Anno diCristo DCXXIX. Indizione II.
Onorio I papa 5.
Eraclio imperadore 20.
Arioaldo re 5.

L'anno XVIII dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Gran confusione si trova nella storia greca di questi tempi, discordando non poco fra loro Teofane e Niceforo. Esporrò ciò che a me par più verisimile. Spese Eraclio Augusto il resto dell'anno precedente, e parte ancora del presente in dar sesto alle provincie d'Oriente, in ricuperar l'Egitto, la Palestina ed altri paesi già occupati dai Persiani, e in procurar che le guarnigioni nemiche fossero condotte con tutta quiete e sicurezza al loro paese: al che deputò Teodoro suo fratello. Una delle maggiori sue premure quella fu di riaver dalle mani de' Persiani la vera Croce del Signore. Questa la riportò egli seco a Costantinopoli, dove in quest'anno egli fece la sua solenne entrata, essendogli uscito incontro fuori della città il patriarca, il clero, e quasi tutto il popolo, con incredibil festa ed acclamazioni, portando rami d'ulivo e fiaccole accese, e la maggior parte lasciando cader lagrime di allegrezza in veder ritornare sano e salvo il loro principe con tanta gloria e sì gran bene fatto al romano imperio. Ma neppur lo stesso imperadore potè frenar le lagrime al vedere tanto affetto del suo popolo, e apparirgli Eraclio Costantino Augusto che se gl'inginocchiò davanti, e s'abbracciarono amendue piangendo. Fra gl'inni, i canti e i viva entrò il felicissimo imperadore nella città, in un carro condotto da quattro elefanti. Si fecero dipoi varie solennità e spettacoli d'allegrezza; di molto danaro ancora fu sparso al popolo; ed Eraclio ne fece pagare una buona somma alle chiese, dalle quali avea preso i sacri vasi, per valersene ne' bisogni della guerra. Secondochè si ha da Fredegario [Fredegar., in Chronic., cap. 65.], Dagoberto re dei Franchi mandò i suoi ambasciatori ad Eraclio, per congratularsi delle riportate vittorie, e confermar la pace con lui. Non è ben chiaro se in quest'anno esso imperadore riportasse a Gerusalemme la vera Croce ricuperata dalle mani dei Persiani. Teofane [Theoph., in Chronogr.] racconta questo fatto all'anno seguente, e così Cedreno [Cedren., in Annal.]. All'incontro Niceforo [Niceph., in Brev.] scrive ch'egli andò prima a Gerusalemme, ed ivi fece vedere quel sacro legno, e poi lo portò seco a Costantinopoli, dove nella cattedrale fu esposto, e ciò avvenne sotto l'Indizione II, corrente per tutto l'agosto di quest'anno. Ma Zonara [Zonar., in Annal.] vuole che Eraclio nel precedente anno se ne tornasse a Costantinopoli, e non già nel presente: tanto van d'accordo fra loro i greci autori. Comunque sia, sappiam di certo che l'Augusto Eraclio andò a Gerusalemme, seco portando il venerato legno della santa Croce, e in quella sacra basilica lo ripose, ma senza che gli storici suddetti parlino di certo miracolo che si dice succeduto in quell'occasione. Comunemente si crede che quindi prendesse origine la festa dell'esaltazion della Croce. Ma, siccome avvertì il cardinal Baronio [Baron., in Not. ad Martyrol.], essa è molto più antica. Sia a me permesso di riferir qui un fatto spettante ad Arioaldo re dei Longobardi, di cui Fredegario [Fredeg., in Chron., cap. 51.] fa menzione, dopo aver narrata l'assunzione al trono di questo re all'anno 625, il che non può sussistere secondo i nostri conti, con restare perciò libero a noi di raccontar questo fatto per conto del tempo ad arbitrio nostro. Gundeberga sua moglie, figliuola, come dicemmo, del re Agilolfo e di Teodelinda, ci vien descritta da esso storico per donna di bellissimo aspetto, di somma benignità verso tutti, ornata sopra tutto di pietà, perchè cristiana; il che, a mio credere, vuol dire buona cattolica, a differenza del suo consorte ariano. Le sue limosine ai poveri erano frequenti e grandi, la sua bontà risplendeva in tutte le sue operazioni: motivi tutti che le guadagnarono l'universale amore de' popoli. Trovavasi allora nella corte del re longobardo un certo Adalolfo, confidente di esso re. Costui faceva delle visite anche alla regina; e un dì trovandosi alla di lei udienza, scappò detto alla medesima, che egli era uomo di bella statura. Allora lo insolente cortigiano, presa la parola, soggiunse, che dacchè ella s'era degnata di lodare la di lui statura, si degnasse ancora di farlo partecipe del suo letto. Allora Gundeberga, accesasi di rossore sgridò la di lui temerità, e gli sputò sul volto. Andatosene Adalolfo, e pensando all'errore commesso, e che ci andava la vita, se il re veniva a saperlo, per prevenir questo colpo, corse tosto al re Arioaldo, e lo pregò di volerlo ascoltare in disparte, perchè aveva cosa importante da confidargli. Ritiratisi, Adalolfo gli disse, che la regina Gundeberga per tre giorni avea parlato con Tasone duca, e trattato di avvelenar esso re, per poscia sposare esso Tasone e dargli la corona. Prestò fede Arioaldo a questa calunnia, e mandò prigione la regina nel castello di Lomello, onde prese il nome la Lomellina, territorio fertilissimo, posto fra il Po e il Tesino. Quel Tasone duca vien di sopra appellato dallo stesso Fredegario duca della Toscana, con aggiungere che egli per la sua superbia avea già cominciato a ribellarsi contra del re, e verisimilmente non aveva egli approvato che Arioaldo avesse tolto il regno al re Adaloaldo. Ma noi sappiamo da Paolo Diacono, la cui autorità in ciò merita più fede, che Tasone fu duca del Friuli, e figliuolo di Gisolfo duca di quella contrada, avendo nondimeno esso Paolo riconosciuto anche egli la ribellion dello stesso Tasone contro del re Arioaldo. Ciò che avvenisse della regina Gundeberga, lo diremo più abbasso.


