Mandò in quest'anno il re Cosroe un suo generale appellato Sarablaga, uomo ben provveduto di superbia, nell'Albania, per impedire all'imperadore Eraclio di avanzarsi nella Persia. Ancorchè costui conducesse con esso lui un forte esercito, tuttavia non osò mai affrontarsi coi Greci, contento di andarli ristrignendo, con istarsene sulle montagne, e occupare i siti stretti, per gli quali s'entrava nel dominio persiano. Non istette per questo di marciare l'animoso Augusto verso le nemiche contrade, risoluto di andar a trovare nel cuore del suo paese il re Cosroe; sempre ricordevole de' suoi ambasciatori da lui ritenuti prigioni contro il diritto delle genti, e fatti dipoi levar di vita. Questa spina stava forte in cuore di Eraclio. Venne un altro esercito di Persiani, condotto da Sarbaro ossia Sarbaraza, che si unì con Sarablaga, ed era anche in marcia il terzo sotto il comando di Sae: quando i due primi generali, per gelosia che non fosse attribuita la vittoria all'ultimo, determinarono di dar eglino la battaglia senza di lui, e si accostarono verso la sera col loro campo a quello di Eraclio, per attaccar la zuffa nella mattina seguente. Eraclio, ciò presentito, segretamente continuò tutta la notte il viaggio, e andò a postar la sua armata in un bel piano ricco di foraggi. I Persiani, credendo che Eraclio avesse presa la fuga, gli arrivarono addosso la mattina appresso, senza mettersi in ordinanza. E male per loro, perchè i Cristiani, a guisa di lioni combattendo, ne tagliarono a pezzi assaissimi, e sbandarono gli altri. Ma nel bollore di questa mischia ecco soppraggiugnere Sae coll'esercito suo. Contra di costui si rivolse lo sforzo maggiore de' Cristiani con tal empito, che misero ancor lui in iscompiglio, e presero tutto il suo equipaggio. Non istettero poi molto Sarbaraza e Sae a raccogliere tutte le loro forze disperse e la gente fuggita, con formare un poderoso esercito, risoluti di venir di nuovo alle mani. Eraclio, che si trovava nel cuore del paese nemico, senza fortezze di salvaguardia in occasione di disgrazie, prese il partito di ritirarsi. Gli erano sempre alle spalle i Persiani, e tale fu la stretta, che i Lazii, gli Abasgi ed Iberi suoi collegati abbandonarono lo esercito cristiano, e se n'andarono ai loro paesi. Non si perdette d'animo per questo il coraggioso imperadore, e con bella orazione ravvivò il coraggio nei suoi soldati, con ricordare a tutti che il Dio degli eserciti stava per loro, e che occorrendo conseguirebbono la corona de' martiri e gloria presso i posteri; ma che coll'assistenza di Dio anche i pochi potevano sbaragliare i molti. Ciò fatto, schierò tutta l'armata per attaccar la battaglia; ma questa non si attaccò, e stettero tutto quel dì a guardarsi l'un l'altro i due eserciti. La sera l'imperadore mise in marcia i suoi, e i nemici credendo di poterli prevenire per una scortatoia, andarono ad imbrogliarsi in certe paludi con grave loro pericolo. Giunse finalmente Eraclio nell'Armenia persiana, e quivi si accampò, giacchè era vicino il verno. Prese quartiere anche Sarbaraza in quelle contrade col suo esercito, accresciuto di molto nel cammino; ma buona parte d'essi, avvisandosi che fosse già terminata la campagna, se ne andarono alle lor case. N'ebbe avviso Eraclio, e seppe profittarne. Era allora ben rigido il verno; tuttavia, scelti i più robusti soldati e cavalli dell'armata, e, fattene due squadre, l'una ne mandò innanzi ad assalire i nemici, ed egli in persona tenne dietro coll'altra. Camminarono tutta la notte e verso il far del giorno arrivarono alla terra di Salbano, senza che i Persiani sospettassero punto di aver l'onore di questa visita. Sentita la venuta de' Cristiani, quei Barbari sbalzarono fuor dei letti, ma attorniati dalle spade nemiche, restarono quivi tutti svenati, eccettochè uno, il quale portò la nuova a Sarbaraza, acquartierato nelle vicinanze. Non si curò quel bravo general persiano di vestirsi, ma nudo e scalzo saltato a cavallo, si salvò colla fuga. Sopraggiunsero i Cristiani, che molti di coloro esentarono dal peso della guerra con ucciderli, o farli prigioni. I satrapi persiani, le lor mogli e il fiore della lor nobiltà s'erano ritirati sopra i tetti delle case, e quivi pensavano di difendersi; ma attaccato il fuoco ad esse, parte ne perì nelle fiamme, e parte si arrendè ai vincitori. Toccarono fra l'altre cose all'imperadore Eraclio l'armi di Sarbaraza, cioè lo scudo d'oro, la spada, la lancia, le scarpe e una cintura di oro e di gemme. Tornossene poi il glorioso imperadore al suo campo, finito l'anno terzo della guerra di Persia, e in quelle parti svernò quietamente sino alla primavera ventura.
