L'anno VIII dopo il consolato di Maurizio Augusto.
Egregiamente serve a comprovare che non, come s'ha ne' testi della cronica Alessandrina, si hanno a notare gli anni del consolato di Maurizio Augusto, uno strumento pubblicato dal chiarissimo marchese Scipione Maffei [Maffei, Ist. Diplom., pag. 165.], ed esistente presso di lui. Esso fu scritto in Classe ravennate imp. DN. N. Mauricio Tiberio P. P. Aug. anno nono, post consulatum ejusdem anno octavo, sub die sexto nonarum martiarum, Indictione nona: cioè nell'anno presente. Benchè poi fossero seguite le nozze tra la regina Teodelinda e il duca Agilolfo nel novembre dell'anno precedente, pure la dignità regale non fu conferita ad esso Agilolfo se non nel maggio di quest'anno alla dieta generale de' Longobardi, che si raunò in Milano. Chi scrive ch'egli fu coronato in Milano colla corona ferrea non è assistito da documento, o testimonianza alcuna dell'antichità. Però da questo tempo io comincio a numerar gli anni del suo regno. Fredegario [Fredegar., in Chron., cap. 13.] anche egli mette sotto il presente anno l'assunzione al trono di Agilolfo. La prima applicazione di questo novello re [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 1.] fu quella di spedire Agnello vescovo di Trento in Francia, ossia in Germania, al re Childeberto, per liberare gl'Italiani condotti colà schiavi dai Franchi: pensiero degno di un re che dee essere padre del suo popolo. Trovò il vescovo che la regina Brunechilde, madre d'esso re, principessa famosa non meno per gli suoi vizii che per le sue virtù, avea riscattato col proprio danaro molti di quegli sventurati, e molti altri, col danaro del re Agilolfo, ne riscattò il vescovo, e tutti li ricondusse in Italia. Fu eziandio mandato dal re Agilolfo per suo ambasciatore alle Gallie Evino duca di Trento, cioè, come si può credere, a Guntranno, re della Borgogna, e a Clotario II suo nipote, re della Neustria, ossia della Francia occidentale, affinchè unitamente s'interponessero per condurre alla pace Childeberto re della Francia orientale, ossia dell'Austrasia, che comandava ad una parte delle Gallie e a buona parte ancora della Germania. Probabilmente venne in questi tempi a morte Atanagildo nipote d'esso Childeberto, già condotto a Costantinopoli, in riguardo del quale, cioè per riaverlo dalle mani de' Greci, avea Childeberto fatta guerra ai Longobardi. Certo non si truova più da lì innanzi memoria di lui nelle storie. Questo impegno dunque cessato, e riflettendosi da Childeberto che non gli tornava il conto ad ingrandire colla rovina dei Longobardi l'imperadore, la cui potenza avrebbe potuto un dì nuocere ai Franchi stessi, con isvegliar le antiche pretensioni, non fu difficile lo stabilir finalmente la pace tra i Franchi e Longobardi: il che servì a maggiormente stabilire il regno longobardico in Italia. Nell'anno addietro, allorchè i Franchi calati in Italia fecero sì aspra guerra, non dirò ai Longobardi, ma alle campagne degl'Italiani, Minolfo duca [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 1.], cioè governatore della isola di s. Giuliano, s'era gittato in braccio a questi nuovi venuti. In vece di san Giuliano, si ha da leggere s. Giulio, la cui isola tuttavia ritien questo nome nella diocesi di Novara e nel lago d'Omegna. Perchè quel sito era inespugnabile, qualora si fossero ritirate tutte le barche del lago, perciò parve al re Agilolfo che Minolfo non per necessità, ma per codardia o per tradimento si fosse gittato nel partito dei Franchi: perciò gli fece tagliar la testa ad esempio degli altri. Ossia poi che a Gaidolfo, appellato da altri Gandolfo, duca di Bergamo, non fosse piaciuta l'elezione del re Agilolfo, o ch'egli non volesse ubbidirlo, costui si ribellò contra di lui, e fortificossi gagliardamente in essa città. Accorse colà il re, e gli mise tal paura, che l'indusse a chiedere misericordia. Nè la chiese indarno; gli perdonò Agilolfo: ma per sicurezza della di lui fedeltà volle avere e condur seco degli ostaggi. Bisogna poi che costui fosse un cervello ben inquieto, perchè tornò poscia a ribellarsi, e si fortificò nell'isola posta nel lago di Como. Non tardò il re Agilolfo a cavalcare di nuovo per reprimere costui, ed ebbe la fortuna di cacciarlo di colà. Gli furono pagate