Anno diCristo DCXL. Indizione XIII.
Severino papa 1.
Giovanni IV papa 1.
Eraclio imperadore 31.
Rotari re 5.

L'anno XXIX dopo il consolato di Eraclio Augusto.

Finalmente in quest'anni fu consacrato papa nel dì 28 di maggio Severino di nazione romano. Ci è motivo di dubitare che il clero di Roma, stanco di tanto aspettare l'assenso dell'imperadore, passasse all'ordinazione del medesimo. Tuttavia dicendo Anastasio [Anast. Bibliothec., in Severino.] che l'esarco di Ravenna Isacco si fermò in Roma fin dopo la consecrazione di questo pontefice, non si dee facilmente immaginare che al dispetto di lui e dell'imperadore seguisse l'ordinazione suddetta. Quello che è certo, papa Severino non volle punto accettar l'ectesi, ossia la sposizion della fede, pubblicata da Sergio patriarca di Costantinopoli. Anzi si hanno prove ch'egli la detestò e condannò con pieni voti del clero romano in un concilio. Ma il buon pontefice Severino non campò che due mesi e quattro giorni, e lasciò di vivere nel dì primo d'agosto: papa di gran pietà, di egual zelo, e commendato da tutti per le sue molte limosine. Dopo quasi cinque mesi di sede vacante, in luogo di lui fu consecrato e posto nella cattedra di san Pietro Giovanni quarto, di nazione dalmatino. Terminò ancora in quest'anno il corso di sua vita san Bertolfo abate di Bobbio, la cui vita, scritta da Giona monaco contemporaneo, si legge nel tomo secondo de' Secoli benedettini del padre Mabillone. Ebbe per successore Bobuleno abate, borgognone di nazione. Allora cento quaranta monaci vivevano in quel monistero. Sotto quest'anno riferisce Teofane [Theoph., in Chronogr.] la presa della Persia fatta dai Saraceni, dopo varie sconfitte date a que' popoli. Il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] pretende che ciò succedesse nell'anno 637; ma Elmacino [Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, cap. 3, pag. 25.] anche egli parla di queste conquiste all'anno 21 dell'egira, cioè all'anno nostro 641. Impadroniti di quel regno gli Arabi, v'introdussero il maomettismo, che v'è sempre regnato da lì innanzi, e regna tuttavia, ma con sentimenti diversi dal maomettismo dei Turchi, i quali perciò riguardano i Persiani come eretici. Deesi nondimeno avvertire che sì presto non venne tutta la Persia in potere de' Saraceni, perchè il re Jasdedirge, ossia Ormisda, tenne per alcuni anni ancora una parte di quel regno, e mancò di vita solamente nell'anno 651. E in questi tempi ancora Omaro califa d'essi Saraceni fece descrivere tutto il suo dominio, e tante provincie sì rapidamente da lui conquistate. Volle non solamente la lista dei paesi e delle persone, ma il registro ancora di tutte le bestie e di tutti gli alberi sottoposti alla sua signoria.


DCXLI

Anno diCristo DCXLI. Indizione XIV.
Giovanni IV papa 2.
Eraclio Costantino imp. 1.
Eracleona imperadore 1.
Costantino, detto Costante, imperadore 1.
Rotari re 6.

