Nelle calende del primo gennaio dopo la assunzione sua al trono, prese Eraclio imperadore il consolato, secondo il rito antico degli altri Augusti. Ma egli nei principii del suo governo trovò sì sfasciato l'imperio, che non sapea dove volgersi per impedirne la rovina. Soprattutto l'affliggeva l'aver per nemici i Persiani, che ogni dì più divenivano orgogliosi e potenti colle spoglie del romano imperio. Essi in quest'anno s'impadronirono di Apamea e di Edessa, con fare schiavi innumerabili cristiani, ed arrivar fino ad Antiochia. Eraclio spedì quante milizie potè per fermare il corso a questo impetuoso torrente, e nel mese di maggio si venne ad una giornata campale, in cui l'armata cesarea fu messa a filo di spada, talmente che pochi si salvarono colla fuga. Per conto dell'Italia l'imperadore credette ben fatto di richiamare a Costantinopoli l'esarco di Ravenna Smeraldo, forse perchè conosceva di abbisognare l'Italia d'un uffiziale di maggior sua confidenza. Venne dunque in suo luogo al governo de' paesi restati in Italia sotto il dominio cesareo Giovanni Lemigio patrizio, il quale, secondo l'uso introdotto, in qualità d'esarco fece la sua residenza in Ravenna. Questi non tardò a ratificar la pace ossia tregua d'un anno col re Agilolfo [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.], pagando nondimeno per averla; perchè, siccome vedremo, bisognava che i Greci per la lor debolezza comperassero a danari contanti dai Longobardi la quiete delle loro città in Italia. Rapporta il Sigonio all'anno 615 la terribile invasione fatta dagli Avari nel ducato del Friuli; Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] all'anno 613, e Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] all'anno 616. Certo la cronologia di questi due scrittori ha slogature tali circa questi tempi, che non merita d'essere da noi seguitata. Io, quantunque confessi di non avere indizio sicuro dell'anno preciso di questa calamità, pure crederei di poterla più fondatamente riferire al presente, dacchè Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 38.] dopo aver narrata la morte di Foca e l'innalzamento di Eraclio, immediatamente soggiugne: Circa haec tempora rex Avarorum, quem sua lingua Cacanum appellant, cum innumerabili multitudine veniens, Venetiarum fines ingressus est. Gli Unni dunque, o vogliam dire i Tartari, chiamati Avari, padroni della Pannonia e di gran parte dell'Illirico, gente masnadiera ed avvezza alle rapine, e che esercitava, ora nella Tracia contra de' Greci imperadori, ed ora contra dei Franchi nella Baviera, l'esecrabil loro mestiere, arrivarono in quest'anno a sfogare la loro avidità anche nell'Italia. Davano essi il nome di Cacano al capo loro, nome equivalente a quello di re, come di sopra fu detto; e il re d'essi in questi tempi era un giovane vago di gloria e brioso, che messo insieme uno sterminato esercito, venne a dirittura verso il Friuli.

Gisolfo duca di quella contrada, vedendo venir sì strepitosa tempesta, ordinò tosto che tutte le castella del suo ducato si fortificassero, acciocchè servissero di rifugio anche gli abitatori della campagna. Nomina Paolo fra queste Cormona, Nomaso, Osopo, Artenia, Reunia, Ghemona, ed Ibligene. Intanto esso duca, con quanti Longobardi potè raunare, andò coraggiosamente a fronte de' nemici, ed attaccò battaglia. Ma la fortuna, che ordinariamente si dichiara per i più, non fece di meno questa volta. Combatterono con gran valore i Longobardi, ma in fine sopraffatti dall'immensa moltitudine dei Barbari, lasciarono quasi tutti sul campo la vita, e fra i morti restò ancora Gisolfo. Rimasti padroni della campagna gli Unni, attesero a saccheggiare e bruciar le case, e nello stesso tempo assediarono la città del Foro di Giulio, oggidì Cividal di Friuli, dove s'era rinchiusa Romilda, già moglie del duca Gisolfo, con quattro suoi figliuoli maschi, cioè Tasone, Cacone, Radoaldo e Grimoaldo, e quattro figliuole, due delle quali erano chiamate Pappa e Gaila. L'infame Romilda, guatato dalle mura Cacano, giovane di bello aspetto, che girava intorno alla città, innamorossene, e mandò segretamente ad offerirgli la resa della città, s'egli voleva prender lei per moglie. Acconsentì ben volentieri il Barbaro alla proposizione, ed apertagli una porta della città, v'entrò; ma appena entrato, lasciò la briglia alla sua crudeltà. Dopo un generale saccheggio, la città fu consegnata alle fiamme, e tutti i cittadini