DCXXV
| Anno di | Cristo DCXXV. Indizione XIII. |
| Onorio I papa 1. | |
| Eraclio imperadore 16. | |
| Arioaldo re 1. |
L'anno XIV dopo il consolato di Eraclio Augusto.
Fin qui Adaloaldo pacificamente avea governato il regno de' Longobardi coll'assistenza di sua madre la regina Teodelinda, quando questa savia e piissima principessa (impropriamente eletta da Giovanni Boccaccio per suggetto d'una delle sue novelle) terminò i suoi giorni. L'anno preciso di sua morte non si sa, troppo essendo digiuna e mancante la storia d'Italia, e infin quella di Paolo Diacono, in questi tempi. Ma probabilmente prima delle disgrazie di suo figliuolo ella passò da questo ad un miglior mondo. Galvano Fiamma [Gualeaneus Flamma, in Manipulo Floram, tom. 11 Rer. Ital.] scrive che a' suoi tempi nell'anno 1310 fu ritrovato in Monza il corpo d'essa regina Teodelinda, e riposto in un'arca di marmo. Di ciò non parla il Morigia nella sua storia di Monza. Solamente dice ch'essa ivi ebbe la sepoltura. Ossia che il re Adaloaldo, privo dei buoni consigli della madre, cominciasse ad operar cose dispiacenti alla nazion longobarda, oppure che si formasse qualche congiura contro di lui, per la quale egli infierisse contra chi cercava la di lui rovina: certo è, per attestato del suddetto Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 43.], che dopo aver regnato dieci anni colla madre gli diede volta il cervello, ed impazzì: per la qual cagione fu cacciato dal regno, e sostituto in suo luogo Arioaldo marito di Gundeberga sorella d'esso Adaloaldo. In quest'anno terminò dunque il decimo del suo regno; e però qui convien parlare della sua caduta. Altro che le suddette brevi parole non lasciò scritto di lui lo storico longobardo, perchè di più non ne seppe. Ascoltiamo ora Fredegario che circa l'anno 740 scriveva le storie de' Franchi nel secondo stesso, in cui fiorì anche Paolo Diacono. Racconta egli [Fredegar., in Chronic., cap. 49.] all'anno 623 che Adaloaldo re figliuolo di Agone (cioè di Agilolfo), essendo succeduto a suo padre, accolse benignamente un ambasciatore mandatogli da Maurizio imperadore per nome Eusebio. S'inganna il buon istorico, perchè Adaloaldo non regnò a' tempi di Maurizio, ma sì bene di Eraclio imperadore. Aggiugne, essere corsa voce che Adaloaldo fosse stato unto da questo Eusebio con certi unguenti, per virtù de' quali da lì innanzi non facea se non quel che Eusebio volea. Fu dunque consigliato dal Greco di uccidere prima tutti i grandi del regno longobardico, e poi di sottomettersi all'imperador Maurizio: vuol dire all'imperador Eraclio. In fatti ne uccise dodici senza lor colpa: il che veduto dagli altri, per timore di simile trattamento, tutti si accordarono ad eleggere per re loro Coroaldo (da Paolo Diacono è chiamato Arioaldo, ed è lo stesso che Arialdo) duca di Torino, il quale avea per moglie Gundeberga sorella d'esso Adaloaldo e figliuola del re Agilolfo e di Teodelinda. Adaloaldo (seguita a dir Fredegario) avvelenato morì, e Caroaldo prese lo scettro del regno. Quel racconto degli unguenti, e del loro effetto, e del voler sottomettere il regno all'imperadore, ha tutti i requisiti delle dicerie e fole popolari. Contuttociò può essere che qualche cosa di vero sia mischiato con questo falso, accordandosi in qualche guisa col dirsi da Paolo Diacono che Adaloaldo impazzì. Tuttavia si può temere che neppure uno di questi due storici fosse abbastanza informato dei motivi per cui Adaloaldo cadesse dal trono. E qui convien osservare che, secondo i conti del p. Pagi in quest'anno fu chiamato da Dio a miglior vita papa Bonifazio V. Vuole esso Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che seguisse la di lui morte nel dì 22 d'ottobre, e che Onorio I papa suo successore fosse da lì a cinque giorni consecrato, immaginando che l'esarco di Ravenna si trovasse in questi giorni in Roma, ed avesse facoltà di approvar la elezione del novello papa, senza aspettar la confermazione dello stesso imperadore. S'è disputato intorno al tempo della morte del primo di questi pontefici, e della consecrazione dell'altro; ed appresso il suddetto padre Pagi si vede ben trattata la materia.
