DC

Anno diCristo DC. Indizione III.
Gregorio I papa 11.
Maurizio imperadore 19.
Agilolfo re 10.

L'anno XVII dopo il consolato di Maurizio Augusto.

Da una lettera scritta in quest'anno da san Gregorio [Gregor. Magnus, lib. 10, ep. 37.] ad Innocenzo prefetto dell'Africa veniamo a conoscere la decantata pace, di cui s'è parlato finora, conchiusa fra l'esarco di Ravenna e il re Agilolfo. Le parole del santo pontefice portano che essa pace avea da durare fino al mese di marzo della futura quarta indizione: il che vuol dire fino al marzo dell'anno seguente 601; e perciò essa non fu una pace, ma bensì una tregua. E questa dubitava egli ancora se dovesse aver sussistenza, perchè correa voce che Agilolfo fosse mancato di vita: il che si trovò poi falso. Si vuol anche osservare ciò che scrisse il medesimo papa a Teodoro curator di Ravenna [Idem, ibid., ep. 6.], non so se sul fine del precedente, o sul principio del presente anno. Desiderava Giovanni gloriosissimo prefetto di Roma di riaver sua moglie da Ravenna; però Gregorio raccomanda al suddetto Teodoro di metterla in viaggio; ed affinchè possa venire con più sicurezza, di farla scortare da un distaccamento di soldati sino a Perugia. Se non si opponesse l'autorità di Paolo Diacono, che ci fece già sapere che Agilolfo aveva ricuperata Perugia colla morte del duca Maurizione, potrebbono farci sospettar tali parole che Perugia fosse tuttavia in mano dei Greci. Perchè se era quella città in potere dei Longobardi, come poteva essere sicura questa dama in arrivando colà, e tornandosene indietro la scorta? E come i soldati greci passavano ad una città che era dei loro nemici? Certamente può restar qualche dubbio che Agilolfo tornasse padrone di quella città più tardi di quel che si credette Paolo Diacono, scrittore non assai esatto nella distribuzion de' tempi; oppure che la medesima gli fosse ritolta dai Greci. Ricavasi parimente da un'altra lettera di san Gregorio [Gregor. Magnus, lib. 10, ep. 36.], scritta in questi tempi a Massimo, vescovo di Salona in Istria, che gli Sclavi, ossia gli Schiavi o Schiavoni, minacciavano quella città, ed aveano anche cominciato ad entrare in Italia. Il cardinal Baronio cita per testimonio di ciò Paolo Diacono, che nel capitolo quattordicesimo del libro quarto scrisse, che gli Sclavi misero a sacco l'Istria e vi ammazzarono i soldati dell'imperadore. Ma queste parole di Paolo si leggono nel capitolo quarantesimo secondo del quarto libro, e appartengono a tempi molto posteriori. Fuor di sito ancora, perchè a quest'anno rapporta il suddetto annalista la presa fatta della città del Friuli da Cacano re degli Avari. Essendo ciò avvenuto molti anni dopo, mi riserbo io a parlarne in luogo più proprio. In questi tempi bensì, o poco prima, si può credere, per attestato di Paolo Diacono [Paul. Diac., lib. 4, cap. 13, et 14.], conchiusa la pace in Milano tra il re Agilolfo e gli ambasciatori di Cacano, ossia del re degli Avari suddetti, di nazione Unni, dominanti nella Pannonia. Gli Slavi, o Schiavi, o Schiavoni, che vogliam dire, Barbari anche essi, che s'erano impadroniti di buona parte dell'Illirico, riconoscevano per loro signore il suddetto Cacano, o almeno dipendevano molto da lui. Però è probabile che Agilolfo, sentendo avvicinarsi que' Barbari all'Italia, si maneggiasse per aver pace da chi li signoreggiava. Assicurato poi con questi trattati di pace dai nemici esterni il re Agilolfo si rivolse con più franchezza a liberarsi dagl'interni. Se gli era ribellato Zangrulfo duca di Verona. Gli fu addosso, e avutolo nelle mani, gli diede il gastigo meritato dai suoi pari. Lo stesso giuoco fece a Gaidolfo duca di Bergamo, al quale due volte avea dianzi perdonato; e parimente levò dal mondo Vernecausio in Pavia, di cui non sappiamo nè la carica nè il delitto. Racconta poi Paolo Diacono [Idem, ibid., cap. 15 et 16.] che Ravenna e la spiaggia dell'Adriatico fu maltrattata dalla peste, flagello che più crudelmente si fece sentire l'anno appresso in Verona. Io conto in un fiato questi avvenimenti che possono appartenere a questi tempi, perchè ci manca un filo sicuro per poterli distribuire ne' loro anni precisi. Seguita poi a dire il medesimo storico, che seguì una terribil battaglia tra i due re franchi, cioè fra Teodeberto II re potentissimo dell'Austrasia e Teoderico re della Borgogna dall'un canto, e Clotario II re di Soissons, ossia della Neustria dall'altro. Toccò al più debole l'andar di sotto. Grande fu la sconfitta di Clotario, rapportata da Fredegario [Fredeg., in Chron. cap. 20.], per quanto si crede, all'anno presente: e gli costò questa disgrazia la perdita della maggior parte de' suoi stati. Finì di vivere in quest'anno Costanzo arcivescovo di Milano. Il clero e i nobili ch'erano in Genova, elessero per suo successore Deusdedit diacono. Ma il re Agilolfo, padrone di Milano, scrisse loro che ne desiderava o voleva un altro. Avvisato di ciò san Gregorio, fece intendere al popolo e clero milanese abitante in Genova, che non consentirebbe giammai in un uomo [Greg. Magnus, lib. 11, ep. 4.], qui non a catholicis, et maxime a Longobardis, eligitur. Adunque il re Agilolfo non dovea per anche essere cattolico. Si sa che Agilolfo desistè da questa pretensione, probabilmente alle persuasioni della piissima regina Teodelinda, e che Deusdedit, chiamato anche Diodato, fu consecrato arcivescovo, forse nell'anno susseguente. Intorno a questi tempi Agilolfo mandò a Cacano re degli Unni, padrone della Pannonia, degli artefici atti a fabbricar navi, delle quali egli poi si servì per espugnare un'isola della Tracia. Credesi ancora che fino a quest'anno essendo vivuto Venanzio Fortunato vescovo di Poitiers in Francia, e celebre scrittore e poeta, nato in Italia, compiesse la carriera de' suoi giorni.