le spese del viaggio, perchè avendo ivi trovate molte ricchezze, rifugiate dagl'Italiani in quel forte sito, vi mise le mani addosso, e se le portò, senza farsene scrupolo, a Pavia. Ma avendo noi veduto di sopra un simil racconto dell'isola Comacina, ch'è la stessa, può nascere dubbio intorno alle ricchezze ivi trovate, o in quella o pure in questa volta. Seguitò, ciò non ostante, Gaidolfo ad alzare le corna contra del re, confidato nella fortezza di Bergamo; ma Agilolfo il costrinse di nuovo ad umiliarsi: con che tornò, mercè della sua clemenza, a rimetterlo in sua grazia. Anche Ulfari duca di Trivigi uno fu di quelli che si ribellarono al re Agilolfo; ma, assediato in quella città, fu forzato a rendersi prigione. Racconta Paolo che in quest'anno non piovve nel mese di gennajo fino al settembre, e però si fece una misera raccolta. Diedero ancora un gran guasto al territorio di Trento le locuste, cioè le cavallette più grosse delle ordinarie, con divorar le foglie degli alberi e l'erbe dei prati. Ma non toccarono i grani, e nell'anno seguente si provò questo medesimo flagello. A questi mali s'aggiunse una terribil peste, che afflisse specialmente Ravenna e l'Istria; e da una lettera di s. Gregorio Magno [Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 2.] apparisce che questo malore infestava anche la città di Narni.
DXCII
| Anno di | Cristo DXCII. Indizione X. |
| Gregorio I papa 3. | |
| Maurizio imperadore 11. | |
| Agilolfo re 2. |
L'anno IX dopo il consolato di Maurizio Augusto.
Assicurato il suo regno dalla parte dei Franchi colla pace con esso loro stabilita, e depressi gl'interni nemici, volle ancora il re Agilolfo provvedere alla sicurezza sua dalla parte degli Avari, ossia degli Unni o Tartari che dominavano nella Pannonia, e stendevano la lor signoria sopra gli Sclavi, che diedero il nome alla Schiavonia. Era formidabile anche la potenza di quella nazione, e non andrà molto che cominceremo a vederne le funeste pruove in Italia. Con costoro fu conchiuso un trattato di pace e di amistà. Ma non erano terminati i mali umori interni. Romano esarco lavorava sott'acqua, e tanto seppe fare, che con promesse e danari guadagnò Maurizio, ossia Mauricione o Mauritione duca di Perugia [Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 8.], che accettò presidio greco in quella città. Si trovava allora l'esarco in Roma, ed ansioso di mettere il piede in sì riguardevol città, che poteva servirgli di frontiera contra de' Longobardi, si mosse di colà, conducendo seco quanti armati potè; e nel viaggio non solamente se gli diede Perugia, ma egli prese inoltre alcune delle città frapposte, cioè Sutri, Polimarzo, oggidì Bomarzo, Orta, Todi, Ameria, Luceolo, ed altre, di cui lo storico non seppe il nome. Giunsero queste disgustose nuove ad Agilolfo dimorante in Pavia, che ne dovette prontamente scrivere al duca di Spoleti, intanto che egli preparava l'esercito per accorrere in persona a quelle parti. A Faroaldo primo duca di Spoleti, morto, non si sa in qual anno, era succeduto Ariolfo, uomo di gran valore. Io non so come, a chi compilò la vita di s. Gregorio Magno, scappò detto che questo Ariolfo fu duca di Benevento. Dal Baronio poi fu creduto duca de' Longobardi nella Toscana. Certo è ch'egli era duca di Spoleti, e lo attestano Paolo Diacono e l'autore della Cronica Farfense. In questi tempi l'Umbria da alcuni fu riguardata come parte della Toscana. Ora trovandosi egli il più vicino ai paesi caduti in mano del nemico esarco, si mise tosto in armi ed entrò in campagna. Fu preveduto questo colpo dal santo papa Gregorio; e siccome sulla sua vigilanza e prudenza specialmente posava la salute di Roma, ed era alla saggia sua direzione raccomandato il maneggio anche degli affari temporali in tempi sì scabrosi, egli perciò scrisse [Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 3, 29 et 30.] a Veloce maestro della milizia, ossia generale d'armata, che intendendosi con Maurilio e Vitaliano, a' quali ancora fece intendere la sua mente, stessero bene attenti ai movimenti del duca di Spoleti, e caso che si inviasse verso Roma o verso Ravenna, gli dessero alla coda. Ciò fu nel mese di giugno, e voce correva che Ariolfo fosse per essere sotto Roma nella festa di san Pietro. Nell'epistola