con Romilda e coi suoi figliuoli menati verso l'Ungheria in ischiavitù, con far loro credere di volerli rilasciare ai confini. Ma giunti che furono colà, nel consiglio degli Avari, fu risoluto di uccidere quei miseri, alla riserva delle donne e de' fanciulli: il che penetrato dai figliuoli del morto duca Gisolfo, fu cagione, che saliti tosto a cavallo, si diedero alla fuga. In groppa d'uno de' fratelli cavalcava Grimoaldo tuttavia fanciullo, e il più picciolo fra essi; ma correndo il cavallo, non poteva tenersi forte e cadde in terra. Allora il fratello maggiore, giudicando che fosse meglio il levargli la vita, che il lasciarlo schiavo fra i Barbari, presa la lancia, volle trafiggerlo. Ma il fanciullo piangendo cominciò a gridare che non gli nocesse, perchè era da tanto di star saldo a cavallo. Allora il fratello stesa la mano, e presolo per un braccio, il rimise sulla groppa nuda del cavallo, e diede di sproni. Gli Avari accortisi della fuga di questi giovani, tennero loro dietro, e riuscì ad uno di essi più veloce degli altri di aggraffare Grimoaldo, senza però nuocergli, non solo a cagione della tenera sua età, ma ancora perchè il vide garzoncello di bellissimo aspetto, con occhi vivi e bionda capigliatura. Se n'andava di mal animo lo sventurato fanciullo col suo rapitore; e intendeva molto bene la sua disgrazia; però pensando alla maniera di sbrigarsene, con coraggio troppo superiore alla età sua, cavato fuori il pugnale che pendeva del fianco del Barbaro, con quanta forza potè, con esso il percosse nel capo e il fece stramazzare a terra. Allora Grimoaldo tutto allegro diede volta al cavallo, e tanto galoppò, che raggiunse i fratelli, ai quali narrato quanto gli era accaduto, raddoppiò la loro allegrezza. Ciò vien così distesamente narrato da Paolo Diacono perchè Grimoaldo arrivò poi ad essere duca di Benevento, e in fine re de' Longobardi; e il fratello suo Radoaldo anch'egli resse il ducato di Benevento.

Gli Avari tornati al loro paese (non si sa per qual cagione, se non perchè erano crudeli in eccesso) uccisero tutti gl'Italiani seco menati, riserbando schiavi i fanciulli e le donne. E Cacano conoscendo il merito di Romilda, traditrice del popolo suo, per ricompensarla ed insieme per mantenere la sua parola, dormì con essa una notte come con una moglie. Nella seguente notte dipoi la consegnò a dodici de' suoi, acciocchè ne facessero le voglie loro. Finalmente in un palo pubblicamente rizzato la fece impalare con dirle: Questo è marito ben degno d'una pari tua. Ma furono ben differenti da sì esecrabil madre le figliuole condotte anche esse in ischiavitù. Premendo lor sopra ogni cosa di conservare intatta la loro purità, usavano di tenere in seno della carne cruda di pollo, che nel calore putrefacendosi mandava un puzzolente odore, di modo che se loro voleva accostarsi alcuno degli Avari, dava subito indietro maledicendole; e credendo che naturalmente in quella guisa puzzassero, andavano poi coloro dicendo, che tutte le donne longobarde erano fetenti. In questa gloriosa maniera quelle nobili donzelle scamparono dalla libidine degli Avari, e meritarono da Dio il premio della loro virtù, benchè fossero più volte vendute, perchè non era conosciuta la loro origine e nobiltà, d'essere poi riscattate dai fratelli e nobilmente maritate. Paolo Diacono scrive che, per quanto si diceva, una d'esse fu data in moglie al re degli Alamanni, e l'altra al principe della Baviera. Ma noi non sappiamo che in questi tempi vi fosse un re degli Alamanni. Forse v'era un duca. Aggiugne dipoi lo stesso istorico la propria genealogia, con dire che Leofi suo trisavolo venne coi Longobardi in Italia, nell'anno 568, e morendo lasciò dopo di sè cinque piccioli figliuoli, che in quella funesta occasione furono tutti condotti schiavi nell'Ungheria dagli Unni Avari. Uno d'essi, bisavolo di Paolo, dopo molti anni di schiavitù scappato, ritornò in Italia, ma nulla potè ricuperare dei beni paterni. Aiutato nondimeno dai parenti ed amici, si rimise bene in arnese, e presa moglie, ne ebbe un figliuolo per nome Arichi, ossia Arigiso, che procreò Varnefrido padre d'esso Paolo Diacono, al quale siam debitori della storia dei Longobardi. Senza il lume ch'egli ci ha procurato, si troverebbe involta in troppe tenebre la storia d'Italia di questi tempi. Ma il buon Paolo nulla dice di quel che facesse Agilolfo re (se pur sotto di lui occorse questa terribile irruzione di Barbari), oppure