Potrebbe essere che in quest'anno fosse succeduto un fatto, di cui ci conservò la memoria Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 9.]. Calarono i Franchi nel territorio di Trento, posseduto allora dai Longobardi, e presero il castello d'Anagni. Crede il Cluverio [Cluverius, Ital. lib. 1, cap. 15.] che questo oggidì sia il castello appellato Nan nella valle di Non, presso il fiume Noce che va a scaricarsi nell'Adige. Ciò udito, accorse per ricuperarlo Ragilone conte dei Longobardi di Lagare; ma non essendogli riuscito, sfogò la sua collera contro il paese con saccheggiarlo. Tornandosene poi indietro col bottino, fu sorpreso nel cammino da Crannichi capitano de' Franchi, e tagliato a pezzi con molti de' suoi. Se vogliam credere al suddetto Cluverio, quel conte di Lagare comandava nella città di Garda nel lago Benaco, oggidì Lago di Garda; e il padre don Gaspero Beretti benedettino [Berett., Dissertat. Chronogr. tom. 10. Rer. Ital.] pretende che Paolo scrivesse Comes Langobardorum, de Lacu Gardae, e non già de Lagare. È lodevole la conghiettura, restando solamente da cercare perchè non il duca di Trento, a cui pare che fosse sottoposto quel castello, ma il conte di Garda, territorio diverso, si sbracciasse per ritorlo dalle mani dei Franchi. Come poi i Franchi sì lontani dal Trentino venissero ad impadronirsi di quel sito, s'intenderà tosto al ricordarsi che allora il dominio de' Franchi per conto del regno d'Austrasia abbracciava le Rezie, cioè i Grigioni, l'Alemagna, ossia la Svevia, e l'Elvezia, cioè gli Svizzeri; e però probabilmente anche il Tirolo. Per essere questi diversi popoli allora sudditi dei re franchi, perciò talvolta dagli scrittori sono appellati Franchi. Non andò poi molto che quel Crannichi capitano franzese, di cui pur ora parlammo, venne a dare il guasto al Trentino. Ma nel tornarsene addietro, raggiunto da Evino duca di Trento in un luogo tuttavia appellato Salorno sulla riva dell'Adige, quivi lasciò la vita co' suoi seguaci, ed insieme tutto il bottino. In tal congiuntura Evino cacciò i Franchi da tutto il suo territorio. Questo Evino duca di Trento (seguita poi a scrivere Paolo Diacono) prese per moglie una figliuola di Garibaldo duca, oppure, come egli il chiama, re della Baviera. Fu, siccome accennai all'anno 558, questo Garibaldo il primo duca di essa Baviera, il quale fondatamente sia da noi conosciuto. L'Aventino [Aventinus, Annal. Bajor.] si figura che egli fosse anche il primo a non voler riconoscere la sovranità del re dei Franchi, regnante nell'Austrasia, e prendesse il titolo di re. Di ciò non abbiamo sicure memorie. Sappiamo bensì che i duchi della Baviera (provincia allora assai più vasta che negli ultimi secoli) affrettarono il nome di re, come eziandio fecero nelle Gallie i duchi della minor Bretagna. Intanto Paolo Diacono tenne conto di queste picciole notizie riguardanti il ducato di Trento, perchè avea davanti agli occhi la storia di Secondo vescovo di Trento, vivuto in questi tempi, che ne dovette far menzione. Ma a notizia di lui non dovettero pervenire tante altre azioni più importanti e strepitose de' Longobardi, e di questi medesimi tempi, che restano seppellite nell'obblio. Giovanni abbate biclariense [Biclariensis, in Chron. apud Canis.] all'anno che precedette la morte di Giustino imperadore, cioè nel presente, racconta che Bandario, ossia Baudario, o Baduario, genero d'esso Augusto, fu sconfitto in una battaglia dai Longobardi, e non molto dappoi, o per qualche ferita, o per passione d'animo, diede fine ai suoi giorni. Di questa vittoria dei Longobardi, che probabilmente fu ben considerabile, stante il personaggio cospicuo che comandava l'armata de' Greci, nulla ne seppe Paolo Diacono, e niuna altra circostanza di essa ci rimane presso gli altri scrittori.


DLXXVIII

Anno diCristo DLXXVIII. Indizione XI.
Pelagio II papa 1.
Tiberio Costantino imp. 5 e 1.

L'anno XII dopo il consolato di Giustino Augusto.