DCI

Anno diCristo DCI. Indizione IV.
Gregorio I papa 12.
Maurizio imperadore 20.
Agilolfo re 11.

L'anno XVIII dopo il consolato di Maurizio Augusto.

È da notare la data di una lettera di san Gregorio papa a Virgilio vescovo d'Arles, come è riferita da Beda [Beda, Hist. Eccl. lib. 1, cap. 28.], cioè [Greg. Magnus, lib. 11, ep. 68.]: X kalend. juliarum, imperante domino nostro Mauricio Tiberio piissimo Augusto anno XIX: post consulatum ejusdem D. N. anno XVIII, Indictione IV. Correva tuttavia nel dì 22 di giugno del presente anno il diciannovesimo anno dell'imperio di Maurizio; e cadendo in questo l'anno decimottavo dopo il consolato, si vien sempre a conoscere con che fondamento io mi sia scostato dal padre Pagi, nell'assegnar l'anno del consolato di Maurizio Augusto. Benchè Paolo Diacono sia, come ho detto più volte, storico poco accurato nell'assegnare il tempo de' fatti ch'egli racconta, perchè, a mio credere, neppur egli n'ebbe bastevole informazione; pure comunemente vien creduto che al presente anno s'abbia da riferire la rinnovazion della guerra tra i Longobardi e l'imperio romano [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 21.]. Callinico esarco di Ravenna, non so se perchè fosse terminata la tregua, oppure perchè essa durante se la vedesse bella di fare un buon colpo, spedì una banda di soldati a Parma, a' quali riuscì di sorprendere Godescalco, genero del re Agilolfo, e, secondo tutte le verisimiglianze, duca di quella città, insieme colla moglie, figliuola d'esso re; i quali probabilmente senza sospetto alcuno si divertivano in villa. Signoreggiavano i Greci in Cremona, e di là facilmente potè venire l'insulto fatto a due sì cospicue persone, che furono condotte prigioniere a Ravenna. Restò sommamente amareggiato per questo colpo il re Agilolfo, ed oramai chiarito che pace non vi poteva essere con gl'infidi e spergiuri ministri dell'imperadore, si applicò con tutto fervore alla guerra. Ma in vece di procedere contro Cremona e Mantova, le quali doveano essere ben guernite di presidio cesareo, andò a mettere l'assedio a Padova, città che forse non si aspettava una somigliante visita. Era stata finora quell'illustre città in mezzo a tante tempeste costante nella divozione verso il romano imperio, e fece anche in tal congiuntura una gagliarda difesa, sostenendo lungamente l'assedio, al dispetto delle minacce di Agilolfo. Ma in fine le convenne soccombere. Nelle capitolazioni fu salvata alla guarnigione imperiale la facoltà di andarsene, ed in fatti se ne passò a Ravenna. Allora Agilolfo barbaramente sfogò la conceputa sua collera contra di una città sì pertinace, ma innocente, con darla alle fiamme e spianarne le mura, forse intendendo di far con ciò vendetta dell'esarco, da cui troppo offeso si riputava. Tornarono in questi tempi dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, gli ambasciatori longobardi, che aveano confermata la pace col re degli Unni, chiamati Avari. Con esso loro ancora venne un ambasciatore di Cacano re di que' Barbari, incaricato di passare in Francia per indurre quei re a mantener la pace coi Longobardi, stante la lega difensiva fatta da esso re colla nazion longobarda. La forza di Cacano era tale, che facea paura all'imperadore, ed esigeva rispetto anche dai re di Francia. E gli uni e gli altri ne aveano avute di brutte lezioni.

