Terminò i suoi giorni in quest'anno il sommo pontefice Onorio, e, secondochè s'ha da Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Vit. Honorii L.], fu seppellito nel dì 12 di ottobre; pontefice che lasciò in Roma insigni memorie della sua pietà e munificenza per tante chiese fabbricate e ristorate, e per tanti preziosi ornamenti donati a varii sacri templi, ascendenti ad alcune migliaia di libbre d'argento, senza mettere in conto tant'altri d'oro. Anastasio ne ha fatta menzione, ma con aggiugnere che troppo lungo sarebbe il volerli registrar tutti. Pontefice, al cui zelo è dovuta la conversione alla fede di Cristo dei Sassoni occidentali nell'Inghilterra, siccome attesta Beda [Beda, Hist. Angl. lib. 3, cap. 7.]. Pontefice infine di dottrina ortodossa, la cui memoria non meritava di essere sì maltrattata dopo la morte a cagione dell'eresia de' monoteliti, dall'approvar la quale egli fu ben lontano, come han dimostrato uomini dottissimi. E qui si vuol rammentare che a questo pontefice è dovuta la gloria di avere estinto per qualche tempo lo scisma della chiesa d'Aquileia, almeno nell'Istria, con avere finalmente que' vescovi accettata la condanna dei tre capitoli e il concilio quinto generale, ed essere tornati all'ubbidienza della sede apostolica. Di ciò non fece menzione l'insigne cardinal Noris nel suo Trattato del concilio suddetto, perchè non si avvisò di cercarne le chiare pruove, rapportate fuor di sito dal cardinal Baronio, cioè nell'Appendice al tomo duodecimo degli Annali ecclesiastici. Ma ciò chiaramente si riceva dall'epitaffio d'esso papa Onorio. Certo è nondimeno che non durò questa unione, perchè al concilio romano dell'anno 679 non intervenne co' suoi suffraganei il vescovo d'Aquileia, ma solamente Agatone vescovo di Grado, che s'intitola vescovo d'Aquileja: il che servì di confusione all'Ughelli nell'Italia sacra. Fu lungo tempo dipoi vacante la santa sede, perchè non tardò già il clero, senato e popolo di Roma a procedere all'elezion del suo successore, che fu Severino, ma bensì tardò a venire l'assenso dell'imperadore più di un anno e sette mesi. Proseguiva intanto a dilatarsi in Oriente colla forza dell'armi la falsa legge di Maometto e il dominio de' Saraceni. Teofane [Theoph., in Chronogr.] prima d'ora racconta che Giovanni Carea, procuratore della provincia osroena di là dall'Eufrate, era stato a trovare Jasdo, generale del califa Omaro, in Calcedone, per trattar seco d'aggiustamento. Il suo testo è qui fallato, e in vece di Calcedone ha da dire Calcide, cioè il paese di Calcide. Si convenne di pagare agli Arabi centomila nummi ogni anno, e all'incontro gli Arabi non passerebbono di là dall'Eufrate. Fu pagato questo tributo. Se l'ebbe a male Eraclio, perchè senza sua saputa ed assenso fosse seguita quella convenzione. Ne portò la pena Giovanni con essere cacciato in esilio. Ma in quest'anno si avanzarono gli avventurosi Saraceni fino alla gran città d'Antiochia, capitale della Soria, e a forza d'armi la presero; con che tutta la provincia della Soria venne in lor potere. Scrive in quest'anno il cardinal Baronio che santo Ingenuino, vescovo sabionense, fu mandato in esilio dal re Rotari, a Brixen ossia alla città di Bressanone nel Tirolo: il che giudica egli accaduto per cagion della religione sotto questo re ariano. Trasse il porporato annalista una tal notizia dalla chiesa di Bressanone; ma il Pagi ha delle difficoltà a credere il fatto; anzi osserva che nell'uffizio che si recita ad onore di questo santo vescovo nella chiesa suddetta, vien detto ch'egli fu mandato in esilio dal re Autari: il che non può sussistere, perchè Ingenuino intervenne dipoi al conciliabolo di Marano, e tenne il partito del patriarca scismatico di Aquileia. Però stima esso Pagi che l'esilio di santo Ingenuino succedesse sotto il re Arioaldo. Tutte immaginazioni, al creder mio, fondate sopra tradizioni volgari, e non già sopra storia o documento alcuno autentico. Sabione nel Tirolo, ossia Savione o Sublavione presso gli antichi, non era per la diocesi diverso da Bressanone; ed allorchè fu distrutta quella città, i vescovi cominciarono a risiedere nella terra di Bressanone, divenuta poi città dove tuttavia risiedono. Però, che esilio sarebbe mai stato questo? Oltre di che, non abbiam pruova alcuna che il dominio de' Longobardi si estendesse nel Tirolo, anzi ne abbiamo il contrario, cioè non passava oltre ai confini del ducato di Trento. Nè si ha altra memoria che i re longobardi, quand'anche erano ariani, inquietassero i vescovi cattolici, nè il popolo cattolico per cagion della religione. Per conseguente, troppe difficoltà patisce il fatto di santo Ingenuino, onde meglio fia il sospenderne la credenza. Intorno a questo santo vescovo è da vedere il Bollando negli Atti de' santi [Bollandus Act. Sanctor, ad diem V februarii.]. Fu in quest'anno rapito dalla morte Dagoberto re de' Franchi, e la monarchia francese venne di nuovo a dividersi ne' due suoi figliuoli Sigeberto e Clodoveo II. Al primo toccò l'Austrasia, al secondo la Neustria colla Borgogna.