Terminò in quest'anno la carriera de' suoi giorni Giustino II, imperadore, nel dì 5 di ottobre, per quanto abbiamo dalla Cronica Alessandrina [Chron. Alex.]. Strano è che il cardinal Baronio differisca la di lui morte sino all'anno 582. Il Sigonio il suppone mancato di vita due anni prima di questo, cioè nell'anno 576. E v'ha delle contraddizioni intorno a questo punto di storia infino fra gli storici antichi. Il più sicuro è attenersi qui alla sentenza e alle ragioni del cardinal Noris [Noris, de Synodo V, §. 3.] e del padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], che al presente anno riferiscono la sua morte. Era egli oramai dagl'inveterati suoi mali condotto ad un pessimo stato di salute, e sentendosi già vicino a sloggiare da questo mondo, nel dì 26 di settembre avea dichiarato e fatto coronare imperadore Tiberio, a cui, come dicemmo, avea conferito negli anni avanti il titolo e l'autorità di Cesare. Teofane [Theoph., in Chronogr.] scrive che in tal occasione Giustino diede dei bellissimi avvertimenti a Tiberio per ben governare sè stesso e gli altri; e son gli stessi, ma più diffusi, che Evagrio ci narrò di sopra, allorchè Giustino il proclamò Cesare. Vedi, gli disse, questo imperiale e questa dignità? Non io, ma Dio te gli ha donati. Onora tua madre (cioè Sofia Augusta), che finora è stata tua padrona. Ricordati che prima le eri servo, ora le sei figlio. Non rallegrarti mai d'avere sparso il sangue altrui, nè rendi male per male. Guardati dall'imitar me in prendere delle nimicizie. Come uomo in ciò io ho peccato, e come peccatore ho portata la pena dei miei trascorsi. Coloro però che mi han fatto commettere questi mali, meco compariranno davanti al tribunale di Dio. Non t'insuperbire, come io una volta faceva, di questo abito. Abbi tanta cura de' tuoi sudditi, quanta n'hai di te stesso. E ricordati bene chi tu fosti prima, e chi sei di presente. Tutti questi (accennando l'assemblea) ti sono ben servi, ma trattali da figliuoli. Ti sieno a cuore le milizie, ma non le amar troppo: so per pruova quel che dico. Lascia che ognun goda dei proprii beni, e verso i poveri fatti conoscere liberale. Sarebbe desiderabile che a lettere maiuscole stessero scritti questi documenti ne' gabinetti di tutti i regnanti. Dappoichè il patriarca ebbe recitate le orazioni, e tutti ebbero intonato l'Amen, Tiberio nuovo Augusto s'inginocchiò a' suoi piedi, ed allora Giustino gli disse queste pesantissime parole: Io seguiterò a vivere, se tu vorrai; ed anche, se vorrai, son morto. Dio ti metta in mente ciò che io ho tralasciato di dirti. Tiberio dipoi sparse denari nel popolo, e fece altre solennità usate nella creazion degl'imperadori. E mentre si celebravano i giuochi circensi, le fazioni gridarono di voler vedere la nuova imperadrice, e proclamarono Anastasia, che si scoprì moglie d'esso Tiberio con alto dispiacere di Sofia, la quale si pensava di sposarlo dopo la morte di Giustino. Per altro Teofane imbroglia non poco la serie de fatti di Tiberio. Fu di parere il cardinal Baronio che nell'anno precedente accadesse la morte di papa Benedetto I di questo nome, perchè anticipò di un anno la creazione di lui. L'abbate Biclariense anch'egli la mette un anno prima di quella di Giustino Augusto. Ma è senza fallo da preferire la sentenza del padre Pagi e di monsignor Francesco Bianchini [Blanchinius, ad Vit. Anast. Biblioth.], che per varie ragioni uniscono coll'anno presente la morte di esso papa, e la creazione di papa Pelagio II. Quegli mancò di vita nel dì 30 di luglio, e questi fu ordinato papa nel dì 30 di novembre, se crediamo ad esso padre Pagi, che ciò discorda da Anastasio.

