Anno diCristo DCXXXI. Indizione IV.
Onorio I papa 7.
Eraclio imperadore 22.
Arioaldo re 7.

L'anno XX dopo il consolato di Eraclio Augusto.

In quest'anno, per quanto si può ricavar da Niceforo [Niceph., in Chron.], Eraclio imperadore dichiarò Cesare Eraclio, nato da Martina Augusta ed appellato da altri Eracleona, il quale poscia col tempo divenne imperadore e regnò. Ma intanto si andava, non dirò fabbricando, ma bensì accrescendo una nuova e già fabbricata tentazione alla Chiesa di Dio in Oriente, stante l'eresia dei monoteliti, che mettevano in Cristo Signor nostro una sola volontà, e mentre professavano colle parole di condannar gli errori di Nestorio e d'Eutichete, coi fatti erano dietro a canonizzar l'eresia dell'ultimo, oppure i sentimenti riprovati di Apollinare. Gli autori e le balie della falsa opinione dei monoteliti furono Sergio patriarca di Costantinopoli e Ciro vescovo di Faside, il quale ultimo nel precedente anno passò ad essere patriarca di Alessandria, e cominciò nell'anno presente a disseminar la sua falsa dottrina. Credesi che Sergio costantinopolitano, interrogato sopra questa materia da esso Ciro nell'anno 626, rispondesse conformemente alla sentenza di Ciro. E veramente era assai dilicata la materia, perchè sapendosi che la volontà di Cristo in quanto uomo era sì unita e subordinata alla volontà di lui in quanto era Dio, che non vi poteva essere vera discordia fra esse: perciò sembrava che potesse dirsi una sola volontà in Cristo Dio ed uomo. Ma la verità è, che siccome in Gesù Cristo sono due nature diverse, ipostaticamente, insieme unite e non confuse, così in lui conviene ammettere due volontà diverse, corrispondenti alle due nature; volontà benchè libere, non però mai discordi fra loro. Il peggio fu che lo stesso imperadore Eraclio non solo disavvedutamente abbracciò anche egli l'errore de' monoteliti, ma cominciò a fomentarlo: il che denigrò poi la sua fama, e diede occasione ai posteri di fargli un processo. Che disordini partorisse col tempo sì fatta controversia, l'andrò accennando più abbasso. Se vogliam credere a Costantino Porfirogenneta [Constantinus Porphyrogenneta, de admin. Imper., cap. 31.], citato dal padre Pagi, circa questi tempi i Croati, dianzi gentili, si convertirono alla santa religione di Cristo. Questo popolo trasse l'origine sua dalla Polonia e dalla Lituania. Ed allorchè regnava l'imperadore Eraclio, al quale ebbero ricorso, fu loro assegnato quel paese che oggidì si chiama Croazia, poco lontano dai confini della Italia. Aggiugne che a forza di armi ne scacciarono gli Abari, cioè gli Avari, Unni di nazione, e poscia essendo lor principe Porga, ricorsero a Roma, che mandò loro un arcivescovo, preti e diaconi, che battezzarono quel popolo e l'istruirono secondo i riti della Chiesa romana, con farli giurare di non invadere le terre altrui, ma solamente di difender le proprie occorrendo. Nella sostanza di questo racconto noi possiam credere a Costantino Porfirogenneta, che scrivea circa l'anno 950; ma si può dubitar forte del tempo, in cui succedette la conversione di questi Barbari alla fede di Cristo. Non parla il suddetto scrittore degli Sclavi o Schiavoni; e se per avventura sotto nome d'Abari, o Avari, volle disegnarli, s'inganna; perchè gli Schiavoni e gli Avari furono diverse nazioni. Ed in questi tempi par quasi certo che essi Schiavoni dominassero tuttavia nella Carintia, nella quale anche oggidì è in uso la loro lingua matrice usata del pari nella Russia e Polonia, da dove discesero gli Sclavi venuti nell'Illirico, e della stessa nazione che gli Sclavi abitanti verso il Baltico. Perciò Giovanni Lucido [Lucidus, de Regno Dalmat., lib. 1, cap. 11.], che esaminò questa materia, è di parere anch'egli che i Croati, i quali io non avrei difficoltà a crederli una tribù di Sclavi, molto più tardi ricevessero il battesimo, e ciò avvenisse ai tempi di Eraclio juniore imperadore.


