Morì in quest'anno nel mese di marzo Attala abate di Bobbio, ed ebbe per successore nel governo di quel monistero Bertolfo abate, di cui abbiam la vita scritta da Giona monaco contemporaneo [Jonas in Vita S. Bertulfi apud Mabill. in Saecul. Bened.]. Cominciò subito il vescovo di Tortona ad inquietare il nuovo abate con pretendere che il monistero di Bobbio fosse soggetto alla di lui autorità e giurisdizione. S'ingegnò ancora di avere per favorevoli alla sua pretensione i vescovi confinanti, e di guadagnare il re de' Longobardi. Regnava in quel tempo (dice Giona) Ariovaldo longobardo, il quale, siccome egli stesso aggiugne più sotto, fu re de' Longobardi dopo la morte di Adoloaldo, ed era genero del re Agilolfo, perchè marito di Gundeberga, e cognato d'esso re Adaloaldo; parole, che qualora fosse certo che in questo anno succedesse la controversia suddetta, farebbono conoscere già morto il re Adaloaldo, e non già tuttavia vivente, come vedemmo preteso dal Pagi. Altra risposta non diede il re Arioaldo al vescovo di Tortona, se non che toccava ai giudici ecclesiastici il decidere se i monisteri lontani dalle città avessero da essere sottoposti al dominio de' vescovi. Segretamente avvertito di questi movimenti l'abate Bertolfo, inviò i suoi messi al re per iscoprire che intenzione egli avesse. Rispose saviamente il re Arioaldo, che non apparteneva a lui il giudicare nelle controversie de' sacerdoti, ma sì bene ai sacri giudici e concilii; e ch'egli non favorirà più l'una che l'altra parte. Così un re longobardo e di setta ariana. Il cardinal Baronio non potè di meno di non esaltare in lui questa lodevol moderazione. Chiesero pertanto i monaci licenza di poter ricorrere alla sede apostolica, e fu loro accordata dal re. A questo fine si portò a Roma Bertolfo, conducendo seco lo stesso Giona scrittore di questo avvenimento. Onorio papa, uomo dotato di una rara dolcezza ed umiltà, accolse benignamente Bertolfo, e gli concedette un privilegio di esenzione da qualsivoglia vescovo. Leggesi presso l'Ughelli [Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Episc. Bob.] questo privilegio, ma senza saper io dire se sia o non sia documento sicuro, perchè esso è indrizzato fratri Bertulfo abbati: il che non conviene al rituale di un papa, che dovea dire filio, e non già fratri. Per altro le note cronologiche, se fossero più esatte, militerebbono forte in favor d'esso, perchè vi si legge: Datum III id. jan. imper. dominis piissimis Augg. Eraclio anno VIII (dee essere XVIII) post consulatum ejus anno XVIII (dovrebbe essere XVI) atque Eraclio Constantino novo ipsius filio anno XVI, Indictione prima. L'anno di Eraclio Costantino dovrebbe essere il XV, purchè in vece di jan. non fosse scritto jun.

