Diede in quest'anno principio alla guerra di Persia l'imperadore Eraclio. Solennizzato il giorno di pasqua, che cadde nel dì 4 d'aprile, raccomandati ch'ebbe pubblicamente nel seguente lunedì i suoi figliuoli a Sergio patriarca, ai magistrati e al popolo [Theoph. in Chronogr. Nicephorus in Breviar.], e deputato governatore di Costantinopoli Buono ossia Bonoso patrizio, uomo di gran senno e prudenza, andò a trovar l'armata, e si mise in viaggio colla imperadrice Martina, disposto d'andare a cercare i Persiani. Scrisse a Cacano, cioè al re degli Avari, pregandolo di voler essere tutore di Eraclio Costantino Augusto suo figliuolo, e di voler anche spedir gente in soccorso del romano imperio. Credo io ciò fatto per un tiro di politica, piuttosto che per fidanza in questo principe barbaro, che la sperienza avea già fatto conoscere per un volpone ed infedele. Tale si provò ancora di nuovo da lì a qualche tempo. Giunto che fu Eraclio Augusto a Cesarea, andò a trovar Crispo general dell'armi sue (per quanto abbiam da Zonara [Zonar. in Annal.]), il quale essendo, o fingendo d'essere malato, non gli andò incontro, non gli fece segno alcuno d'ossequio, anzi nel ragionamento gli rispose con grande arroganza. Tutto dissimulò il saggio imperadore per allora, e si diede alla rassegna delle milizie ch'erano già in piedi, colle quali unì le nuove condotte da lui dall'Europa. Avvenne che l'imperadrice partorì in questi tempi un figliuolo appellato Eracleona, e l'imperadore per farlo battezzare tornò a Costantinopoli. Vi andò anche il suddetto Crispo, e trovandosi Eraclio nel pieno concistoro, dimandò ai senatori qual pena fosse dovuta a chi sprezzava l'imperadore. Tutti risposero: la morte, e senza speranza di perdono. Allora Eraclio raccontò gl'impropri trattamenti a lui fatti da Crispo, ch'era presente: dopo di che per gastigo il degradò, e gli fece dare la clericale tonsura. Niceforo costantinopolitano mette la nascita di Eracleona nell'anno 626. Ma poco in fine importerà ai lettori l'averla intesa qui, o l'intenderla più tardi. Tornato che fu Eraclio nelle provincie dell'Asia, si diede a ben disciplinar le sue milizie tanto nuove che vecchie. Aveva egli trovate le vecchie impoltronite, senza disciplina, scoraggite, e divise in varii paesi. Tutte le raunò in un luogo, ogni dì facea far loro i militari esercizii, e ben istruirli in ogni sorta di movimenti, di assalti, di offesa e di difesa, e quando e come si avea da alzare il grido guerriero nell'attaccar le zuffe. Poscia ch'ebbe a sufficienza ammaestrate queste truppe, fece loro un'affettuosa allocuzione, col rappresentar gli obbrobrii patiti dai Cristiani, la gloria di combattere per la fede e per la patria, e ch'egli era pronto a sacrificar la sua vita per essi e con essi: e soprattutto pregò vivamente ciascuno di non commettere disordini e di non far cose ingiuste. Dopo di che, pienamente confidato nell'aiuto di Dio, marciò verso l'Armenia, e al primo incontro gli fu da' suoi corridori condotto prigione il comandante d'una banda de' nemici. Entrò coraggiosamente nella Persia, e cominciò a far provare a que' Barbari che non era morto in petto dei Greci il valore. Non si attentando il generale dell'oste nemica, appellato Sarbaro, o Sarbaraza, di venire a battaglia, si ritirò nelle montagne, bastandogli di far delle frequenti scaramucce, nelle quali restavano sempre superiori i Greci, vie più animati, perchè non mancava mai Eraclio Augusto di trovarsi nelle prime schiere, e di combattere dappertutto da prode. La fame costrinse finalmente i Persiani ad un general combattimento. Ordinò l'imperadore ai suoi di fingere la fuga: il che veduto dai nemici, sciolte le loro ordinanze, si misero ad inseguire i fuggitivi. Ma questi voltata faccia, e ben squadronati e serrati, con tal vigore gli assalirono che li misero in rotta. Oltre alla strage di assaissimi, fecero molti prigioni, e diedero il sacco al loro campo, il quale restò tutto in loro potere. Venuto il verno, Eraclio già pieno di gloria si restituì a Costantinopoli, e terminò il primo anno della guerra persiana. Teofane sotto quest'anno scrive che cominciò a contarsi il primo anno di Mamed Amera, capo degli Arabi, ossia de' Saraceni. Sopra che è da notare che in questi tempi nell'Arabia l'empio Maometto (egli è lo stesso che Mamed Amera) disseminava gli errori della sua setta, e trovandosi nell'anno presente nella Mecca, fu forzato a fuggirsene per cagione appunto della sua falsa e scandalosa dottrina, nel dì 16 di luglio. Ora da questo giorno ed anno i Maomettani trassero poi il principio della loro epoca, ossia era, appellata egira, che significa persecuzione; e di questa si servono tuttavia, come i Cristiani dell'era volgare della nascita del Signore. Per testimonianza d'Elmacino, autore antichissimo della Storia saracenica, Maometto nacque nell'anno di Cristo 570, e nell'anno quarantesimo quarto della sua età cominciò a pubblicar le merci sue, che tanto spaccio ebbero di poi in Oriente. Sotto quest'anno ancora, secondo il Pagi, Dagoberto, figliuolo di Clotario II re de' Franchi, fu dichiarato re dell'Austrasia, e gli fu dato per assistente e maggiordomo Pippino duca, uomo di santa vita, da una di cui figliuola discese poi Pippino re di Francia.