DCXXXII

Anno diCristo DCXXXII. Indizione V.
Onorio I papa 8.
Eraclio imperadore 23.
Arioaldo re 8.

L'anno XXI dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Sul supposto che nell'anno 629 possa essere accaduta la disgrazia di Gundeberga regina, di cui parlammo, s'ha nel presente da mettere la di lei liberazione. Correva già il terzo anno ch'essa stava rinchiusa in una torre della terra di Lomello, quando, per attestato di Fredegario [Fredegar., in Chronic., cap. 51.], furono spediti degli ambasciatori da Clotario II re de' Franchi al re dei Longobardi Arioaldo, per chiedergli conto del mal trattamento fatto ad essa regina sua moglie, parente dei re franchi, perchè figliuola di Teodelinda, la quale ebbe per padre Garibaldo I duca di Baviera, e per madre Gualdrada vedova di Teodebaldo re dei Franchi. Quando veramente sussista che questi ambasciatori venissero mandati dal re Clotario, converrà mettere nell'anno 625 la prigionia di Gundeberga, cioè appena dappoichè Arioaldo fu divenuto re; perciocchè Clotario mancò di vita nell'anno 628, e Fredegario scrive che per cagione d'essi ambasciadori Gundeberga, dopo tre anni d'esilio, fu rimessa in libertà e sul trono. Ma probabilmente gli ambasciatori suddetti furono spediti dal re Dagoberto successor di Clotario, non essendo sì esatto Fredegario nelle circostanze dei fatti e dei tempi, che si sia obbligato a seguitarlo dappertutto a occhi chiusi. Ad ognuno è qui lecito il sentir come a lui piace. Comunque però sia del tempo, ci vien dicendo Fredegario, che udito il motivo di quella prigionia, uno degli ambasciatori per nome Ansoaldo, ossia Ansaldo, propose il giudizio di Dio, per indagare la innocenza, o la reità di Gundeberga. Cioè propose un duello fra Adalolfo accusatore e un campione della reina. In que' tempi di ignoranza erano pur troppo in uso non solamente i duelli, ma anche le pruove dell'acqua fredda o calda, e della croce, o de' vomeri infocati, ed altre simili (riprovate dalla Chiesa), con persuasione che Dio protettore dell'innocenza dichiarerebbe se le imputazioni fossero vere o false, senza por mente che questo era un tentar Dio, e un volere ch'egli, secondo il capriccio degli uomini, e quando loro piacesse, facesse de' miracoli. Fu accettata la proposizione dal re Arioaldo. Si venne al combattimento fra il calunniatore Adalolfo e il campione di Gundeberga chiamato per sopprannome Pittone. Il primo restò morto sul campo, e l'altro vincitore; perlochè fu giudicata innocente la regina, e restituita nell'onore e grado primiero. Veggasi all'anno 641 un altro simile racconto di questa medesima regina, con restarmi qualche sospetto che Fredegario possa aver narrato lo stesso avvenimento in due luoghi, benchè con circostanze diverse. Secondo la Cronica Saracenica di Elmacino [Elmacinus, Histor. Saracen., lib. 1, pag. 9.], il falso profeta Moammed, da noi appellato Maometto, nel giorno 17 di giugno di quest'anno, dopo avere infettata de' suoi errori l'Arabia tutta, finì di vivere, ed ebbe per successore e principe degli Arabi Abubacar. Importa assaissimo anche alla storia d'Italia il conoscere i fatti di quell'empia setta e nazione, perchè staremo poco ad intendere come questa si dilatasse con immensa rovina dell'imperio romano, e con incredibil danno della religion cristiana, e come essa stendesse le sue conquiste col tempo fino in Italia.


DCXXXIII