A buon conto abbiamo una lettera di Onorio I papa, successore di Bonifazio V, ai vescovi dell'Epiro, data idibus decembris Indictione XIV, e per conseguenza in quest'anno, nel cui settembre cominciò a correre l'indizione quattordicesima. Sicchè si vede eletto e consecrato nell'anno presente Onorio I. Ora, secondo tutte le apparenze, a questo medesimo anno ancora appartiene una altra lettera scritta dallo stesso papa ad Isacco patrizio, esarco di Ravenna, in cui si leggono queste parole: Delatum est ad nos, episcopos transpadanos Petro Pauli filio suadere conatos esse, ut Adalualdum regem desereret, Ariovaldoque tyranno se applicaret. Quamobrem quia Petrus pravis eorum consiliis respuit obedire, et sacramenta regi Agoni (cioè ad Agilolfo) re Adalualdi patri praestita sancte cupit servare: et quia hoc Deo et hominibus est ingratum, ut qui tale facinus vindicare debent, eorum ipsi suasores existant: rogamus vos, ut postquam Adalualdum divino in regnum, ut speramus, auxilio reduxeritis, praedictos episcopos Romam mittere velitis, ne scelus hujusmodi impunitum relinquamus. Un parlare sì fatto di un pontefice romano ci fa intendere che Adaloaldo più non regnava, ma che non dovette essere giustamente deposto, e forse ch'egli non era impazzito; o se pur tale, se gli doveano dar curatori, ma non già levargli la corona. Intanto noi troviamo Arioaldo considerato dal papa come usurpatore del regno e tiranno. Noi vedemmo che Gundoaldo, padre d'esso Arioaldo, era stato ucciso per ordine del re Agilolfo. Probabilmente contra del di lui figliuolo si volle vendicare Arioaldo. A me si fa credibile che concorresse ancora a guadagnar le premure d'esso pontefice in favore di Adaloaldo, l'esser egli cattolico di religione: laddove Arioaldo, che gli tolse la corona, era di professione ariano. Mi vien anche da sospettare che non influisse poco ad eccitar quella congiura contra di Adaloaldo la stessa differenza di religione, perchè i più dei Longobardi seguitavano tuttavia gli errori d'Ario, e di mal occhio miravano un re che dalla madre avea bevuto il latte della dottrina cattolica. Finalmente, dalla suddetta lettera impariamo che Isacco esarco di Ravenna era in lega col re Adaloaldo decaduto dal regno, e dovette fors'anche prendere le armi per rimetterle sul trono. Ma non apparisce che Adaloaldo risorgesse, e si può credere che il veleno a lui dato terminasse in fine la lite del regno, ed Isacco si ritirasse a Ravenna con riconoscere per re l'usurpatore Arioaldo, e con rinnovar la pace stabilita dai suoi successori. Leggendosi due diplomi d'esso re Adaloaldo in favore del monistero di Bobbio presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.], io li tengo per fattura de' secoli posteriori, e non già autentiche scritture. L'Ughelli ce li fa vedere con una data, e il Margarino [Margarin., Bullar. Casinens., tom. 2.] con un'altra al tutto diversa e spropositata. L'un d'essi si fa conceduto ad Attala abate, e vi è comandato che nullus ex judicibus, comitibus, gastaldis, ec, debba inquietare quel sacro luogo. Ora presso i re Longobardi lo stesso era giudice che conte. Però in vece di judicibus dovrebb'essere scritto ducibus. L'uno di essi si dice dato Ticini, e l'altro Papiae. Nell'uno è detto Adiualdus, nell'altro Adiuvald. Il padre Pagi, che fidatosi di questi privilegii, ha immaginato che il re Adaloaldo seguitasse a regnare in non so qual parte del regno, mentre Arioaldo regnava in Pavia, è privo di valevoli prove di un tal fatto, ed ha poi contra di sè l'autorità di Paolo Diacono e di Fredegario. Sicchè a me sia lecito di metter qui il fine di Adaloaldo, e di cominciare a contar qui l'anno primo di Arioaldo re de' Longobardi, appellato Carioaldo da esso Fredegario, e di credere che il Pagi s'inganni allorchè crede che Adaloaldo seguitasse a regnare e ripigliasse Pavia. Di sì strepitosi successi è difficile che non fosse rimasta qualche memoria presso gli storici suddetti. Io maggiormente non mi vo' stendere ad esaminar la tela che credo qui mal ordita dal Pagi, il quale troppo si fida di Sigeberto, ossia de' suoi copisti.
