Foca Augusto.
Secondo il rito degli altri imperadori greci, che nelle prime calende di gennaio dopo l'assunzione al trono prendevano il consolato, tengo io che anche l'imperadore, o, per meglio dire, il tiranno Foca prendesse la dignità consolare, con far le solennità consuete in tal funzione, e spargere danaro al popolo. Certamente quest'anno è notato nella Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandrinum.] Phoca Augusto solo consule. Il padre Pagi, che all'anno susseguente riferì il consolato di Foca, pretende che sia guasto questo passo, e che si corregga colle note croniche de' seguenti anni. Aggiugne di più, scriversi da Teofane [Theoph., in Chron.] sotto il presente anno: Mensis decembris die septimo Indictione septima (Phocas) sparsis pro consulum more nummis processit. Ma lo stesso padre Pagi confessa all'anno 610 che la cronologia di Teofane, ne' testi che abbiamo, è difettosa. Nè esso storico dice che Foca fosse disegnato console per l'anno 604. Anzi pare che dica ch'egli allora procedesse console. Io per me credo corrotto dai copisti il luogo di Teofane, avendo essi confuso il settimo dì del mese colla settima indizione, in vece di scrivere nell'indizione sesta, cominciata nel settembre dell'anno precedente 602. E in fatti combinando gli avvenimenti narrati nella Cronica Alessandrina sotto l'anno 605 coll'anno in cui li racconta Teofane, si vede un divario non lieve tra questi due cronografi; e il fallo, a mio credere, sta nel testo di esso Teofane. Fu in quest'anno solennemente portato al sacro fonte in Monza il figliuolo nato al re Agilolfo. Per così magnifica funzione fu scelto il giorno santo di Pasqua, che per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 28.], cadde nel dì 7 d'aprile, e però con indizio chiaro dell'anno presente. Ottenne la piissima regina Teodelinda dal marito che esso figliuolo, a cui fu posto il nome di Adaloaldo, fosse battezzato da Secondo abbate, nativo di Trento, uomo che era allora in concetto di gran santità, e carissimo ad essa regina. La città oggidì di Monza, situata dieci, o dodici miglia lungi da Milano, fu un luogo eletto da Teoderico re de' Goti, secondochè attesta il suddetto Paolo istorico [Idem, ibid., cap. 22.], per villeggiarvi, a cagione della bontà dell'aria in tempo di state. Modicia e Modoetia è il suo nome nelle memorie dei vecchi secoli. Si conta anche una favolosa origine di questo nome Modoetia. Affezionossi dipoi la regina Teodelinda a questo medesimo luogo, e perciò quivi fabbricò un'insigne basilica, dedicata a Dio, in onore di s. Giovanni Battista, eletto per protettore della nazion longobarda, con arricchirla di molti poderi e di varii preziosi doni d'oro e d'argento. Parte d'essi tuttavia si conserva (cosa troppo rara e quasi miracolosa) nel tesoro d'essa basilica, e ne parla ai suoi tempi Bonincontro Morigia [Morigia tom. 12. Rer. Ital.], scrittore di Monza nella sua Cronica scritta nel secolo decimoquarto, e poscia Baldassar Fedele [Fidel., de Praerogat. Modoetiae.], arciprete mitrato d'essa basilica in un libro stampato nell'anno 1514. Scrive, fra le altre cose, esso Morigia, che si leggeva ai suoi dì la scrittura fatta da essa regina nel giorno della coronazion del figliuolo con queste parole: Offert gloriosissima Theodelinda regina una cum filio suo Adoaldo rege ipsa die, in qua in praesentia patris coronatus est ibi, sancto Joanni patrono suo de dono (forse de donis) Dei, et de dotibus suis. Aggiugne che san Gregorio Magno papa mandò infinite reliquie sacre ad essa regina per mezzo di Giovanni Diacono, e tuttavia se ne leggeva il catalogo colle seguenti parole: Haec sunt olea sancta, quae temporibus domini Gregorii papae ad duxit Johannes indignus et peccator domnae reginae Theodelindae de Roma in Modoetia. Resta tuttavia questo catalogo originale, scritto in papiro egiziaca, che il volgo chiama corteccia di alberi, nella galleria Settala di Milano, ed io lo pubblicai colle stampe [Muratorius, part. 2, Anecdot. Latin.]. Questi olii furono presi dalle lampane accese ai sepolcri di que' santi, oppure avevano toccato i sepolcri medesimi. Dice il Morigia che furono posti, e si conservavano tuttavia in s. Giovanni Battista di Monza in una bellissima arca di marmo dietro all'altar maggiore. Noi dobbiamo alla diligenza ed erudizione del dottore Orazio Bianchi [Blancus tom. 1, Rer. Ital., pag. 460.], nelle annotazioni alla Cronica di Paolo Diacono, la figura delle tre corone d'oro, che tuttavia si conservano nel tesoro di Monza. La prima è la celebre ferrea, così appellata per un cerchio di ferro ch'è inserito nella parte interiore, con cui si sogliono coronare gl'imperadori, come re d'Italia. L'opinione de' cittadini di Monza di questi ultimi tempi è, che quel