di parlare delle irruzioni fatte dai Longobardi nelle Gallie, perchè Gregorio Turonense, che ce ne conservò le notizie, e da cui le prese anche Paolo Diacono, secondo il suo solito, non ne indica gli anni. Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] ne riferisce una all'anno 568, cioè a quel medesimo, in cui Alboino entrò colla sua nazione in Italia; il che difficilmente si può credere. Almen pare che le medesime succedessero parte sotto Alboino e parte sotto il regno di Clefo, vivente ancora Sigeberto re dei Franchi, il quale nell'anno presente tolto fu dal mondo. Raccogliesi dunque da esso Turonense (copiato dipoi da Paolo Diacono) che [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 6. Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 1.] santo Ospizio, romito chiuso appresso Nizza di Provenza, predisse la venuta de' Longobardi nelle Gallie, e che devasterebbono sette città. Giunsero questi Barbari in quelle parti, e veduto il santo romito al fenestrino della torre, dove era chiuso, nè trovando porta alcuna, salirono sul tetto, e tolto via le tegole, videro il servo di Dio cinto di catene e vestito di cilicio. Il riputarono malfattore, ed egli per mezzo d'un interprete interrogato, rispose d'esser tale. Allora uno di quei Longobardi, sfoderata le spada, volle ucciderlo, ma se gl'intirizzì il braccio: dal che intesero ch'egli era un santo penitente. Entrarono dunque, non so se questi, o pur altri nelle Gallie [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 42.], e si diedero a saccheggiare il paese della Borgogna, che allora si stendeva pel Delfinato e per la Savoia. Arnato patrizio de' Franchi, cioè ornato della più illustre dignità che allora conferissero gli imperadori e i re, accorse contra di costoro con quante forze potè; ma, venuto a battaglia con essi, vi lasciò la vita e la sua armata prese la fuga. Tanta fu la strage fatta de' Borgognoni in quella infelice giornata, che non si potè ben raccogliere il numero dei morti. Se ne tornarono appresso in Italia i Longobardi tutti carichi di bottino. Era tuttavia vivo il re Alboino. Vollero poi nell'anno appresso visitar di nuovo le Gallie, credendo di avere sì buon mercato, come era avvenuto la prima volta; e pervennero fin verso la città d'Ambrun. Ma ebbero all'incontro Eunio, soprannominato Mummolo, patrizio generale del re Guntranno, uomo di gran valore e di rara accortezza militare. Lasciò egli inoltrare i Longobardi per quelle montagne, e fatte tagliar le strade e baricare i passi, gl'imbrogliò in maniera, che molti ne uccise e fece gli altri prigioni, a riserva di pochi che, salvatisi colla fuga, poterono portarne la nuova in Italia. Come cosa scandalosa osservò il Turonense che intervennero a questa impresa contra de' Longobardi Salonio vescovo di Ambrun, e Segittario vescovo di Gap, amendue fratelli, guerniti di tutt'armi, e, quel ch'è peggio, di lor mano ancora uccisero alcuni di quei Barbari. Furono questi vescovi condannati dipoi nel concilio di Lione, e finalmente deposti in quello di Scialon; ma pur troppo servirono di esempio ad altri vescovi nell'avvenire per comparir nelle armate vestiti di celata e di usbergo, per far da bravi nelle battaglie, senza rispettare i sacri canoni, dai quali son detestati e puniti somiglianti eccessi.