Parte delle imprese di Eraclio imperadore, che di sopra abbiam rapportato dalla Storia saracenica di Elmacino, pare che appartenga all'anno presente. Seguita dipoi a scrivere il medesimo storico [Elmacin., lib. 1. pag. 14.] che l'armata di Eraclio Augusto arrivò nella provincia Aderdigiana, ed ebbe ordine di fermarsi quivi, finchè lo imperadore vi arrivasse anch'egli. E che dopo aver soggiogata l'Armenia, esso Augusto si trasferì a Ninive, e s'accampò alla porta maggiore. Venne dipoi Zurabare general di Cosroe con una potente armata, e seguì fra esso e l'esercito cristiano un'ostinata battaglia, in cui furono sconfitti i Persiani colla morte di più di cinquecentomila d'essi. L'Erpenio, che tradusse dall'arabico la storia di Elmacino, si può credere che prendesse un granchio, scambiando ancor qui i numeri, certo essendo che in vece di cinquecentomila si ha qui da scrivere un altro numero, e verisimilmente cinquantamila morti, numero anche esso, come ognun vede, assai, e forse troppo grande. Ma tempo è di ripigliar qui il racconto di Teofane [Theoph., in Chronogr. Cedren. in Annal.] che si è rimesso sul buon cammino. Ci fa egli dunque sapere che Eraclio Augusto improvvisamente nel settembre si spinse addosso alla Persia, e mise in grande agitazion d'animo Cosroe. Quand'eccoti che i Turchi ausiliarii, veggendo vicino il verno nè volendo guerreggiar in quel tempo disgustati ancora per le continue scorrerie de' Persiani, cominciarono a sfumare, e tutti in fine si ridussero al loro paese. Or vatti a fidare di gente barbara. Eraclio allora rivolto ai suoi, disse; Osservate che non abbiam se non Dio, e quella che soprannaturalmente il concepì, che sieno in nostro aiuto, acciocchè più visibilmente apparisca che solo da Dio han da venire le nostre vittorie. Quindi per far vedere che non era figliuolo della paura, comandò che l'esercito marciasse, e più che mai continuò ad internarsi nella Persia. Aveva Cosroe fatto il maggiore suo forzo per mettere insieme un'armata poderosissima, di cui diede il comando a Razate, bravo generale e sperimentato negli affari della guerra. Costui cominciò a seguitare alla coda l'esercito cristiano, il quale finalmente arrivò alla città di Ninive presso il fiume Tigri, come notò di sopra anche Elmacino. Quivi dunque sul principio di dicembre furono a fronte le due armate nemiche, e nel dì 12 d'esso mese vennero ad una generale battaglia. Niceforo [Nicephor., in Breviar.] è quel che racconta che Razate general de' Persiani, dappoichè ebbe messo in ordinanza tutte le sue schiere, si fece innanzi solo, e sfidò l'imperadore a duello. Veggendo Eraclio che niuno de' suoi si moveva, andò egli ad affrontarlo, e il rovesciò morto a terra. Fredegario [Fredegarius, in Chron., cap. 64.] aggiugne che il combattimento era concertato fra Eraclio e Cosroe, ma che Cosroe proditoriamente mandò in sua vece il più bravo dei suoi, che restò poi estinto sul campo. Tempi di guerra tempi di bugie. Teofane racconta più acconciamente il fatto con dire che Eraclio postosi alla testa de' suoi s'incontrò nel generale persiano, cioè in Razate, e l'atterrò. Nè sussiste che Teofane dica dipoi che Razate scampò dal pericolo della battaglia, come s'ha nella versione latina nel primo tomo della Bizantina. Teofane ciò dice del popolo di Razate, e non già di Razate medesimo. Si fece dunque la strepitosa giornata campale, che durò dall'aurora sino all'ora undecima. La peggio toccò ai Persiani, che non furono già sbaragliati, ma bensì astretti a ritirarsi, con lasciare ventotto bandiere in mano de' Cristiani. La cavalleria persiana si fermò un pezzo della notte vicino al campo della battaglia, ma temendo un nuovo assalto, prima di giorno diede indietro, e fatto bagaglio, paurosamente andò a salvarsi nella montagna. Allora i Cristiani spogliarono i morti, e fecero buon bottino. Impadronissi dipoi l'imperadore Eraclio di Ninive, e spedito innanzi un distaccamento perchè prendesse i ponti del fiume Zaba, o Saba, volonteroso più che mai di andare a dirittura a trovar Cosroe nel cuor de' suoi stati, per astrignerlo a richiamar Sarbaro dall'assedio di Calcedone, che tuttavia durava, fece marciare l'esercito a quella volta. Nel dì 23 di dicembre passò quel fiume, e diede riposo nel luogo di Gesdem, dov'era un palazzo dei re di Persia. Quivi celebrò la festa del santo Natale, dopo di che continuò la marcia; trovò e distrusse altri palazzi dei re persiani, ne' quali trovò serragli di struzzoli ingrassati, capre selvatiche, e cignali in gran quantità, che furono compartiti per l'armata. Ma questo fu un nulla rispetto alla sterminata copia di pecore, di porci e buoi, che trovarono in quella contrada, coi quali il cristiano esercito terminò con gran festa ed allegria quest'anno sesto della guerra di Persia.


DCXXVIII

Anno diCristo DCXXVIII. Indizione I.
Onorio I papa 4.
Eraclio imperadore 19.
Arioaldo re 4.

L'anno XVII dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Si aprì l'anno presente felicissimo e glorioso per la Cristianità, perchè l'ultimo della guerra coi Persiani. Teofane [Theoph., in Chronogr.] minutamente racconta i progressi dell'armata di Eraclio Augusto, che proseguendo il cammino, arrivò al palazzo di Bebdarch, e lo distrusse col suo tempio. Cosroe, che non era molto lungi nel palazzo regale di Dastagerd, frettolosamente se ne fuggì alla città di Ctesifonte, dove per ventiquattro anni mai non era comparso per una predizione a lui fatta, che in quella città egli dovea perire. Giunto il felice esercito cristiano ai palazzi di Dastagerd, quivi trovò trecento bandiere prese ai Cristiani dall'armata persiana, allorchè tutto andava a seconda dei loro desiderii. Inoltre vi trovò un'immensa copia di aromati, di sete, di tappeti ricamati, di argenti, di vesti, siccome ancora di cignali, pavoni e fagiani, e un serraglio ancora di leoni e di tigri d'inusitata grandezza. Erano le fabbriche di que' palazzi di mirabile struttura e vaghezza; ma Eraclio dopo aver ivi, nel giorno santo dell'Epifania, rinfrescato l'esercito, in vendetta di tanti danni inferiti da' Persiani alle città dell'impero tutto fece smantellare e dare alle fiamme. Intanto Cosroe scappò a Seleucia, e in essa città ripose il suo tesoro. E perciocchè gli fu fatto credere che Sarbaro, ossia Sarbaraza suo generale, se l'intendesse coi Greci, nè perciò volesse prendere l'assediata città di Calcedone, e che anzi sparlasse del medesimo re suo padrone, scrisse una lettera a Cardarega, collega del medesimo generale, ordinandogli di ammazzarlo, e levato poi l'assedio, di venire in soccorso della Persia afflitta. Per buona ventura restò preso nella Galazia il portator della lettera, e menato a Costantinopoli davanti ad Eraclio Costantino Augusto, figliuolo dell'imperadore. Scoperto questo affare, il giovane Augusto fece a sè chiamare Sarbaro, nè più vi volle perch'egli si pacificasse coi Cristiani. E fatta poi una nuova lettera, a cui fu destramente applicato il sigillo regale, e in cui veniva ordinato da Cosroe la morte di quattrocento dei più cospicui uffiziali di quell'armata persiana, Sarbaro nel consiglio de' suoi la lesse a Cardarega, chiedendogli se gli bastava l'animo di ubbidire al re. Allora tutti que' satrapi s'alzarono caricando di villanie Cosroe; e dopo averlo proclamato decaduto dal trono, fecero pace col giovane imperadore, e se ne andarono alle lor case pieni di veleno contra di Cosroe. Questo è il fatto raccontato di sopra all'anno 626 da Elmacino.

