DCXIII

Anno diCristo DCXIII. Indizione I.
Bonifazio IV papa 6.
Eraclio imperadore 4.
Agilolfo re 23.

L'anno II dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Seguitò a godersi la pace in Italia mercè della tregua che ogni anno si andava confermando tra i Greci e Longobardi. Fredegario [Idem, ibid., cap. 69.] ci ha conservata una notizia: cioè che i Greci, ossia l'esarco di Ravenna, pagavano ogni anno ai Longobardi un tributo di tre centinaja d'oro. Vuol dire, a mio credere, che per aver la pace da essi doveano ogni anno pagar loro trecento libbre d'oro, le quali si accostavano a quattordicimila e quattrocento doble. In quest'anno a dì 22 di gennaio, per attestato della Cronica Alessandrina [Chronic. Alexandr.] e di Teofane [Theoph. in Chronogr.], Eraclio Augusto dichiarò imperadore e fece coronare Flavio Eraclio Costantino suo figliuolo, nato nell'anno precedente, con plauso universale del senato e popolo. Succedette intanto un'altra gran peripezia ne' regni dei Franchi. Pareva ormai giunto all'auge della felicità Teoderico re della Borgogna per l'accrescimento di tanti stati; l'avola sua, cioè la regina Brunechilde, mirava con trionfo annichilato l'odiato nipote Teodeberto, ed esaltato l'altro amato nipote Teoderico, sul cui animo ella aveva un forte ascendente e si arrogava un'esorbitante autorità. Ma altri erano i giudizii di Dio, il quale lascia talvolta innalzare al sommo i peccatori, e nel più bello della lor prosperità gli abissa. Così avvenne a questi due principi, rei nel tribunale di Dio, e in faccia ancora del mondo, di enormi misfatti. S'era messo in pensiero il suddetto re Teoderico d'ingoiare nella stessa maniera Clotario II re della Neustria, suo stretto parente; e già mossosi con una formidabile armata, era alla vigilia di divenir padrone anche del resto di quegli stati, perchè Clotario non avea forze da resistergli: quando colto da una dissenteria, come vuol Fredegario [Fredeg., in Chron., cap. 39.], oppure da altro malore, come vuol Giona nella vita di san Colombano [Jonas, in Vit. S. Columbani, lib. 2.], diede fine alla sua vita e ai suoi eccessi in età di ventisei anni. Le conseguenze di questo inaspettato colpo disciolsero l'armata di lui; Clotario si avanzò colla sua; e gli passò così ben la faccenda, che senza spargere sangue s'impadronì di tutta l'Austrasia e della Borgogna; ebbe in mano tre de' figliuoli di Teoderico, e due d'essi fece morire. La regina Brunechilde in sì brutto frangente anche essa tradita, cadde in potere del re Clotario, il quale la rimproverò d'aver data la morte a dieci tra nipoti e principi della casa reale. Fu essa per tre giorni straziata con varii tormenti, poi sopra un cammello esposta ai dileggi di tutto lo esercito; e finalmente per le chiome, per un piede e una mano venne legata alla coda di un ferocissimo cavallo, il quale correndo la mise in brani: esempio terribile dell'iniquità ben pagata anche nel mondo presente. In tal maniera andò ad unirsi nel solo Clotario II tutta la monarchia franzese divisa negli anni addietro in tre parti. Quetati sì strepitosi rumuri, il medesimo re, siccome quegli che professava una singolar venerazione a san Colombano, e specialmente dopo essersi adempiuto quanto gli aveva predetto questo servo del Signore, spedì in Italia Eustasio abbate di Luxevils colla commissione di farlo tornare in Francia. Ma il santo abbate se ne scusò, nè volle rimuoversi da Bobbio. Probabilmente appartiene a quest'anno una lettera da lui scritta a Bonifazio IV papa, e pubblicata da Patricio flamingo, e poi inserita nella Biblioteca de' Padri. Durava tuttavia in Milano, nella Venezia e in altri luoghi lo scisma fra i Cattolici, accettando i più d'essi il concilio quinto generale, ed altri rigettandolo. E perciocchè premeva forte allo stesso re Agilolfo che si togliesse questa discordia, per ordine suo san Colombano colla suddetta lettera fece ricorso al papa. In essa fra le altre cose ei dice: A rege cogor, ut singillatim suggeram tuis piis auribus sui negotium doloris. Dolor namque suus est schisma populi pro regina, pro filio, forte et pro se ipso fertur enim dixisse: si certum sciret, ei ipse crederet. Da queste parole han voluto inferire alcuni, che il re Agilolfo fosse tuttavia o pagano o ariano: ma insussistente è l'illazione. Aveva egli già abbracciato il Cattolicismo; ma era tuttavia fluttuante intorno al credere conforme alla dottrina cattolica il concilio quinto generale. Poichè per conto della regina Teodelinda, sappiam di certo per lettere di san Gregorio papa, ch'essa non sapeva indursi ad abbracciar quel concilio; ed avrebbe potuto insinuar queste massime al figlio Adoloaldo. Però non son da tirare le parole del re Agilolfo alle discordie troppo essenziali che vertevano tra i Cattolici e gli ariani, ma sì bene alla discordia nata fra i Cattolici per cagione del quinto concilio, di cui parla la lettera di san Colombano, e nata per ignoranza di chi non intendeva, o per arroganza di chi non voleva intendere la retta intenzione e dottrina d'esso concilio quinto. Anzi di qui si può chiaramente ricavare, che il re Agilolfo era entrato nella Chiesa cattolica, e faceva conoscere il suo zelo per l'unità e quiete della medesima: pensiero che non si sarebbe mai preso, se pagano o ariano ei fosse allora stato.