Diede fine quest'anno alla carriera dei suoi giorni l'imperadore Eraclio. Teofane e Cedreno scrivono nel mese di marzo; e il Pagi pretende ciò succeduto nel dì undecimo di febbraio. Gli affanni ch'egli patì nel veder tante provincie rapite al romano imperio dall'innondazione de' Saraceni, servirono non poco a sconcertargli la sanità. Sopraggiunse poi l'idropisia che il portò all'altra vita. Nell'ultimo suo testamento dichiarò egualmente suoi successori nell'imperio Eraclio, appellato nuovo Costantino, a lui nato da Eudocia Augusta, moglie prima; ed Eracleona, chiamato Eraclio da altri, a lui partorito da Martina Augusta, moglie in seconde nozze, con ordine ad amendue di onorare essa Martina qual madre ed imperatrice. Appena seppe Giovanni papa l'assunzione al trono di questi due Augusti [Anastas. Bibliothec., in Collectaneis.], che scrisse ad Eraclio Costantino una lunga lettera, in cui gli fece conoscere i cattolici sentimenti di papa Onorio, e riprovò la sposizione della fede pubblicata dal patriarca Sergio, con pregarlo di voler adoperare la sua autorità per abolirla. Era Eraclio Costantino, per attestato di Zonara [Zonar., in Annal.], attaccato alla dottrina della chiesa cattolica, e fu perciò creduto che Pirro patriarca di Costantinopoli, gran difensore degli errori e del monotelismo di Sergio suo antecessore, cospirasse coll'imperadrice Martina alla morte di questo principe. Infatti neppur quattro mesi sopravvisse Eraclio Costantino a suo padre. Teofane [Theoph., in Chronogr.] scrive che fu levato di vita nel mese di maggio, o di giugno, per veleno, comunemente creduto a lui dato da essa matrigna, la qual volea solo sul trono Eracleona suo figlio, e dal patriarca Pirro, che mirava con occhio bieco un imperadore contrario ai suoi sentimenti. Ma questo assassinio non tardò Iddio a punirlo [Niceph., in Chron., pag. 19.]. Sollevossi contro di Eracleona Valentino, una delle guardie di Filagrio già conte delle cose private; e messo insieme un esercito, cominciò a bloccare Costantinopoli, con esigere che Eraclio, figliuolo del defunto Eraclio Costantino, fosse dichiarato imperadore. Il popolo di Costantinopoli per liberarsi da quella vessazione si mosse con tumulto e grida, ed obbligò Eracleona a crear Augusto il suddetto Eraclio, figliuolo di suo fratello. Pirro patriarca il coronò, ed egli prese il nome di Costantino, che Costante vien chiamato da Teofane e da altri, e per tale il chiamerò anch'io in avvenire. Ma qui non terminò la faccenda. Quetossi il rumore per qualche tempo, ed in fine gli umori che erano in moto di nuovo si esaltarono. Per attestato di Teofane, irritato il senato e popolo contro di Eracleona e di Martina, probabilmente per la morte data ad Eraclio Costantino, li deposero. Ad Eracleona tagliato fu il naso, la lingua a Martina, ed amendue furono cacciati in esilio: con che venne a restar solo sul trono il giovane Costante. Pirro patriarca, nel mese d'ottobre, anch'egli spaventato dalla sollevazion di popolo, deposte le sacre vesti, e rinunziata la sua dignità, se ne fuggì; e perciò fu eletto in suo luogo Paolo patriarca di Costantinopoli. Abbiamo da Eutichio [Eutych., in Annalib.] che Costante imperadore rispose alla lettera già scritta da Giovanni papa ad Eraclio Costantino suo padre, ed in essa gli fa sapere di aver fatta bruciare la sposizion della fede di Sergio. Ma a questo buon principio non corrispose il proseguimento della vita di questo imperadore; e noi lo troveremo nemico aperto della santa dottrina della Chiesa romana.

A questi medesimi tempi stimo io probabile che appartenga la guerra mossa in Italia dal re Rotari al romano imperio; perchè niun tempo più acconcio di questo ci si presenta per immaginare ch'egli desse di piglio all'armi. Lo stato miserabile degli affari dell'imperio in Oriente, le rivoluzioni poco fa accennate di Costantinopoli, e il discredito, in cui probabilmente si trovava Isacco esarco di Ravenna dopo le iniquità commesse in Roma, paiono motivi che l'inducessero nell'anno presente a rompere la pace coi Greci. Dissi la pace, e volli dir la tregua, che Rotari verisimilmente non si sentì voglia di confermare più oltre; oppure egli non era sì delicato come i suoi predecessori. Ora abbiamo da Fredegario [Fredegar., in Chronic., cap. 71.] che correva già il quinto anno, dacchè la regina Gundeberga stava rinchiusa in una camera del regal palazzo di Pavia, quando capitò colà un ambasciatore di Clodoveo II re de' Franchi, succeduto a Dagoberto re suo padre nella Neustria e nella Borgogna. Il suo nome era Aubedo. Avendo egli intesa la disgrazia della regina, da cui in occasione d'altre ambascerie era stato benignamente accolto, da sè si mosse a rappresentare al re Rotari, che quella principessa era parente dei re franchi, e che farebbe cosa grata a quel re rimettendola in libertà e nel suo grado d'onore; e tanto più convenir questo al decoro di esso re Rotari, perchè dalle mani di lei egli avea ricevuto il regno. Ottimo effetto produsse questa rappresentanza. Gundeberga ricuperò la sua libertà, fu rimessa sul trono, e le furono restituite le ville e rendite che dianzi ella godeva. E buon per Aubedo, che ne fu largamente rimunerato dalla regina. All'anno 632 abbiam veduto un somigliante avvenimento di questa regina: laonde si potrebbe quasi dubitare di qualche abbaglio in Fredegario. Fino a questi tempi le città del lido ligustico erano state costanti nella fedeltà al romano imperio, nè i re longobardi aveano loro data molestia, in vigor della tregua che lungo tempo era durata fra essi e gl'imperadori. O per i motivi addotti, o per altri, che la storia ha taciuto, in quest'anno credo io, che Rotari dasse di piglio all'armi. Fredegario, dopo aver narrata l'ambasceria suddetta, seguita a far questo racconto. Nè dia fastidio ch'egli tratti di ciò all'anno 630, perchè quello storico negli avvenimenti stranieri non osserva la cronologia, e talvolta in un fiato mette insieme i fatti accaduti sotto anni diversi. Osservasi che all'anno precedente 629 egli narra la morte dell'imperadore Eraclio; eppure questi finì di vivere nell'anno presente 641. Racconta nel suddetto anno 630 l'ambasciata mandata a Pavia dal re Clodoveo II, il quale pure succedette a Dagoberto suo padre nell'anno 658. Dice dunque Fredegario che il re Rotari (da lui appellato Crotario) portatosi coll'esercito nel litorale ligustico, prese le città di Genova, d'Albenga, di Varicotti (oggidì Varigotti presso la città di Noli, la quale verisimilmente sorse dalle rovine di quella città), di Savona, di Oderzo e di Luni. Ma lo storico fa quivi un brutto salto, mischiando Opitergio, ossia Oderzo (città una volta, ed ora terra del Friuli) coi luoghi del litorale ligustico. Di esso si parlerà fra poco. Aggiunge ch'egli saccheggiò, devastò e smantellò le suddette città, conducendo prigionieri quegli abitanti: segno che doveva essere ben forte in collera contro d'essi. Di tali conquiste fatte da Rotari si trova menzione anche presso Paolo Diacono, raccontando egli che questo re prese tutte le città de' Romani, che sono da Luni, città della Toscana, sino ai confini del regno della Francia. E qui merita d'esser osservato che, dacchè vennero in Italia i Longobardi, l'arcivescovo di Milano si ritirò a Genova, e quivi seguitarono a stare fino a questo tempo anche gli altri suoi successori, trovandosi negli antichi cataloghi dei medesimi arcivescovi, pubblicati dai padri Mabillone e Papebrochio, e da me ancora [Rer. Italic. Scriptor., part. 2, tom. 1, pag. 228.], che Lorenzo II, Costanzo, Deusdedit ed Austerio, arcivescovi di Milano, ebbero la sepoltura in Genova. Dal che si può argomentar la moderazione dei re longobardi, che padroni della nobilissima città di Milano, si contentavano che quegli arcivescovi avessero la lor permanenza in Genova città nemica, perchè ubbidiente all'imperadore. Ma dacchè Genova venne alle mani del re Rotari, non veggiamo i susseguenti arcivescovi seppelliti se non nelle chiese di Milano.