DCXXXIX

Anno diCristo DCXXXIX. Indizione XII.
Sede vacante.
Eraclio imperadore 30.
Rotari re 4.

L'anno XXVIII dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Restò vacante in tutto quest'anno la cattedra di san Pietro, non essendo mai venuta dalla corte imperiale la licenza di consacrare l'eletto papa Severino. Congettura il cardinale annalista, che procedesse sì gran ritardo dal maneggio di Eraclio Augusto e dall'esarco, perchè volevano prima indurre Severino ad accettare l'ectesi, ossia l'istruzione pubblicata da Sergio patriarca di Costantinopoli intorno alla controversia del monotelismo, al che Severino non volea per conto alcuno acconsentire. In fatti, verso il fine del precedente anno il suddetto Sergio avea esposta al pubblico quell'istruzione, o esposizion di fede, e per darle più credito, s'era servito del nome dell'imperadore Eraclio. Certo è ch'esso Augusto chiaramente dipoi protestò di non aver avuta parte in essa, e ne fece una pubblica dichiarazione. In essa dunque Sergio proibiva il dire una o due operazioni in Cristo, con asserir poi chiaramente una sola volontà nel medesimo Dio-Uomo. Finì poi di vivere Sergio nel gennaio dell'anno presente, ed ebbe per successore Pirro, il quale non tardò ad approvare l'ectesi, o, vogliam dire, l'istruzion perniciosa del suo predecessore. Il padre Combefis pretese che da altri motivi derivasse la soverchia dilazione del pontificato di Severino; ma è sostenuta anche dal padre Pagi con buone ragioni. Ora accadde in questo anno una scandalosa prepotenza usata dai ministri imperiali in Italia. Il fatto è raccontato da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vita Severini.]. Le truppe dell'imperadore in queste parti non erano pagate. Un brutto ripiego a questo bisogno venne in mente ad Isacco patrizio esarco di Ravenna, cioè di pagarle col tesoro della basilica lateranense, dove si trovavano tanti preziosi arredi e vasi sacri d'oro e d'argento, donati a quell'augusta patriarcale da molti pontefici, imperadori e patrizii, come anche dalla gente pia. Se la intese con Maurizio cartulario dell'imperadore in Roma, il quale un dì che la guarnigione di Roma domandava il soldo, disse di non poter darlo; e poi soggiunse che nel tesoro lateranense v'era una prodigiosa quantità di danaro, raunato da papa Onorio, che a nulla serviva, e che sarebbe stata ben impiegata in soddisfare alle milizie, dalle quali dipendeva la difesa e sicurezza della città. Anzi fece loro sacrilegamente credere che l'imperadore avea mandate le paghe varie volte, e il buon papa le avea quivi riposte. Di più non ci volle per muover tutti i soldati abitanti in Roma a volersi pagar da sè stessi. Volarono al palazzo lateranense, ma non poterono entrar nel tesoro, perchè la famiglia dell'eletto papa Severino fece fronte. Si fermarono le soldatesche per tre dì nel palazzo, e finalmente Maurizio entrò nel tesoro, e fatto sigillare il vestiario e tutti gli arredi, avvisò poi lo esarco del suo operato. Se n'andò tosto a Roma Isacco, e per non aver chi gli facesse resistenza, sotto varii pretesti mandò i principali del clero in esilio in varie città circonvicine. Di là a qualche dì entrò nel tesoro, e per otto giorni attese a svaligiarlo. Crede il Pagi che lo imperadore Eraclio non fosse prima consapevole di questa sacrilega violenza, nè l'approvasse dipoi, e potrebbe essere. Abbiam nondimeno dal medesimo storico che Isacco l'esarco mandò a Costantinopoli allo stesso Augusto una parte di questa preda. Certo non resta memoria che i re longobardi ne facessero di queste ne' paesi al loro dominio suggetti.