DCXIV

Anno diCristo DCXIV. Indizione II.
Bonifazio IV papa 7
Eraclio imperadore 5.
Agilolfo re 24.

L'anno III dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Funestissimo riuscì quest'anno alla repubblica cristiana, perciocchè, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e dalla Cronica Alessandrina [Chron. Alex.], i Persiani non trovando argine alcuno alla lor potenza, dopo aver sottomesso Damasco e molt'altre città dell'Oriente, entrati nella Palestina, presero in pochi giorni la santa città di Gerusalemme. Non lasciarono indietro i furibondi Barbari crudeltà veruna in tal congiuntura. Uccisero migliaia di cherici monaci, sacre vergini ed altre persone; diedero alle fiamme il sepolcro del Signore ed infinite case; smantellarono tutti i più nobili templi d'essa città, ed esportarono il vero legno della santa Croce, con tutti gl'innumerabili sacri vasi di quelle chiese. Zaccheria patriarca di quella città con altre migliaja di quel popolo fu condotto schiavo in Persia. Questa disgrazia trasse le lagrime dagli occhi di tutti i buoni Cristiani. Quei che poterono scampare da sì furiosa tempesta, si ricoverarono ad Alessandria di Egitto, dove trovarono il padre de' poveri, cioè il celebre s. Giovanni limosiniere, patriarca di quella città, che tutti raccolse e sostentò come suoi figliuoli [Leontius, in Vit. S. Joann. Elemosynarii.]. Nè contento di ciò il mirabil servo del Signore, inviò persona con oro, viveri e vesti in aiuto dei rimasti prigionieri, e per riscattare chiunque si potesse. Mandò ancora due vescovi con assai danaro incontro a quei che venivano liberati dalla schiavitù. Antioco monaco della Palestina, che fiorì in tempi sì calamitosi, e di cui abbiamo cento trenta omilie, deplorò con varie lamentazioni in più d'un luogo questa lagrimevol tragedia del Cristianesimo. Sappiam inoltre da Teofane e da Cedreno [Cedren. in Annal.] che concorse anche l'odio de' giudei ad accrescerla, con aver costoro comperati quanti cristiani schiavi poterono, i quali barbaramente poi furono da essi levati di vita. Correa voce che ne avessero uccisi circa novantamila. Per questa calamità non lasciò Eraclio imperadore [Niceph. Constantinopolit., in Chr., pag. 10.] di passare alle seconde nozze, con prendere per moglie Martina, figliuola di Maria sua sorella e di Martino; il che cagionò scandalo nel popolo, trattandosi di una sì stretta parentela; e Sergio patriarca detestò come incestuoso un sì fatto matrimonio. Ma Eraclio non se ne prese pensiero. Si stenterà anche a credere quell'avversione di Sergio, perchè abbiamo da Teofane che il medesimo patriarca coronò Martina, allorchè Eraclio la dichiarò Augusta.