In quest'anno quarto della guerra di Persia l'imperadore Eraclio prese la risoluzione di passar colle sue armi nella Siria, che noi appelliamo Soria [Theoph., in Chronogr.]. Valicò con grande fatica il monte Tauro, carico di nevi, e quindi il fiume Tigri, con arrivare alle città di Martiropoli e di Amida, dove si riposò. Di là portossi alle città di Germanicia e di Adana, e al fiume Saro, dove occupò, o fece un ponte munito di torri. Nella opposta riva stava il campo persiano, comandato dal generale Sarbaro, ossia Sarbaraza. Seguirono varii incontri fra i Greci e i Persiani, per lo più vantaggiosi ai primi. Eraclio era sempre alla testa di tutti, combattendo con gran valore; e un dì venuti i Persiani ad assalire il ponte, egli con un colpo di lancia, oppur con un fendente di spada rovesciò nel fiume un Persiano di figura gigantesca: il che veduto dagli altri, loro fece prender la fuga, ma con restarne molti uccisi, o affogati nel fiume. Passati di là del ponte i Cristiani, continuarono la pugna, in cui l'imperadore diede altri saggi di sua bravura, non senza maraviglia di Sarbaro, che stava ammirarlo da lungi nè si attentava a far fronte. La notte diede fine al combattimento. Venuto poi il verno, si ritirò l'esercito cristiano alla città di Sebastia nel Ponto, e quivi acquartierato si rimise dalle sofferte fatiche. Ma Cosroe re della Persia arrabbiato per vedersi di assalitore divenuto assalito, scaricò il suo furore contro tutte le chiese de' Cristiani, che si trovavano sotto il suo dominio, con ispogliarle di tutti i sacri vasi ed arredi; e, per far maggior dispetto all'imperadore, forzò i Cristiani suoi sudditi ad abbracciare la setta di Nestorio. Così abbiamo da Teofane, unico scrittore di questi fatti. Altro non fece lo storico Cedreno ne' suoi Annali che copiar le parole di esso Teofane. Degno ancora di annotazione si è, che fino a questi tempi l'imperio romano avea ritenuto in suo potere alcune città probabilmente marittime della Spagna, alle quali davan soccorso, occorrendo, i governatori dell'Africa, giacchè questi comandavano anche alla Sardegna e a Maiorica e Minorica. Ma Suintila re dei Visigoti, che regnava in Ispagna in questi tempi, aggiunse colla forza dell'armi quelle città al suo dominio: con che venne ad essere il primo fra' Goti monarca di tutta la Spagna, con istendere la sua signoria anche per la Gallia Narbonense, ossia nella Linguadoca. Santo Isidoro arcivescovo celebre di Siviglia [Isidor., in Chron.], che fioriva in questi tempi, e terminò nel presente anno la sua Cronica dei Goti, ci dipinge il re Suintila come principe pien di valore e padre de' poveri. Ma non così col tempo fu creduto da altri. Probabilmente a quest'anno si dee riferire ciò che lasciò scritto Giona monaco di Bobbio, autore contemporaneo [Jonas in Vit. S. Bertulfi Saecul. Benedictin. Mabillon.]: cioè che Attala abate di quel monistero, avendo inviato a Pavia Blidolfo prete, questi s'incontrò in Arioaldo duca longobardo di credenza ariana, che dopo la morte di Adaloaldo diventò re de' Longobardi. Appena ebbe Arioaldo veduto Blidolfo, che disse a' suoi: Ecco uno de' monaci di Colombano, che non si degnano di renderci il saluto. E fu egli il primo a salutarlo. Allora Blidolfo gli rispose, che avrebbe anch'egli a lui augurata la salute, se esso Arioaldo non avesse tenuto dei falsi sentimenti in materia di fede. Irritato da ciò l'ariano principe, diede ordine che segretamente quel monaco fosse ben bene bastonato. L'ordine fu eseguito; e il povero monaco restò come morto sotto il peso di quelle bastonate; ma da lì a poco si riebbe prodigiosamente, e se ne tornò al monistero sano e salvo.