DXCIII
| Anno di | Cristo DXCIII. Indizione XI. |
| Gregorio I papa 4. | |
| Maurizio imperadore 12. | |
| Agilolfo re 3. |
L'anno X dopo il consolato di Maurizio Augusto.
Ci fa sapere Paolo Diacono, che irritato forte il re Agilolfo per la perdita di Perugia e dell'altre suddette città, si mosse immediatamente da Pavia con un possente esercito per riacquistare quella città. E però potrebbe essere che appartenesse al precedente anno questo suo sforzo. Ma non parlando punto san Gregorio di Agilolfo nelle lettere scritte in quell'anno, nè essendo molto esatto nell'ordine dei tempi lo storico suddetto, chieggo licenza di poter riferire al presente anno l'avvenimento suddetto. Venne dunque il bellicoso re con grandi forze all'assedio di Perugia, e con tal vigore sollecitò quell'impresa, che tornò alle sue mani essa città, e Maurizio preso pagò colla sua testa il tradimento fatto. Come poi e quando Perugia tornasse in poter dei Romani, nol so. Certo è che vi tornò. Par ben credibile che Agilolfo ricuperasse ancora l'altre città a lui tolte dall'esarco. Nè questo gli bastò. Volle anche tentare Roma stessa: al che non fece mente Paolo Diacono, allorchè scrisse, che dopo la presa di Perugia Agilolfo se ne tornò a Pavia. Racconta il santo pontefice [Gregor. M., Praefat. lib. 2, in Ezechi.] ch'egli era dietro a spiegare al popolo il capitolo quarantesimo di Ezechiello, allorchè s'intese jam Agilulphum Longobardorum regem, ad obsidionem nostram summopere festinantem, Padum transisse. E che seguissero dipoi dei gran travagli e danni al popolo romano, si raccoglie da quanto seguita appresso a dire il medesimo san Gregorio [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 8.]: Ubique luctus aspicimus. Ubique gemitus audivimus; destructae urbes, eversa sunt castra, depopulati sunt agri, in solitudinem terra redacta est. Alios in captivitatem duci, alios detruncari, alios interfici videmus. Aggiugne più sotto [Greg. M., Homil. 6, lib. 2.]: Nemo autem me reprehendat, si post hanc locutionem cessavero, quia, sicut omnes cernitis, nostrae tribulationes excreverunt. Undique gladio circumfusi sumus, undique imminens mortis periculum timemus. Alti detruncatis ad nos manibus redeunt; alii captivi, alii interemti ad nos nuntiantur. Jam cogor linguam ab expositione retinere. E queste parole son quelle che fecero dire a Paolo Diacono [Idem, lib. 2, Homil. ultim.], il qual sembra discorde da sè medesimo, essere rimasto sì atterrito il beato Gregorio papa dall'arrivo del re Agilolfo, che cessò dal proseguire la spiegazion del testo di Ezechiello. Crede il cardinal Baronio che questi guai di Roma succedessero nell'anno 595, quando tutte le apparenze sono che molto prima arrivasse un sì atroce flagello addosso a quella città. Ed è fuor di dubbio che Roma, tuttochè guernita d'un debolissimo presidio, valorosamente si difese in quelle strettezze, di modo che il re Agilolfo, scorgendo la difficoltà dell'impresa, fors'anche segretamente commosso dalle preghiere e dai regali, che a tempo opportuno soleva impiegare per bene del suo popolo il generoso papa Gregorio, si ritirò da quei contorni, e dopo tanti danni inferiti lasciò in pace i Romani. Mancò di vita in quest'anno uno dei re franchi, cioè Guntranno re della Borgogna, principe per la pietà e per altre virtù assai commendato. Perchè in questi tempi non si durava gran fatica a canonizzare gli uomini, e specialmente i principi dabbene per santi, però anche a lui toccò d'essere messo in quel ruolo. Morì senza figliuoli, e lasciò tutti i suoi stati al re di Austrasia Childeberto, la cui potenza con una sì gran giunta divenne formidabile. E buon pei Longobardi che neppur egli sopravvivesse di molto a questo suo zio.
DXCIV
| Anno di | Cristo DXCIV. Indizione XII. |
| Gregorio I papa 5. | |
| Maurizio imperadore 13. | |
| Agilolfo re 4. |
L'anno XI dopo il consolato di Maurizio Augusto.