Potrebbe essere che in questi medesimi tempi fosse succeduto un altro fatto narrato parimente da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 17.]. Avendo il re Agilolfo, siccome stuzzicato dall'esarco Callinico, ripigliate l'armi, probabile è ch'egli comandasse ancora ad Ariolfo duca di Spoleti di travagliare Roma e Ravenna, affinchè niun soccorso si potesse inviare all'assediata città di Padova. Comunque sia, perchè il tempo non si può accertare, sappiamo che Ariolfo uscì in campagna, e trovandosi a fronte dell'esercito romano appresso la città di Camerino, venne con esso alle mani, e ne riportò vittoria. Dopo di ciò dimandò egli ai suoi che uomo era quello che avea combattuto sì valorosamente in suo favore in quella battaglia; ma niuno gli seppe rispondere. Tornato a Spoleti, e vedendo la basilica di san Savino martire, interrogò gli astanti che casa era quella? Gli fu risposto dai Cristiani, essere quivi seppellito san Savino martire, che i Cristiani solevano invocare in loro aiuto, allorchè andavano alla guerra contra de' nemici. Come può stare (replicò allora Ariolfo, gentile tuttavia di professione) che un uomo morto possa dar qualche aiuto ad un vivo? E smontato da cavallo, entrò in essa basilica per vederla. Or mentre stava osservando le pitture, si avvenne in una figura rappresentante san Savino, ed allora riconobbe esser egli lo stesso che gli avea prestato aiuto nel conflitto. Come poi sia credibile che questo santo militasse in favore di un pagano contra de' Cristiani, lascerò io disaminarlo ai saggi lettori. Forse le milizie sue erano composte di Cattolici che si raccomandarono a quel santo martire. Credono Camillo Lilii [Lilii Istoria di Camerino, part. 1, lib. 4.] e Bernardino de' conti di Campello [Campello Istoria di Spoleti, lib. 11.], che dopo questa vittoria Ariolfo s'impadronisse di Camerino. Ma non si ricava punto da Paolo storico, unico a raccontar questo fatto, se Camerino fosse caduto prima, o solamente in questa congiuntura cadesse nelle mani dei Longobardi. Certo è che quella città si vede nei secoli susseguenti unita col ducato di Spoleti, ma non so io precisamente dire, se ora, o più tardi se ne impadronissero i Longobardi. Racconta parimente il medesimo Paolo che nell'anno susseguente alla vittoria riportata da Teodeberto e Teoderico re de' Franchi sopra del re Clotario, accadde la morte del suddetto Ariolfo duca di Spoleti; e questa per conseguente sarebbe seguita nell'anno presente, e non già nell'anno 602, come si pensò il cardinal Baronio, e molto meno nel 613, come fu di avviso il Lilii suddetto, e più tardi ancora, come altri hanno pensato. Ma convien ripetere che per la cronologia non si può sempre fidare dell'autorità di Paolo Diacono. Egli stesso, dopo aver narrata la morte di Ariolfo, passa nel capitolo seguente [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 18.] a parlare de praedicatione (s'ha da scrivere de praedatione) facta a Longobarda in Coenobio sancti Benedicti; con dire accaduta la desolazione di quel sacro luogo circa haec tempora; eppur questa da altre memorie si prova succeduta alcuni anni prima. Quel che è certo, dopo la morte di Ariolfo, disputavano coll'armi il dominio di quel ducato due figliuoli del primo duca Faroaldo. Una battaglia decise la lite, e Teodelapio vincitore fu quegli che da lì innanzi possedette e governò quel ducato. Abbiamo poi confermata da san Gregorio [Greg. Magnus., lib. 11, ep. 51.] la guerra dell'anno presente in una lettera da lui scritta a tutti i vescovi della Sicilia, in cui espone il suo rammarico per gl'insulti e danni di bel nuovo inferiti a Roma dai nemici longobardi. Soggiugne appresso, trovarsi egli maggiormente afflitto, perchè avea inteso che i medesimi si preparavano per passare con un grande sforzo sopra la Sicilia. Perciò gli esorta ad implorare l'aiuto di Dio con processioni e preghiere pubbliche. Bisogna che queste minacce venissero da Arigiso duca di Benevento, padrone della maggior parte di quello che è oggidì regno di Napoli. Ma non s'ha riscontro alcuno che questo fulmine andasse poi a cadere sopra la Sicilia.