cerchio sia formato da uno de' chiodi della croce del Signor nostro Gesù Cristo. Ma che gli antichi non conoscessero punto questa rarità, credo di averlo dimostrato nel mio Trattato della Corona Ferrea. La seconda corona d'oro è chiamata per antica tradizione la corona della regina Teodelinda, ornata di smeraldi e pesante once 14 e denari 19, dalla quale pende una croce d'oro gemmata di peso d'once 15 e denari 7. La terza è la corona di oro del re Agilolfo, il cui peso ascende ad once 21 e denari 12, dalla quale parimente si mira pendere una croce di oro, anche essa gemmata, pesante once 24 e denari 14. La rarità maggiore di questa consiste nel ritener l'iscrizione fatta dal medesimo re, consistente in queste parole:
✠ AGILVLF. GRAT. DI VIR. GLOR.
REX. TOTIVS ITAL. OFFERET.
SCO. IOHANNI. BAPTISTÆ. IN
ECLA. MODICIA.
Non era certo padrone di tutta l'Italia il re Agilolfo; ma possedendone la maggior parte, credette di potersene attribuire l'intero dominio. Il dono poi di questa corona (non si sa quando, da lui fatto a s. Giovanni Battista di Monza) verisimilmente appartiene a qual tempo, in cui, secondo l'attestato di Paolo Diacono, egli aveva abbracciato il cattolicismo, per le persuasioni della piissima regina Teodelinda sua moglie.
Oltre alla basilica di s. Giovanni Battista, fece fabbricar essa regina in Monza il suo palagio, nel quale eziandio ordinò che si dipingesse alcuna delle imprese dei Longobardi. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 23.], che ai suoi dì osservò quelle pitture, raccolse dalle medesime qual fosse anticamente l'aspetto e la forma del vestire de' Longobardi: cioè si radevano la parte deretana del capo; e gli altri capelli li dividevano sulla fronte, lasciandoli cadere dall'una parte e dall'altra del volto sino alla dirittura della bocca. Nulla dice Paolo delle loro barbe, ma queste è da credere che le portassero, e ben lunghe, tenendo egli che da esse prendessero il nome di Longobardi. Portavano poi le vesti larghe, e massimamente fatte di tela di lino, come solevano in questi tempi anche gli Anglo-Sassoni, e adornavano esse vesti con delle liste o livree larghe, tessute di varii colori. Le loro scarpe erano nella parte di sopra aperte fino all'estremità delle dita, e queste si serravano al piede con delle stringhe di pelle allacciate. Aggiugne il suddetto storico che i Longobardi cominciarono dipoi a portar degli stivali di cuoio, usando ancora, qualora aveano da cavalcare, di tirar sopra essi stivali altri stivaletti o borzacchini di panno o di tela di colore rossiccio: il che essi aveano appreso dagl'Italiani. Seguitava intanto la guerra fra i Longobardi e i Greci in Italia, perchè sdegnato forte Agilolfo per la prigionia della figliuola e del genero, non voleva ascoltar parola di pace. Ottenne egli pertanto in quest'anno un rinforzo di soldati sclavi, ossia schiavoni, che Cacano re degli Avari in virtù della lega gli mandò; e con tutto il suo sforzo intraprese l'assedio di Cremona, città che s'era mantenuta finora alla divozion dell'imperadore. Nel dì 21 d'agosto ne divenne egli padrone; e forse perchè da quella città era venuta la gente che fece prigion la figliuola; oppure perchè essa città, posta nel cuore degli stati longobardi, avea loro in addietro recate molte molestie: con barbarica vendetta la spianò sino ai fondamenti. Quindi passò sotto Mantova, città ripresa dagli imperiali al tempo di Romano esarco; e con arieti fece tal breccia nelle mura, che la guarnigione cesarea fu necessitata a capitolar la resa a patti di buona guerra, cioè colla facoltà di potersene andar libera a Ravenna: il che fu eseguito. Seguì la presa di questa città nel dì 13 di settembre. Venne anche in potere dei Longobardi un castello forte, appellato Vulturina; intorno al quale hanno il Biondo, il Cluverio, il padre Beretti ed altri disputato per assegnarne il sito, immaginandolo alcuni nella Valtellina ed altri vicino al Po, ma senza che alcun d'essi rechi alcun buon fondamento della loro opinione. Se mai la presa di questo luogo quella fosse stata che inducesse il presidio imperiale esistente in Brescello a fuggirsene, col dare alle fiamme quella città posta alle rive del Po, come narra Paolo Diacono, si potrebbe credere che Vulturina fosse in quelle vicinanze. Ma ci mancano lumi per la conoscenza sicura del sito suo. Arrivarono in questo anno a Roma le immagini di Foca e di Leonzia Augusti e secondo il solito si fece gran solennità in riceverle, perchè in quest'atto consisteva la ricognizione del nuovo sovrano [Johannes Diaconus, in Vit. S. Gregor., lib. 4, cap. 20.]. Furono esse riposte nell'oratorio di s. Cesario; nè i Romani mostrarono difficoltà alcuna a riconoscere per loro signore quell'usurpatore del trono imperiale.