In questo mentre l'imperadore Eraclio spedì una lettera ad esso Cosroe, invitandolo a far pace. Il superbo tiranno non ne volle far altro: cosa che gli tirò addosso l'odio de' suoi. Contuttociò il re barbaro attese a metter insieme un esercito, con dar l'armi anche ai più vili mozzi di stalla, comandando che si portassero al fiume Arba, e ne levassero i ponti. Eraclio giunto a quel fiume, nè trovando maniera di passarlo, andò per tutto il mese di febbraio scorrendo per le città e provincie persiane di qua da esso fiume. Nel mese di marzo arrivò alla città di Barsa, e diede quivi riposo all'armata per sette giorni. Colà furono a trovarlo alcuni mandati da Siroe figliuolo primogenito di Cosroe, per fargli sapere che avendo voluto suo padre infermo dichiarar re, successore ed erede suo Merdasamo fratello minore d'esso Siroe, egli era risoluto di voler sostenere coll'armi la sua ragione, ed opporsi al padre, e che già aveva dalla sua il generale dell'esercito paterno per nome Gundabusa, e due figliuoli di Sarbaro, ossia Sarbaraza. L'imperadore rispedì i messi a Siroe, consigliando che aprisse tutte le prigioni, e desse l'armi a tutti i Cristiani in esse detenuti. Elmacino [Elmac., Hist. Saracen., lib. 1, pag. 14.] pretende che Siroe fosse dianzi prigione anch'egli, e che rimesso in libertà dai satrapi, impugnasse l'armi contro del padre. Ora Cosroe, intesi i moti di Siroe, prese la fuga, ma colto per istrada e cinto di catene, fu imprigionato nel luogo stesso, dove teneva il suo tesoro; tesoro ragunato colla rovina di tanti suoi sudditi, e poi di tante provincie cristiane. Siroe sugli occhi suoi fece svenare Merdasamo destinato erede del regno, e tutti gli altri figliuoli di esso re Cosroe, a riserva di un suo nipote appellato Jasdegirde, che fu re della Persia da lì a pochi anni. Finalmente Siroe liberò la terra anche dal peso dello stesso re esecrando, che tanti mali avea cagionati in sua vita, e spezialmente fu detestabile per l'ingratitudine sua verso gl'imperadori cristiani coll'aiuto de' quali nell'anno 591 era salito sul trono di Persia. Seppe dipoi Eraclio con suo gran dispiacere da Siroe, che degli ambasciatori mandati a Cosroe, uno d'essi, cioè Leonzio, era mancato di morte naturale, e gli altri due erano stati uccisi dal barbaro re, allorchè Eraclio entrò nella Persia. Leggesi distesamente [Chron. Alex.] nella Cronica Alessandrina la lettera scritta dallo stesso Eraclio imperadore a Costantinopoli, contenente la relazione della morte di Cosroe, l'esaltazione al trono di Siroe, e la spedizione degli ambasciatori ad Eraclio per far la pace, la quale gli fu accordata, con patto che restituisse tutto quanto suo padre avea tolto all'imperio romano. E questo glorioso fine ebbe la guerra persiana con lode immortale di Eraclio imperadore, che racquistò poi, siccome diremo, la Croce santa, e somministrò a Francesco Bracciolini un nobile argomento per tessere il suo poema italiano della Croce racquistata. Finì in quest'anno di vivere Clotario II, già divenuto signore di tutta la monarchia francese, e gli succedette Dagoberto suo figliuolo, già dichiarato re dell'Austrasia, il quale durò fatica ad assegnare un boccone del regno a Cariberto suo fratello, e tornò anche a ricuperarlo da lì a tre anni per la morte del medesimo suo fratello.


DCXXIX