Credesi che nell'anno precedente san Gregorio papa prendesse a scrivere i suoi Dialoghi; ma c'è anche motivo di giudicare che ciò succedesse nell'anno presente, scrivendo egli [Gregor. Magnus, Dialog., lib. 3, cap. 19.] che cinque anni prima era seguita la fiera innondazione del Tevere. Manteneva intanto il santo pontefice buona corrispondenza con Teodelinda regina dei Longobardi, principessa piissima e bene attaccata alla religione cattolica: il che giovò non poco per rendere il re Agilolfo suo consorte, benchè ariano, ben affetto e favorevole ai Cattolici stessi, e servì in fine, siccome diremo, ad abbracciare la stessa fede cattolica, se pur sussiste ciò che ne lasciò scritto Paolo Diacono. Era stato eletto arcivescovo di Milano Costanzo; e perchè si sparse voce ch'egli avesse condannati i tre capitoli del concilio calcedonense, ed accettato il concilio quinto, tre vescovi suoi suffraganei, fra' quali specialmente quello di Brescia, non solamente si separarono dalla di lui comunione, ma eziandio indussero la regina a fare lo stesso. Restano due lettere scritte da san Gregorio [Idem, lib. 4, ep. 4, et 38.] alla medesima regina, nelle quali si duole ch'ella si sia lasciata sedurre, quasi la dottrina del concilio calcedonense, principalmente sostenuta dalla Chiesa romana, avesse patito alcun detrimento per le persone condannate dipoi nel quinto concilio generale. Da altre lettere del medesimo papa pare che si raccolga essersi Teodelinda umilmente accomodata alle di lui esortazioni. Ma veggasi all'anno 604. Abbiamo anche da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 5.] che a questa buona principessa san Gregorio, non si sa quando, inviò in dono i Dialoghi suddetti. Una delle maggiori premure, che circa questi tempi nudriva l'infaticabil pontefice, era quella di stabilir la pace coi Longobardi. A così lodevol pensiero chi s'opponesse lo vedremo nell'anno seguente, contuttochè io non lasci di sospettare che possa tal pace appartenere all'anno presente, non essendo noi certi che tutte le lettere di san Gregorio papa sieno disposte con ordine esattissimo di tempo. Comunque sia, in una lettera scritta da esso papa sotto l'indizione duodecima, cioè sotto quest'anno, al sopra citato Costanzo arcivescovo di Milano, si vede che il ringrazia delle nuove dategli del re Agone (così ancora veniva chiamato, siccome già accennai, il re Agilolfo) e dei re de' Franchi, e desidera d'essere informato di tutto altro che possa accadere. Dice in fine una particolarità degna d'attenzione nelle seguenti parole, cioè: Se vedrete che Agone re de' Longobardi non possa accordarsi col patrizio (ossia con Romano esarco), fategli sapere che si prometta meglio di me, perchè son pronto a spendere, s'egli vorrà consentire in qualche partito vantaggioso al romano imperio. Desiderava Gregorio che seguisse la pace generale, e perchè ciò venisse effettuato, si esibiva a pagare; e quando poi non si potesse concludere questa general pace, proponeva di farla almeno col ducato romano, per non vedere più esposto alle miserie della guerra il popolo, ch'egli più degli altri era tenuto ad amare. Sono di parere i padri Benedettini, nella edizione di san Gregorio, che a quest'anno appartenga una lettera del medesimo santo papa [Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 47.] scritta a Sabiniano suo apocrisario, ossia nunzio alla corte di Costantinopoli, con ordinargli di dire ai serenissimi nostri padroni, che se Gregorio lor servo si fosse voluto mischiare nella morte dei Longobardi, oggidì la nazione longobarda non avrebbe nè re, nè duchi, nè conti, e si troverebbe in una somma confusione. Ma perchè egli ha timore di Dio, teme di mischiarsi nella morte di chicchessia. Parole degne d'attenzione, per conoscere sempre più la santità di Gregorio, e qual fosse il governo de' Longobardi, del quale parleremo in altro luogo. Era imputato il santo pontefice d'aver fatto morire in carcere Malco vescovo longobardo, oppure di qualche città suggetta ai Longobardi; e però si giustificò colle suddette espressioni.