Sotto il presente anno viene scritto da Teofane [Theoph., in Chronogr.] che Jasdo generale dei Saraceni, passato coll'esercito di là dall'Eufrate, occupò la città di Edessa e di Costanza, e poscia ebbe a forza d'armi la città di Daras, dove mise tutto quel popolo cristiano a fil di spada. In tal maniera la provincia osroena, anzi tutta la Mesopotamia, tolta all'imperio romano, venne in potere di quella barbarica nazione. Elmacino [Elmacinus, Histor. Saracen., lib. 1, pag. 29.] differisce più tardi la conquista di quel paese, e nel presente mette l'ingresso de' Saraceni nell'Egitto, e la pressa di Misra, creduta la città di Menfi. Aggiugne che intrapresero l'assedio di Alessandria, il quale durò quattordici mesi colla perdita di ventitremila Muslemi, cioè Maomettani, ed infine se ne impadronirono nell'anno ventesimo dell'egira, ch'ebbe principio nel dì 16 di luglio dell'anno di Cristo 640. Scrisse allora Amro generale al califa Omaro di aver fatta quell'impresa, con trovare in essa città quattromila bagni, ventimila ortolani che vendevano erbaggi, quattromila Giudei che pagavano tributo, e quattrocento mimi, cioè commedianti. Ma che molto prima accadesse la perdita dell'Egitto, se non è fallato il testo di Niceforo [Niceph., in Chron., ep. 18.], si può dedurre dal di lui racconto. Narra egli dunque sotto l'Indizione XII corrente in quest'anno fino al settembre, che verso il fine dell'anno precedente Ciro patriarca alessandrino, uno de' maggiori atleti del monotelismo, fu chiamato a Costantinopoli dall'imperadore Eraclio, il quale era nelle furie contro di lui, quasi che egli avesse proditoriamente fatto cadere in mano de' Saraceni tutto l'Egitto. Ciro addusse in pubblico concistoro le sue discolpe, e rigettò sopra i ministri imperiali l'origine di quelle disavventure. Ma non lasciò per questo l'imperadore Eraclio di chiamarlo un gentile e un nemico di Dio, che aveva tradito il popolo cristiano, e consigliato di dare una figliuola di esso Augusto ad Omaro principe de' Saraceni. Però minacciatolo di morte, il diede in mano al prefetto della città, acciocchè a forza di tormenti scoprisse la verità del preteso tradimento.


DCXL