Venne ancor voglia ai Sassoni, già calati in Italia con Alboino, di cercare la lor buona ventura nelle Gallie, ed entrati nella Provenza, si piantarono nel territorio di Riez, e di là facendo scorrerie, mettevano a sacco tutte le ville delle città circonvicine. Non fu lento a farsene rendere conto il generale de' Franchi Mummolo, che trovandoli sbandati, ne uccise alcune migliaia, a più ne avrebbe tagliato a pezzi, se non sopraggiungeva la notte. La mattina seguente raggruppatisi i restanti Sassoni, si disposero ad un nuovo cimento; ma andando innanzi e indietro dei messi, si venne ad un aggiustamento, per cui essi regalarono Mummolo, rilasciarono tutta la preda coi prigioni, e promisero di tornare all'ubbidienza del re Sigeberto. Ed, in fatti, venuti che furono in Italia, raccolsero le lor mogli e figliuoli, e se ne ritornarono nella Gallia, e poscia in Sassonia, dov'ebbero di male percosse dagli Svevi, che s'erano annidati nella patria di essi Sassoni, nè se ne voleano partire. Voce costante fu che costoro abbandonassero l'Italia, perchè non piacea loro di star sotto i Longobardi, che li trattavano da sudditi. Racconta parimente Mario Aventicense, che dopo essere stato ucciso il re Clefo, nel medesimo anno (e però nel presente) i Longobardi di nuovo tornarono nella Valle dei Vallesi; presero le Chiuse, ed abitarono molti giorni nel celebre monistero di Agauno. Aggiugne che vennero ad un conflitto coi Franchi, e quasi tutti rimasero morti sul campo. Ma se in questi anni era l'Italia immersa nelle miserie per cagione de' Longobardi, non godea già maggior felicità la Gallia stessa [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 44.]. Le guerre civili, insorte fra i due re Chilperico e Sigeberto, si riaccesero più volte. Seguirono battaglie, stragi, saccheggi e incendii, colla desolazion delle campagne, delle chiese e de' monisteri, in guisa che Gregorio Turonense ebbe a chiamar più terribil quella persecuzione, che le sofferte ai tempi di Diocleziano. Sigeberto infine più potente dell'altro, dopo avergli prese varie città, era alla vigilia di spogliarlo di tutto, quando da Fredegonda moglie del re Chilperico, donna, a cui nulla costavano le iniquità, furono inviati due animosi sicarii, che, trovata maniera d'essere introdotti all'udienza di esso re Sigeberto, gli cacciarono nei fianchi due coltelli avvelenati, da' quali colpi egli tra poco morì. Credesi che a quest'anno appartenga il prospero successo delle armi Cesaree in Oriente contro Cosroe re di Persia. Costui avendo che fare con Giustino debolissimo imperadore, sempre più insuperbiva e faceva dei nuovi acquisti. Ma da che Tiberio fu creato Cesare, mutarono faccia gli affari [Evagr., lib. 5, cap. 14.]. Sapendo egli usar meglio del danaro che dianzi si gettava in ispese vanissime, mise in piedi una poderosa armata di circa centocinquantamila soldati scelti, e ne diede il comando a Giustiniano pronipote di Giustiniano Augusto, e figliuolo di Germano patrizio. Questi valorosamente ito a fronte di Cosroe, gli diede di molte busse, il costrinse a ritirarsi in Persia, e nella Persia entrò anch'egli, da dove riportò un ricco bottino ed una gran moltitudine di prigioni. Circa questi tempi ancora, se si vuol credere al padre Mabillon [Mabillon, Annal. Benedictin.], san Gregorio il grande, abbandonato il secolo e la pretura di Roma, abbracciò la vita monastica nel monistero romano di san Andrea sotto la regola di san Benedetto.


DLXXVI

Anno diCristo DLXXVI. Indizione IX.
Benedetto I papa 3.
Giustino II imperadore 12.
Tiberio Costantino cesare 3.

L'anno X dopo il consolato di Giustino Augusto.