Seguita a dire Paolo Diacono, che Rotari dipoi s'impadronì a forza d'armi di Oderzo, città posta fra Cividal del Friuli e Trivigi, che fin allora in quelle parti s'era mantenuta esente dall'unghie de' Longobardi. Abbiamo da Andrea Dandolo [Andreas Dandolus, in Chronicon., tom. 12, Rer. Ital.] che in questa occasione Magno vescovo di Oderzo, uomo santo, col suo popolo si ritirò in una delle isole della Venezia, e quivi fondò una città che dal nome dell'imperadore Eraclio appellò Eraclea, e quivi coll'autorità di papa Severino e del patriarca gradense Primigenio fissò la sua sedia. Se il Dandolo, che scrisse circa l'anno 1330 la sua Cronica, fosse autore più antico, si potrebbe dedurre da questo racconto che la presa di Oderzo fosse seguita prima di quest'anno. Ma in fatti tanto lontani dai suoi tempi non è molto sicura l'asserzione di questo scrittore. E tanto più che vedremo dopo alcuni anni la distruzione di Oderzo, per cui veramente il popolo di quella città fu costretto a sloggiare. Però tengo io per fabbricata prima di questo la città eracleense. Che poi la traslazion di quella sedia fosse fatta coll'approvazione di papa Severino, se l'immaginò il Dandolo, perchè a' tempi di lui la credette succeduta, e stimò ancora che questo papa campasse due anni, quattro mesi e otto giorni: il che s'è veduto che non sussiste. Aggiunge esso Dandolo che anche Paolo, vescovo di Altino, in questi tempi passò col suo popolo e colle reliquie in Torcello e nelle isole adiacenti, dove anch'egli pose la sua residenza, e che gli succedette Maurizio, il quale, col consenso del patriarca gradense e del popolo, ottenne un privilegio dal suddetto papa Severino. Ma finchè non si producano documenti che comprovino tante azioni fatte da questo papa nel pontificato di due soli mesi, sarà a noi lecito di sospendere qui la credenza non già del fatto, ma del tempo di questo fatto. S'egli è poi vero ciò che Paolo Diacono racconta di Arichi, ossia di Arigiso duca di Benevento, cioè ch'egli, dopo cinquant'anni di governo, lasciò di vivere, bisogna ben dire che morisse vecchio [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 45.]. Restò suo successore e duca Ajone suo figliuolo, ma di testa poco atta a regger popoli. Perciocchè avendolo Arigiso suo padre molto dianzi inviato a Pavia, per inchinare il re Rotari, egli nel viaggio volle visitar l'esarco, e vedere le grandezze di Ravenna. Ora comunemente fu creduto che i Greci in tale occasione gli dessero una bevanda, per cui talora andava fuori di sè, e da lì innanzi non fu mai sano di mente. Arigiso prima di morire raccomandò al popolo Radoaldo e Grimoaldo figliuoli di Gisolfo già duca del Friuli, rifuggiti presso di lui, con aggiugnere ch'erano anche più idonei al governo che non era suo figliuolo: segno che l'elezion di quei duchi dipendeva dal popolo, e la confermazione apparteneva al re de' Longobardi.