Abbiamo poi da s. Gregorio che la guerra si faceva in altri siti d'Italia, giacchè scrive a Smeraldo esarco [Gregor. Magnus, lib. 13, epist. 33.] d'avere inviata lettera a Cillane (senza che apparisca dove questo longobardo comandasse) per vedere, s'egli voleva osservar la tregua di trenta giorni, già conchiusa da esso esarco; ed aver egli risposto di sì, purchè dalla parte dell'imperadore la medesima fosse osservata, e ch'egli si doleva forte dei suoi uomini uccisi dai Greci (per quanto si può conghietturare nel tempo stesso della tregua), e ciò non ostante aveva rilasciato i soldati cesarei fatti da lui prigioni ne' giorni innanzi. Aggiunge il santo papa di aver egli bensì mandato un suo uomo a Pisa per trattar co' Pisani di pace o tregua, ma che nulla s'era ottenuto; e che già essi Pisani aveano preparate le lor navi per uscire fra poco in corso, cioè contra de' sudditi dell'imperadore. S'era maravigliato Foca Augusto di non aver trovato in Costantinopoli alcun ministro del romano pontefice, perchè probabilmente s'erano essi ritirati, allorchè succedette la lagrimevol tragedia di Maurizio Augusto, nè parve lor bene di presentarsi senza ordine del papa a quel tiranno. S. Gregorio [Gregorius Magnus, lib. 15, ep. 38.] gli scrive d'avere inviato a quella residenza Bonifazio diacono, e in tal congiuntura il prega d'inviar de' soccorsi in Italia, essendo già trentacinque anni che il popolo romano vive fra le scorrerie e le spade de' Longobardi. Ma Foca aveva altro da pensare. Si mosse tosto contra di lui Cosroe re della Persia, per vendicare la morte dell'imperador Maurizio, e recò infiniti danni all'oriente cristiano. Conosceva inoltre Foca che non era stabile un trono acquistato con tanta fellonia e crudeltà, ed era perciò astretto a guardarsi dagl'interni nemici. Il perchè riflettendo Smeraldo esarco di Ravenna alla poca speranza de' soccorsi, e che non potea se non andar peggio continuando la guerra, si appigliò al partito di chieder pace o tregua al re Agilolfo. Questi consentì colla condizione di riaver sua figliuola e il genero Godescalco, che furono in fine rimessi in libertà. Ma la figliuola appena giunta a Parma, quivi morì di parto. Pace non già, ma tregua si conchiuse nel novembre fino alle calende di aprile dell'anno seguente. Dicendo poi Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 29.] che in quest'anno seguì un'altra gran battaglia fra Teodeberto II e Teoderico re de' Franchi dall'una parte, e Clotario II re di Soissons dall'altra, con gran mortalità di persone: o egli falla, o si debbono riferir le sue parole all'anno seguente 604, perchè ad esso appartiene quel fatto d'armi per consenso degli storici francesi. Intanto una lettera di s. Gregorio, che rapporterò fra poco, ci assicura della pace o tregua fatta in quest'anno fra l'esarco e i Longobardi.
DCIV
| Anno di | Cristo DCIV. Indizione VII. |
| Sabiniano papa 1. | |
| Foca imperadore 3. | |
| Agilolfo re 14. |