DCXXX

Anno diCristo DCXXX. Indizione III.
Onorio I papa 6.
Eraclio imperadore 21.
Arioaldo re 6.

L'anno XIX dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Nacque nell'anno presente [Theoph., in Chronogr.] nel dì 7 di novembre un figliuolo ad Eraclio Costantino. Augusto, e per conseguente un nipote d'Eraclio il grande imperadore, e gli fu posto il nome di Eraclio, ma dopo la morte del padre egli assunse quello di Costante, o, come altri vogliono, di Costantino, sebbene par più probabile che nel battesimo fosse nominato Eraclio Costante. Allo stesso Eraclio imperadore, mentre era in Oriente, Martina Augusta partorì un figliuolo che fu appellato David, e giunse ad avere il titolo di Cesare, ma ebbe corta vita. Parimente a Dagoberto [Fredegar., in Chron., cap. 59.] re de' Franchi nacque fuor di matrimonio da una giovine chiamata Ragnetruda un figliuolo che ebbe nome Sigeberto, o Sigoberto, che poi fu re. In questi tempi i re franchi non distinguevano i figliuoli bastardi dai legittimi, e nel medesimo tempo teneano più d'una moglie e molte concubine. Fredegario lo attesta dello stesso re Dagoberto, e ve ne ha degli altri esempli. Però quei re non aveano per anche dismessi tutti i riti e disordini della gentilità; e in paragon loro si può dire che fossero meglio costumati i re longobardi, benchè non tutti cattolici. Sotto quest'anno mise Andrea Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], e dopo lui il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], l'assunzione di Primigenio patriarca gradense. Per maneggio dei Longobardi era stato eletto patriarca di Grado (tuttochè quell'isola fosse suggetta all'imperadore) Fortunato, il quale, non meno del patriarca di Aquileia, rispettava il concilio quinto generale. Scoperto che fu il suo cuore scismatico, il clero di Grado e i vescovi dell'Istria, fedeli ed uniti colla Chiesa romana, si sollevarono contro di costui, di maniera che non veggendosi egli sicuro, e temendo che l'esarco di Ravenna non mandasse un dì a farlo prigione, dopo avere svaligiata quella chiesa di tutti i suoi vasi ed arredi più preziosi, e fatto lo stesso a varie chiese parrocchiali e spedali dell'Istria, se ne scappò con tutto quel tesoro a Gormona, castello del Friuli sotto il dominio de' Longobardi. Portatone l'avviso a papa Onorio, immediatamente elesse vescovo di Grado Primigenio suddiacono e regionario della santa Chiesa romana, e lo spedì colà ornato del pallio archiepiscopale, e con una lettera che è interamente riferita dal Dandolo e dal cardinal Baronio. Ma nell'edizione da me [Antiq. Ital., Dissert. XVIII.] fatta del Dandolo, quella lettera, secondo il testo della Biblioteca ambrosiana, è data XII kalendas martias, Heraclii anno XVIII. E però se questa data si ha da attendere, l'elezione di Primigenio dee appartenere all'anno 628, in cui appunto la referì il Sigonio [Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.], e dopo il padre de Rudeis [De Rudeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 34.]. In essa lettera parla della Cristianissima repubblica. Immaginò il cardinal Baronio che volesse dir della veneta. Chiaro è che tal nome significava allora il romano imperio, ed io altrove l'ho dimostrato. Soggiunse poscia il Dandolo, che Primigenio si studiò, per quanto potè, di muovere il re de' Longobardi a far restituire alla sua chiesa il tesoro involato, ma tutto indarno, probabilmente perchè passava poca intelligenza fra il re Arioaldo e Tasone duca del Friuli, ne' cui stati si era rifugiato lo scismatico ladrone. Però il patriarca Primigenio spedì un suo apocrisario ad Eraclio Augusto, con rappresentargli il rubamento fatto alla sua chiesa, e che i Longobardi aveano sottratto e cercato di sottrarre dalla sua ubbidienza i vescovi suffraganei. Allora il piissimo imperadore, non potendo far altro, gli mandò tanto oro ed argento, che valeva assai più di quel ch'era stato tolto alla di lui chiesa. In questi tempi il patriarca di Grado era anche vescovo delle isole circonvicine, coll'union delle quali a poco a poco si componeva e si andava aumentando la nobilissima città di Venezia. Al suddetto Primigenio vien attribuita dal Dandolo la traslazione dei corpi de' santi Ermagora e Fortunato dai confini d'Aquileia all'isola di Grado.


DCXXXI