DCXXIII

Anno diCristo DCXXIII. Indizione XI.
Bonifazio V papa 5.
Eraclio imperadore 14.
Adaloaldo re 9.

L'anno XII dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Nel dì 10 di marzo del presente anno si mosse di nuovo Eraclio della sua regia, e a gran giornate arrivò in Armenia [Theoph., in Chronogr.], da dove con sue lettere invitò Cosroe alla pace; altrimenti gli minacciava d'entrare ostilmente nella Persia. Se ne rise il fiero tiranno. Allora Eraclio, dopo avere con una magnanima orazione maggiormente incoraggiata l'armata dei fedeli di Gesù Cristo, passò nel paese nemico, con bruciare quante città e castella s'incontravano per cammino. In mezzo alla state trovarono essi un'aria temperata e rugiadosa, che servì loro di ristoro, e parve cosa miracolosa. Erasi portato il re Cosroe con quarantamila bravi combattenti presso la città di Gazaco, ed eccoti Eraclio che a dirittura va per trovarlo. Furono sorprese e messe a fil di spada le guardie avanzate de' Persiani, nè di più vi volle perchè Cosroe si desse alla fuga. S'impadronì Eraclio della città di Gazaco, dove si trovò il tempio del Fuoco, tuttavia adorato da que' Barbari, e il tesoro di Creso già re della Lidia (lo creda chi lo vuol credere), e si scoprì l'impostura de' carboni che que' falsi sacerdoti faceano credere miracolosamente sempre accesi. Da Gazaco si portò l'esercito cristiano alla città di Tebarmaes, ed in essa entrato, consegnò alle fiamme anch'ivi il tempio del Fuoco e tutte le abitazioni. Intanto Cosroe, avendo gli sproni della paura ai fianchi, si andava ritirando e fuggendo, e dietro di luogo in luogo gli marciava il prode imperadore, prendendo e guastando tutto il paese. In questa maniera passò l'anno secondo della guerra di Persia, ed avvicinandosi il verno, fu messo in consulta, dove si avessero a prendere i quartieri. Alcuni proponevano che si svernasse in Albania, provincia vicina al mar Caspio; altri che s'andasse contra di Cosroe. La sacra Scrittura, secondo l'uso osservato da tant'altri in questi tempi, quella fu che decise essendosi trovato in un versetto della medesima, aperta all'improvviso, parole indicanti di fermarsi in Albania. Conduceva seco Eraclio Augusto, oltre ad un gran bottino, ben cinquantamila prigioni persiani. Accortosi egli de' fieri patimenti di quella povera gente, non gli soffrì il cuore di vederli maggiormente penare, e fattili tutti slegare, donò loro la libertà. Le lagrime che accompagnarono l'allegrezza di que' miseri, e i lor voti che un sì buono imperadore liberasse la Persia da Cosroe, peste di tutto il mondo, furono i loro ringraziamenti. Non disconverrà alla storia d'Italia il far qui menzione di un fatto riferito da Fredegario [Fredeg., in Chron., cap. 48.] sotto il presente anno. Erano gli Sclavi, ossia Schiavoni, divenuti molto tempo fa padroni di parte dell'Illirico, cioè della Carintia, Bossina, Schiavonia. Ma aveano de' vicini troppo potenti che li calpestavano, cioè gli Unni, chiamati Avari, padroni della Pannonia e d'altre provincie. Non bastava che gli Sclavi pagassero tributo a Cacano, cioè al re di que' popoli. Venivano ogni anno gl'iniqui Avari a svernare addosso ai poveri Sclavi, si servivano liberamente delle lor mogli e figliuole, e gli opprimevano in altre maniere. Ora accadde che un certo Samone, franco di nazione e mercante, andò a trafficare nel paese degli Sclavi, e trovò che quella gente, non potendo più sofferire gli oltraggi e strapazzi degli Avari, aveano cominciato a ribellarsi agli Avari. Samone s'unì con loro, e col suo senno e valore fu cagione che gli Sclavi guadagnarono una vittoria con grande strage degli Avari. Tal credito s'acquistò egli con ciò, che lo elessero per loro re, e in molte altre battaglie con gli Unni restò superiore. Regnò trentacinque anni, e di dodici mogli schiavone ch'egli ebbe, lasciò ventidue figliuoli maschi e quindici femmine. Non fu avvertito questo fatto da Giovanni Lucido ne' suoi libri del regno della Dalmazia e Croazia.


DCXXIV

Anno diCristo DCXXIV. Indizione XII.
Bonifazio V papa 6.
Eraclio imperadore 15.
Adaloaldo re 10.

L'anno XIII dopo il consolato di Eraclio Augusto.