cosa operasse il di lui successore, caso che la tragedia fosse succeduta più tardi. Può essere che il re d'allora pensasse solamente a ben munire e provvedere i luoghi forti; o ch'egli anche uscisse in campagna con quanto sforzo potè, e che questa fosse la cagion per cui gli Avari se ne tornassero al loro paese, senza pensare di fissar il piede in Italia. I Persiani in quest'anno [Theoph. in Chronogr.] seguitando la guerra presero altre città cristiane in Oriente, condussero via molte migliaia di schiavi, e fecero infiniti altri mali, giacchè niun si opponeva, essendosi consumate tutte le truppe agguerrite dell'imperio ne' calamitosi anni addietro. Pare che a quest'anno appartenga la irruzione degli Sclavi fatta nell'Istria [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.], suggetta ad esso imperadore, dove tagliarono a pezzi le truppe cesaree, e commisero inuditi saccheggi. Grasolfo fratello dell'ucciso Gisolfo pare che fosse in appresso creato duca del Friuli, ma forse ottenne, siccome diremo, quest'onore solamente nel l'anno 635.


DCXII

Anno diCristo DCXII. Indizione XV.
Bonifacio IV papa 5.
Eraclio imperadore 3.
Agilolfo re 22.

L'anno I dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Benchè l'anno presente fosse calamitoso anch'esso in Oriente, perchè i Persiani sottomisero al loro imperio Cesarea capitale della Cappadocia, tuttavia fu in gran festa la città di Costantinopoli, perchè nel dì 3 di maggio l'imperadrice Eudocia partorì un maschio, appellato Eraclio Costantino [Chronic. Alexandr. Theoph. in Chronogr.]. E nel dì 4 di ottobre Epifania, appellata anche Eudocia, nata nell'anno precedente all'imperadore Eraclio, fu dal padre dichiarata Augusta e coronata da Sergio patriarca. Ma nel dì 13 del mese d'agosto in questo medesimo anno finì di vivere la suddetta imperadrice Eudocia sua madre. In Italia l'esarco Giovanni ottenne dal re Agilolfo che fosse confermata la tregua anche per un anno. Nel mese di marzo venne a morte in Trento il buon servo di Dio Secondo abbate, amatissimo dal re Agilolfo e dalla regina Teodelinda, il quale lasciò scritta una breve storia de' fatti de' Longobardi sino ai suoi giorni, veduta da Paolo Diacono, ma non giunta ai secoli nostri. Intanto i due re franchi [Fredegar., Chron., cap. 38.] Teoderico re della Borgogna e Teodeberto re di Metz, ossia dell'Austrasia, benchè fratelli, si mangiavano il cuore l'un l'altro: tutto per istigazione dell'empia regina Brunechilde loro avola. Seguì una battaglia ben sanguinosa fra essi nelle campagne di Toul, e la peggio toccò a Teodeberto, il quale messa insieme una più possente armata, composta de' popoli germanici che erano a lui soggetti, nel luogo di Tolbiac, posto nel ducato di Giuliers, venne ad un secondo conflitto. Combatterono le due armate con rabbia inudita e strage spaventosa dall'una e dall'altra parte; ma in fine la vittoria si dichiarò per Teoderico re della Borgogna, il quale perciò entrò vincitore in Colonia. Teodeberto restò preso coi due figliuoli Clotario o Meroveo, tuttavia fanciulli, e a tutti e tre la crudel regina Brunechilde fece levar la vita: con che Teoderico unì col regno della Borgogna gli ampii stati già posseduti dal fratello nella Germania, cioè il regno di Austrasia. Tale era allora il miserabile stato della Francia piena di violenze, d'ingiustizie e di guerre civili; nel mentre che l'Italia godeva un'invidiabil pace e tranquillità sotto il re Agilolfo. Ed appunto a questo re de' Longobardi ricorse circa i tempi correnti san Colombano, abbate celebrassimo, nato in Irlanda, fondatore nella Borgogna del monistero di Luxevils e d'altri monisteri, i quali riceverono da lui una regola diversa da quella di san Benedetto, ma che non istettero molto ad ammettere ancora la benedettina. Era egli incorso nell'indignazione della regina Brunechilde, da cui principalmente vennero i tanti malanni che inondarono per più anni la Francia. Però per ordine suo e del re Teoderico suo nipote fu cacciato dalla Borgogna. Si ricoverò ben egli sotto la protezione di Teodeberto re dell'Austrasia; ma dacchè questo principe vinto dal fratello restò vittima del furore di lui, o piuttosto della suddetta Brunechilde avola sua, non vedendosi il santo abbate sicuro in quelle parti, sen venne in Italia a trovare il re Agilolfo e la piissima regina di lui moglie Teodelinda, come racconta Giona [Jonas, in Vit. S. Colombani, lib. 1.] nella vita di lui.

