DCXLVII

Anno diCristo DCXLVII. Indizione V.
Teodoro papa 6.
Costantino, detto Costante, imperadore 7.
Rotari re 12.

Nuove piaghe in quest'anno si aggiunsero alla cristianità, perciocchè i Saraceni, padroni dell'Egitto, intesa la ribellione e division commossa nell'Africa da Gregorio prefetto del pretorio, seppero ben profittare di un siffatto disordine. Abbiamo da Teofane ch'essi con una poderosa armata ostilmente entrarono nell'Africa sotto il comando di Abdala generale d'Osmano. Non mancò già di farsi loro incontro con quante forze potè il suddetto Gregorio, ma in una battaglia sconfitto con gran perdita di gente, fu obbligato alla fuga. Elmacino aggiugne ch'egli vi lasciò la vita, e gli dà il titolo di re, non disconvenevole, dacchè egli s'era sottratto all'ubbidienza del sovrano Augusto. Secondo quello storico, sembra che gli Arabi d'allora s'impadronissero almeno di una parte dell'Africa. Ma per quanto, andando innanzi vedremo, Cartagine, capitale dell'Africa colle provincie occidentali restò in potere degli Augusti. Le sole provincie orientali dovettero allora soccombere al giogo, o almeno obbligarsi a pagar dei tributi. Dopo cinque anni di governo venne in quest'anno a morte Radoaldo duca di Benevento, a cui, per elezione del popolo longobardo fu sostituito Grimoaldo suo fratello, e figliuolo anch'esso di Gisolfo già duca del Friuli. Era Grimoaldo uomo di gran senno e bellicoso. Vedremo a suo tempo, come egli si servì di queste sue qualità per accrescere la sua fortuna.


DCXLVIII

Anno diCristo DCXLVIII. Indizione VI.
Teodoro papa 7.
Costantino, detto Costante, imperadore 8.
Rotari re 13.

Probabilmente a quest'anno si dee riferire l'ordine che il cardinal Baronio immagina dato dall'imperadore ad Olimpio esarco d'Italia, di tener gli occhi addosso a Pirro già patriarca di Costantinopoli, e di guadagnarlo in favore del monotelismo, per cui l'infelice principe s'era troppo impegnato, sedotto da Paolo, che teneva allora la cattedra d'essa città di Costantinopoli. In esecuzione di questi ordini, l'esarco con buone parole trasse da Roma a Ravenna esso Pirro, e lo indusse a ritrattar l'abiura, da lui fatta davanti al sommo pontefice, degli errori de' monoteliti. Ma Platone, e non Olimpio, era tuttavia esarco, ed egli fu che accolse Pirro in Ravenna. S'egli poi avesse que' pretesi ordini in favore del monotelismo, si può dubitarne per quel che diremo all'anno seguente. Appena si ebbe a Roma l'iniquità di Pirro, forse per qualche dichiarazione da lui insolentemente pubblicata, che Teodoro papa raunò un concilio, in cui, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.], d'Anastasio bibliotecario [Anastas., in Theodor.] e di altri, egli fu solennemente deposto e condannato, e con un rito non più udito, per cui si svegliò un sacro orrore in tutto quel venerando consesso. Cioè portatosi il pontefice al sepolcro di san Pietro apostolo nel Vaticano, e fattosi dare il sacrosanto calice consecrato, stillò nel calamaio alcune gocce del sangue del Signore, e con quell'inchiostro sottoscrisse di propria mano la deposizione e condanna di Pirro, traditor della fede. Trovasi questo rito (suggetto per altro a molte riflessioni) praticato dipoi dal concilio ottavo universale di Costantinopoli, allorchè fu condannato Fozio intruso in quel patriarcato. Sappiamo parimente da Anastasio e dagli atti del concilio lateranense, che papa Teodoro, veggendo pertinace ne' suoi errori Paolo patriarca di Costantinopoli, proferì anche contro di lui la scomunica; ma non sappiamo ch'egli condannasse ancora il Tipo di Costante Augusto, siccome accuratamente dimostra il Pagi. Ora intorno a questo tipo è da dire, consistere esso in un editto pubblicato verso il fine di quest'anno da esso imperadore [Acta Concilii Lateranens. sub S. Martino.], in cui, sotto pretesto di quietar le turbolenze insorte nella Chiesa di Dio per cagione della controversia intorno alle due volontà di Cristo Signor nostro, comandò che a niuno da lì innanzi fosse lecito il disputar di questo argomento, nè sostenere una o due volontà ed operazioni, sotto pena ai vescovi, chierici, monaci e laici di perdere le lor dignità, se non ubbidivano. Parve a tutta prima ad alcuni plausibile questo ripiego, ma non così parve alla santa Sede romana ed a chiunque nudriva un vero zelo per l'indennità della vera dottrina della Chiesa. Ciò che ne avvenne si accennerà fra poco. Intanto poco ci volle a conoscere che l'imperadore, ad istigazione di Paolo patriarca di Costantinopoli, si lasciò condurre alla pubblicazione di questo editto: e però contra di esso Paolo andò dipoi, siccome abbiam detto, a scaricarsi il giusto sdegno della Sede apostolica e de' vescovi cattolici. Ma mentre l'imperadore impiegava così il suo tempo e i suoi pensieri intorno alle liti ecclesiastiche con offesa di Dio e pregiudizio della fede ortodossa, seguitavano a perdersi le provincie cristiane del romano imperio. Scrive Teofane [Theoph., in Chronogr.], e seco va d'accordo Elmacino [Elmac., lib. 1, cap. 4.], che in quest'anno Muavia generale di Osmano principe de' Saraceni, con una flotta di mille e settecento legni, tra piccoli e grandi, fece una discesa nell'isola di Cipri, occupò la città di Costanza, sottomise tutta l'isola, e la devastò. Udito poi che Cacorizo, cameriere e capitano dell'imperadore, veniva con una potente armata di Greci, condusse la sua flotta verso Arado, isola della Soria, e si pose all'assedio di quella terra, adoperando tutte le macchine da guerra per espugnarla. S'avvisò di mandare un vescovo, appellato Romarico, per esortarli alla resa con patti assai vantaggiosi, altrimenti a far loro di grandi minacce. Entrò quel vescovo nella terra; ma que' cittadini nol lasciarono più uscir fuori. Arrivato poi che fu il verno, Muavia si ritirò, e se ne andò colla sua gente a Damasco. Scrive Elmacino che Muavia per due anni tirò tributo dall'isola di Cipri; segno probabilmente ch'essa non restò poi in potere de' Saraceni. Seguita a dire il medesimo storico che Osmano inviò Abdala suo generale nella Corasana, dove si impadronirono i Saraceni di varie città, come Naisaburo, Arata, Tusa, Abrima, ed altre, con arrivar fino a bere acqua del fiume Balca. Questo fiume mette nell'Eufrate, e pare che qui si parli di qualche provincia della Mesopotamia, non per anche presa almen tutta in addietro dai Saraceni.


DCXLIX