Può non inverisimilmente riferirsi all'anno presente ciò che vien raccontato da Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 45.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gestis Lang., lib. 3, cap. 8.]: cioè che tre duchi dei Longobardi, Amone, Zabane e Rodano, il secondo dei quali era duca di Pavia, trovando gusto nel mestiere del bottinare, si avvisarono di far buon colpo con passare anch'essi nella Gallia. Amone per la via di Ambrun arrivò fino a Macovilla, luogo donato dal re Guntranno a Mummolo patrizio suo generale, e quivi mise il campo. Diede il sacco a tutta la provincia d'Arles e alle città circonvicine. Arrivato anche in vicinanza di Marsilia, condusse via quanti armenti e persone potè, e minacciò di mettere l'assedio alla città d'Aix, che con un regalo di danari se ne liberò. Zabane, tenuta la via della città di Die, si portò sotto Valenza, ed assediolla. Rodano anch'egli fece altrettanto a quella di Granoble. A questo avviso il valoroso generale de' Franchi Mummolo uscì in campagna coll'esercito suo, e passato quasi miracolosamente il fiume Isere, perchè un animale in passandolo insegnò alla sua gente il guado, arrivò addosso a Rodano, che assediava Granoble. Messisi in battaglia i Longobardi, combatterono bensì con tutto coraggio, ma in fine restarono sconfitti, e Rodano ferito da un colpo di lancia, appena con cinquecento de' suoi salvatosi, portò la nuova delle sue disgrazie a Zabane che assediava Valenza. Allora amendue dato un saccheggio al paese, sen vennero ad Ambrun, dove di nuovo si presentò lor all'incontro Mummolo con uno innumerabil esercito, e diede loro un'altra rotta, di maniera che questi due duchi con poca gente presero la via d'Italia. Arrivati a Susa, furono aspramente accolti dagli abitanti del paese; perchè quella città si teneva tuttavia alla divozion dell'imperadore, e v'era dentro Sisinnio, generale di Giustino Augusto. Dal che s'intende la balordaggine dei Longobardi, i quali in vece di attendere a sbrigarsi dei nemici che restavano loro in Italia, e confinavan con gli stati da loro presi, piuttosto vollero tentar più d'una volta di far delle conquiste nella Gallia. Balordi ancora, perchè con dividersi in tre corpi facilitarono ai Borgognoni la maniera di vincerli tutti. Ora Sisinnio accortamente fece cader nelle mani di Zabane una lettera ch'egli finse scritta a sè da Mummolo, in cui gli dicea che fra poco verrebbe a trovarlo. Altro non vi volle, perchè Zabane s'affrettasse a levarsi da quelle contrade. Amone dall'altro canto avendo inteso le male giornate de' suoi compagni, raccolto tutto il suo bottino, s'incamminò anch'egli alla volta d'Italia. Ma ritrovata grossa neve nell'Alpi, bisognò lasciar quivi la preda, e aver per grazia di poter mettere in salvo le persone. Questi fatti de' Longobardi son da me riferiti al presente anno, non già con sicura cronologia, perchè sì Gregorio Turonense, come Paolo Diacono, che qui il seguita, raccontano gli avvenimenti di questi tempi senza ordine, ora anticipando, ora posponendo le cose. Ma poco in fine importa in fatti tali lo stabilir l'anno preciso in cui accaddero. Certo non si può aderire a Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], che riferisce agli anni 581 e 582 le incursioni dei Longobardi e il passaggio dei Sassoni nella Gallia, benchè il padre Pagi il tenga per uno scrittore esatto in distinguere i tempi delle imprese dei Longobardi. Nè si dee tacere avere scritto Fredegario [Fredegarius, in Chron., cap. 45.] che i duchi longobardi venuti ad un aggiustamento con Guntranno re della Borgogna, in emendazione delle insolenze da lor fatte nel regno di lui, gli cederono le due città d'Aosta e Susa nell'Alpi del Piemonte, che da lì innanzi furono incorporate nel regno stesso della Borgogna. Come si accordi questo racconto con ciò che poco fa abbiam detto di Susa, io nol so dire. Aggiugne inoltre ch'essi duchi inviarono degli ambasciatori ai re Guntranno e Childeberto per ottenere il loro patrocinio, e si obbligarono di pagar loro da lì innanzi dodicimila soldi d'oro ogni anno, e che cederanno anche la valle di Ametegi ad esso re Guntranno. Noi non possiam chiarire se tutte queste notizie contengano verità. Bensì fra poco vedremo se i re franchi avessero sì o no la protezione de' Longobardi.


DLXXVII

Anno diCristo DLXXVII. Indizione X.
Benedetto I papa 4.
Giustino II imperadore 13.
Tiberio Costantino cesare 4.

L'anno XI dopo il consolato di Giustino Augusto.