La fama della sua santità era già precorsa, e però fu da essi benignamente accolto. Fermossi per qualche tempo in Milano, dove confutò que' Longobardi che tuttavia ostinati teneano l'eresia ariana, e scrisse anche un libro contra de' loro errori. Ma il silenzio, la povertà, la solitudine erano le delizie che il buon servo di Dio cercava, e non già la pompa delle corti nè lo strepito della città. Però bramando egli un sito remoto per potervi fondare un monistero; e capitato per avventura alla corte un certo Giocondo, questi gli additò un luogo ritiratissimo chiamato Bobbio, presso al fiume Trebia, venticinque miglia sopra Piacenza, in fondo ad altissime montagne dell'Apennino, dove era una basilica di san Pietro mezzo diroccata. Vi andò san Colombano, e quivi diede principio ad uno de' più celebri monisteri d'Italia che tuttavia fiorisce. Colà fu sì grande negli antichi secoli il concorso del popolo divoto, che a poco a poco vi si formò una riguardevole terra, divenuta col tempo anche città episcopale. Io so esservi stata persona erudita, la quale s'è avvisata di sostenere che san Colombano un'altra volta venisse in Italia, cioè nell'anno 595, andando a Roma: nella qual occasione fabbricasse il monistero di Bobbio, dove poi tornasse nell'anno presente. Quali pruove si adducano per tale opinione, nol so dire. Tuttavia se mai questa fosse unicamente fondata sopra un certo diploma del re Agilolfo, converrebbe prima provare che quello fosse un documento autentico. A buon conto Giona, autore quasi contemporaneo nella vita di questo insigne servo del Signore, chiaramente attesta che solamente nell'anno presente o nel susseguente san Colombano imparò a conoscere, e cominciò ad abitar Bobbio; e noi senza grandi ragioni non ci possiamo allontanare dalla di lui autorità. Accadde circa questi tempi, per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4.], la morte di Gundoaldo duca d'Asti, fratello della regina Teodelinda. Tirata gli fu da un traditore non conosciuto una saetta, e di quel colpo morì. Ma se noi vogliam credere a Fredegario [Fredegar. in Chronico., cap. 34.], questo fatto accadde molto prima, riferendolo egli all'anno 607, e con qualche particolarità di più: cioè che Gundoaldo venne in Italia con Teodelinda sua sorella, e diedela in moglie al re Agone: così era anche appellato il re Agilolfo. Ch'egli dipoi contrasse matrimonio con una nobil donna longobarda, da cui trasse due figliuoli, nomati l'uno Gundeberto e l'altro Ariberto. Già erano nati al re Agilolfo dalla regina Teodelinda il maschio Odolaldo (così chiama egli Adoloaldo), e una femmina per nome Gundeberga. Ora avendo il re Agilolfo e la regina Teodelinda conceputa gelosia perchè Gundoaldo era troppo amato dai Longobardi, mandarono persona, la quale appostatolo, allorchè stava al destro, con una saetta il trafisse e lo uccise. Ma può essere che Fredegario troppo qui si fidasse delle dicerie del volgo, che in casi tali facilmente trincia sentenze, e fa divenir cose certe i semplici sospetti. Che Agilolfo potesse avere avuta mano in questo affare, non è impossibile nè inverisimile. Certo non si può pensare lo stesso della regina Teodelinda principessa di rara pietà, e massimamente trattandosi di un suo fratello. Noti intanto il lettore che dei due figliuoli di Gundoaldo, il secondo ebbe il nome Ariberto. Questi col tempo divenne re de' Longobardi.