DCII
| Anno di | Cristo DCII. Indizione V. |
| Gregorio I papa 13. | |
| Foca imperatore 1. | |
| Agilolfo re 12. |
L'anno XIX dopo il consolato di Maurizio Augusto.
A quest'anno mi sia lecito di riferir la invasione fatta dai Longobardi nell'Istria, provincia che si mantenne sempre fedele all'imperio [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 25 et 26.]. Unironsi costoro con gli Avari venuti dalla Pannonia, e con gli Sclavi calati dall'Illirico, e riempierono tutte quelle contrade di saccheggi e d'incendii. Erasi sostenuto fino a questi tempi nell'ubbidienza all'imperio il forte castello di Monselice, posto nel distretto di Padova. Finalmente esso venne in potere dei Longobardi, probabilmente dopo un ostinato blocco. Non apparisce altro fatto succeduto negli altri paesi in occasione della ricominciata guerra. Forse i Romani aveano fatta qualche tregua particolare coi duchi di Benevento e di Spoleti, da' quali erano attorniati. Ed appunto sotto quest'anno s. Gregorio scrisse una lettera [Gregor. Magnus, lib. 12, ep. 21.] Arogi duci (lo credo error de' copisti antichi in vece di scrivere Arigi duci), in cui il prega di voler cooperare, acciocchè egli possa avere dalle parti de' Bruzii, oggidì Calabria, delle lunghe travi per servigio delle chiese de' ss. Pietro e Paolo, promettendo di regalarlo a suo tempo. Ciò fa conoscere che Arigiso longobardo, duca di Benevento, di cui qui si parla, dovea professar la religione cattolica, e però con tanta confidenza tratta con esso lui il santo pontefice. Pare eziandio che in quelle parti non fosse rottura di guerra. Nacque nell'anno presente un figliuolo al re Agilolfo dalla regina Teodelinda nel palazzo di Monza, del quale parleremo fra poco. Rapporto io qui la nascita di questo principe, perchè Paolo [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 26.] la mette prima della morte di Maurizio Augusto. Dovrebbe ancora appartenere a quest'anno la mutazione seguita in Ravenna dell'esarco. Erano malcontenti i Ravennati del governo di Callinico, specialmente, credo io, perchè egli aveva colla rottura della pace irritato lo sdegno de' Longobardi; e però tanto s'ingegnarono alla corte imperiale, ch'egli fu richiamato in Oriente, e venne rivestito di nuovo della dignità di esarco Smaragdo, o Smeraldo, che negli anni addietro vedemmo comandare con questo titolo in Italia. Potrebbe nondimeno essere che le peripezie in questi tempi accadute in Costantinopoli avessero data occasione di mutare ancora l'esarco di Ravenna, e che si avesse a differir la sua venuta in Italia sotto il governo di Foca all'anno seguente. Egli è dunque da sapere che in quest'anno succedette l'orribil tragedia dell'imperador Maurizio. Aveva egli sostenuto con varia fortuna per più anni la guerra coi Persiani, e poi con Cacano re degli Unni padroni dell'Ungheria e di altri paesi. Pregiudicò non poco al di lui credito l'azione veramente scandalosa di non aver voluto riscattare dalle mani del suddetto Cacano dodicimila de' suoi, restati prigionieri in una battaglia, quantunque Cacano glieli esibisse per un prezzo vilissimo: il che fu cagione che quel barbaro re crudelissimamente fece tagliare a pezzi tutti quegl'infelici. Di qui principalmente nacque l'odio delle armate e del popolo contra d'esso Augusto. E se ne prevalse a suo tempo Foca, uno dei bassi uffiziali dell'esercito, uomo di terribil aspetto, non meno ardito che crudele, e dipinto da Cedreno [Cedren. in Annal.] con tutti i vizii [Chron. Alex. Teophil. lib. 8, cap. 10 et seq. Theoph., in Chron.]. Si rivoltarono in quest'anno i soldati contra di Pietro, fratello dell'imperadore, che comandava l'armata, e proclamarono esarco, o, vogliam dire, generale, lo stesso Foca, con inviarsi dipoi alla volta di Costantinopoli, per deporre Maurizio, e fare un altro imperadore. Non finì la faccenda, che Foca fu egli da que' malcontenti dichiarato imperadore, e coronato poi da Ciriaco patriarca nel dì 23 di novembre. Costantinopoli gli aprì le porte. Già ne era fuggito con tutta la sua famiglia Maurizio, e ritiratosi a Calcedone; ma quivi preso nel dì 27 del suddetto mese diede fine alla tragedia che neppure oggidì si può udir senza orrore. Su gli occhi dello sventurato Augusto, per ordine del tiranno, furono scannati i suoi figliuoli maschi, cioè Teodosio già dichiarato imperadore, Tiberio destinato imperador d'Occidente, Pietro, Giustino e Giustiniano. Con forte animo fu spettatore il misero padre di sì spietata carnificina, nè altre parole si sentirono uscirgli della bocca, che di umiliazione ai sovrani giudizii di Dio, con dire il versetto del salmo: Justus es, domine, et rectum judicium tuum. Dopo i figliuoli a lui pure tolta fu la vita, e parimente a Pietro suo fratello, e ad altri uffiziali de' primi della corte. I lor cadaveri nudi gittati in mare servirono anche dipoi di spettacolo al matto popolo. Racconta Teofilatto [Theoph., lib. 8, cap. 12.] che dopo la morte di Foca, leggendo egli il pezzo della sua storia, dove descrive questa lagrimevole scena, ad una grande udienza, proruppero tutti quegli ascoltanti in sì dirotto pianto, e in tanti gemiti e singhiozzi, che non potè andar più innanzi nella lettura. Da lì a tre anni anche la moglie di Maurizio Costantina Augusta con tre figliuole sue e di esso imperadore, cioè Anastasia, Teottista e Cleopatra, furono levate dal mondo per sospetti del crudele tiranno.