È degno di considerazione che esso papa Pelagio, per attestato del medesimo Anastasio [Anastas., in Vita Pelagii II.], fu consecrato senza il comandamento del principe. Vuol dire che non s'aspettò a consecrarlo che fosse venuto da Costantinopoli l'assenso e la licenza dell'imperadore. E questo perchè in quel tempo Roma era assediata dai Longobardi, ed essi facevano un gran guasto per tutta l'Italia. Avea dianzi detto lo stesso Anastasio, che vivente ancora papa Benedetto i suddetti Longobardi scorrean per tutta l'Italia; e che a questi fieri malanni portati dalla guerra si aggiunse anche una terribile carestia, a cagione della quale molte fortezze si renderono ad essi Longobardi, per poter avere di che cibarsi. Però conosciuto da Giustino Augusto il pericolo in cui si trovava Roma per cagione della fame e della mortalità che l'affliggeva, spedì ordini in Egitto, affinchè conducessero colà molte navi cariche di grani, che bastarono appunto a rincorare i cittadini, e a renderli animosi per sostenere gl'insulti de' Longobardi. Nell'edizione d'Ermanno Contratto fatta dal Canisio, questo fatto vien riferito all'anno 581. Ora in mezzo a queste afflizioni terminò la sua vita papa Benedetto I; e troppo importando alla salute di Roma l'avere un papa in mezzo a tante turbolenze, il clero e il popolo si credettero per questa volta dispensati dall'aspettare gli oracoli della corte imperiale per consecrar papa il nuovo eletto, cioè Pelagio II, romano di patria. Siccome osservò il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 573.], le crudeltà usate verso i popoli d'Italia dai Longobardi, non solamente procederono dall'esser eglino barbari di nazione e gente feroce, ma ancora dalla diversità della religione. Certo è che la maggior parte d'essi professava la religione cristiana, ma non già la cattolica, seguendo essi, al pari dei Goti, de' Vandali e degli Svevi, la setta d'Ario. Oltre a ciò, alcuni fra essi e molti degli ausilarii, che con esso loro erano calati in Italia, tenevano tuttavia la credenza e i riti de' Gentili. Perciò non è da stupire se costoro infierissero anche contra delle chiese e de' sacerdoti cattolici. Nondimeno le principali calamità dell'Italia in questi tempi provennero dalla guerra, madre d'incredibili guai, massimamente ne' secoli d'allora, e dalla resistenza che fecero le città e i luoghi forti degl'Italiani, i quali non amavano di passar sotto la signoria di questi barbari forestieri. E in cotali disavventure principalmente restò immersa Roma colle città e paesi circonvicini, i quali, per quanto poterono, stettero costanti nella divozione del romano imperio. Descrive san Gregorio Magno [Greg. Magnus, Dialog., lib. 3, cap. 38.] papa, parlando di cose de' suoi dì, lo stato miserabile di quelle contrade, con dire, che dopo essersi veduti varii segni che predicevano le sventure d'Italia, vennero i Longobardi, i quali fecero man bassa sopra il genere umano, già cresciuto in questa terra a guisa di campi ricchi di spesse spiche. Già si veggono spopolate città, fortezze abbattute, chiese incendiate, monasteri d'uomini e di donne abbattuti, intere campagne abbandonate dagli agricoltori, di maniera che la terra resta in solitudine, nè v'ha chi la abiti, ed ora osserviamo occupati dalle fiere tanti luoghi che prima contenevano una copiosa moltitudine di persone. Questa è la pittura che fa de' suoi tempi, e massimamente dei contorni di Roma, il santo pontefice. La medesima si mira ricopiata e ripetuta da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 2, cap. 32.], il quale, ciò non ostante, osserva che dai paesi involti in tante miserie conviene eccettuare quelli che Alboino avea preso, come la Venezia, la Liguria, la Toscana, l'Umbria, ed altre simili provincie. In queste, siccome ubbidienti e divenute sue proprie, non esercitavano i Longobardi le poco fa narrate crudeltà, ma sì ben sopra l'altre che faceano contrasto alla lor potenza e voglia di dominare; il che sempre più fa conoscere se il cardinal Baronio fosse buon interprete dei giudizii di Dio all'anno 570.

Benchè gli Estratti di Menandro Protettore sieno squarci senz'ordine di anni, l'uno dietro all'altro infilzati, pure sembra che a questi tempi possa appartener un fatto da lui raccontato [Menander Protector, tom. 1, Histor. Byz., pag. 124.]: cioè che nell'anno quarto dell'imperio di Tiberio Costantino (verisimilmente vuol dire del suo imperio cesareo, cominciato sul fine dell'anno 574,) circa centomila Sclavi fecero un'irruzione nella Tracia. Dopo le quali parole seguita a darci una notizia, che nondimeno è staccata dalla precedente: cioè che Tiberio Costantino. Cesare mandò in Italia molto oro usque ad centum triginta pondo, come tradusse il Cantoclaro; il che se per avventura significasse solamente cento trenta libbre, sarebbe una bagattella. Secondo me, il testo greco ha fino a trenta centinaja, cioè tremila libbre d'oro, che Panfronio patrizio avea portato da Roma all'imperadore. Costui era ito alla corte di Costantinopoli per trovar maniera da poter liberare l'Italia oppressa dalle incursioni de' Longobardi. Ma Tiberio Cesare, a cui più che ogni altra cosa stava sulle spalle la guerra coi Persiani, e dietro a quella impiegava tutte le sue forze e pensieri, non potè mandar gente in Italia, nè prendere a far guerra in Oriente e in Occidente. Il perchè diede quel danaro a Panfronio, acciocchè si studiasse di ben impiegarlo con procurar di guadagnare alcuni capitani de' Longobardi, che andassero a militare in Oriente per l'imperadore, e lasciassero in pace l'Italia. E qualora ciò non gli venisse fatto, si studiasse di comperar dai re franchi un buon corpo di gente capace di rompere la potenza de' Longobardi. Di più non s'ha da Menandro Protettore, che salta appresso alle cose dei Persiani, contra de' quali era in campagna Maurizio generale della greca armata, il quale, secondochè abbiamo da Evagrio [Evagr., lib. 5, cap. 9.], fu assunto da Tiberio Costantino Augusto a quella dignità solamente dopo la morte dell'imperadore Giustino.