trentesima notifica esso papa ai suddetti Maurilio e Vitaliano, che nel dì 11 quel mese (e non già di gennajo, come hanno alcune edizioni) esso duca Ariolfo gli avea scritta una lettera, di cui loro manda copia, con raccomandare ai medesimi di tenere all'ubbidienza dell'imperadore la città di Soana posta nella Toscana, se pure Ariolfo non gli ha prevenuti, con portar via di là gli ostaggi. Costa poi da un'altra lettera di s. Gregorio [Idem, lib. 2, ep. 46.], scritta a Giovanni arcivescovo di Ravenna, che Ariolfo arrivò colle sue genti fin sotto Roma, e quivi tagliò a pezzi alcuni, ad altri diede delle ferite: cosa che afflisse cotanto il placido animo dell'ottimo pontefice, che ne cadde malato, assalito da dolori colici. Quel nondimeno che maggiormente pareva a lui intollerabile, era, ch'egli avrebbe avuta maniera d'indurre alla pace i nemici (probabilmente impiegando del danaro, com'era solito in simili frangenti di fare), ma l'esarco Romano non gliel voleva permettere: del che si duol egli forte coll'arcivescovo suddetto. E tanto più, perchè essendo stato rinforzato Ariolfo dalle soldatesche di due altri condottieri di armi, Autari e Nordolfo, difficilmente volea più dar orecchio a trattati di pace. Pertanto il prega che se ha luogo di parlar di tali affari con sì strambo ministro, cerchi di condurlo alla pace, con ricordargli specialmente che s'era levato di Roma il nerbo maggiore delle milizie, per sostenere l'occupata Perugia, come egli deplora altrove [Gregorius M., lib. 5, ep. 40.], nè vi era restata altra guarnigione che il reggimento teodosiano, così appellato da Teodosio Augusto, figliuolo di Maurizio imperadore, il quale ancora, per essere privo delle sue paghe, stentava ad accomodarsi alla guardia delle mura. Aggiugne che anche Arichi, ossia Arigiso duca di Benevento, il quale era succeduto a Zottone primo duca di quella contrada, instigato da Ariolfo, rotte le capitolazioni precedenti, avea mosse le sue armi contra de' Napoletani, e minacciava quella città.
Non si doveano credere i Longobardi obbligati ad alcun trattato precedente, da che l'esarco sotto la buona fede aveva occupato ad essi Perugia con altre città. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 19.] parla della morte di Zottone suddetto dopo venti anni di ducato, con dire che in suo luogo succedette Arigiso, mandato colà dal re Agilolfo, e per conseguente o in questo o nel precedente anno, con intendersi da ciò che il ducato beneventano dovette aver principio circa l'anno 571, come pensò il padre Antonio Caracciolo. Era Arigiso nato nel Friuli, avea servito d'ajo a' figliuoli di Gisolfo duca del Friuli, ed era parente del medesimo Gisolfo. Risulta poi dalla suddetta lettera di san Gregorio all'arcivescovo di Ravenna, che la città di Fano era posseduta allora dai Longobardi, e vi si trovavano molti fatti schiavi, per la liberazion de' quali aveva il caritativo papa voluto inviare nel precedente anno una persona con danaro; ma questa non si era arrischiata di passare pel ducato di Spoleti, che divideva Roma da quella città ed era sotto il dominio de' Longobardi. Tuttavia non lasciò Fortunato, vescovo d'essa città, di riscattarli, con aggravarsi di molti debiti per questa santa azione [Greg. Magnus, lib. 7, epist. 13.]; e san Gregorio gli concedette dipoi che potesse vendere i vasi sacri delle chiese per pagare i creditori. Quel Severo vescovo scismatico, la cui città era stata bruciata, e per cui l'arcivescovo di Ravenna chiedeva delle limosine a san Gregorio, vien creduto vescovo di Aquileja dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e dal padre Mabillone [Mabill., in Annal. Bened., lib. 8, cap. 37.]. Io il tengo per Severo vescovo d'Ancona, nominato altrove da san Gregorio, giacchè egli dice: Juxta quippe est civitas Fanum: il che non conviene nè a Grado nè ad Aquileja. Nell'edizione di san Gregorio fatta da' padri Benedettini, la lettera sedicesima del libro nono [Greg. M., lib. 9, ep. 16, edition. Bened.] è ad Serenum anconitanum episcopum. Si ha da leggere ad Severum, apparendo ciò dalla susseguente lettera ottantesima nona [Idem, ibid. epist. 89.]. Dovea questo vescovo, addottrinato dalle disgrazie della sua città, avere abbandonato lo scisma e meritata la grazia di san Gregorio.