Non mancarono certamente difetti e vizii in Maurizio imperadore, e specialmente diede negli occhi a tutti la sua avarizia, e il non pagare i soldati, permettendo che si pagassero essi coi rubamenti e colle rapine fatte addosso ai sudditi. Lo stesso s. Gregorio papa [Greg. Magnus, lib. 13, ep. 31.] in iscrivendo a Foca, non ebbe difficoltà di dirgli: Quiescat felicissimis temporibus vestris universa respublica, prolata sub causarum imagine praeda pacis (parole molto scure, e fors'anche difettose). Cessent testamentorum insidiae, donationum gratiae violenter extractae. Redeat cunctis in rebus propriis secura possessio, ut sine timore habere se gaudeant, quae non sunt eis fraudibus acquisita. Reformetur jam singulis sub jugo imperii pii libertas sua. Poscia soggiunge questa nobilissima sentenza, da lui ripetuta anche in un'altra lettera [Idem, lib. 10, ep. 51.] a Leonzio già console, e che sarebbe da desiderare impressa in cuore di tutti principi cristiani: Hoc namque inter reges gentium (cioè dei Gentili), et reipublicae Imperatores distat: quod reges gentium domini servorum sunt (cioè comandano a degli schiavi); imperatores vero reipublicae, domini liberorum. Ecco qui ancora il nome di respublica per significare l'imperio romano. In un'altra lettera da lui scritta a Leonzia imperadrice [Gregor. M., lib. 13, ep. 39.], moglie di Foca, ringrazia a mani levate Iddio, quod tam dura longi temporis pondera cervicibus nostris amota sunt, et imperialis culminis lene jugum rediit, quod libeat portare subjectis. Questo parlare di un pontefice di tanto giudizio e di sì rara santità ci danno abbastanza a conoscere che il governo di questo imperadore avea di grandi magagne, e ch'egli invece dello amore s'era conciliato l'odio de' popoli. Ma che? Sono ben rari i principi che non lascino dopo di sè varie occasioni di lamenti ai sudditi loro. Per altro si sa che Maurizio fu un principe attaccatissimo alla religion cattolica, che diede di gran prove della sua pietà e munificenza con frequenti limosine e fabbriche sì sacre che profane. Per attestato ancora di Teofilatto [Theophylactus, lib. 8, cap. 13.] e di Suida [Suidas, in verbo Mauricius, tom. 1 Hist. Byz.], bandì dal suo animo la superbia, fece sempre risplendere la sua clemenza e una lodevol umanità verso tutti, ancorchè fosse alquanto riservato in dare le udienze. Amò i letterati, e li premiò; scaricò i sudditi della terza parte dei tributi, forse allorchè salì sul trono; poichè non pare che durasse questo alleviamento nell'andare innanzi, per cagion delle aspre guerre che gli convenne sostenere. Altre sue lodi si possono raccogliere da Evagrio [Evagr., lib. 5, cap. 19.], di maniera che si può ben conchiudere che principe tale non era già degno d'un sì lagrimevol fine, e che l'usurpatore Foca potè ben portare la corona e il manto imperiale, ma non già rimuovere da sè il titolo di crudelissimo tiranno. Nè vo' lasciar di aggiugnere un'altra lagrimevol circostanza, di cui parla Teofilatto [Theophylact., lib. 8, cap. 11.], scrittore contemporaneo, cioè che in quella gran tragedia fu cercato un figliuolino lattante del medesimo Maurizio Augusto, per trucidarlo anch'esso. La balia, mossa a compassione, in vece di lui diede nelle mani di que' sicarii il proprio figliuolo. Ma accortosene Maurizio, scoprì l'affare, dicendo non essere giusto che quell'innocente pargoletto morisse per altri, e permise che ancora quest'altro suo figliuolo perisse. È azione facile da contarsi, ma non sì facile da essere creduta. Nè si sa intendere perchè egli non mettesse almeno essi figliuoli in salvo colla fuga, anzi richiamasse indietro Teodosio il maggior d'essi, che era già arrivato a Nicea in Bitinia, per andare a chiedere il soccorso a Cosroe re della Persia. Se non poteva egli viaggiare, perchè sorpreso da doglie articolari, potevano ben montare a cavallo i giovanetti figliuoli suoi, nè mancavano carrette per gl'inabili a cavalcare. A noi qui tocca di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di Dio.
DCIII
| Anno di | Cristo DCIII. Indizione VI. |
| Gregorio I papa 14. | |
| Foca imperadore 2. | |
| Agilolfo re 13. |
Console