Flavio Valentiniano, nobilissimo fanciullo, e Vittore.

Resta ora deciso fra gli eruditi che questo Valentiniano console non fu già il figliuolo di Valentiniano Augusto, e molto meno Giulio Felice Valentiniano, come pensò il Panvinio [Panvin., in Fast.], ma bensì il figliuolo di Valente Augusto, soprannominato Galata, di età di tre anni, perchè a lui nato, come vedemmo, nell'anno 366. Per opinione d'alcuni, il secondo console Vittore lo stesso fu che Sesto Aurelio Vittore, di cui abbiamo una storia romana; ma avendo osservato il Gotofredo [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.] e il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che questo console Vittore fu cristiano, ciò ricavandosi dalle lettere de' santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, e da Teodoreto, cotal qualità non conviene allo storico che si scuopre gentile. Continuò Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio nella prefettura di Roma. Valentiniano Augusto nell'anno presente, come costa da varie sue leggi, si trovava in Treveri, Brisacco, ed altri luoghi verso il Reno [Ammian., lib. 28, c. 2.]. Le sue maggiori applicazioni consisterono in far fabbricare per tutto il lungo d'esso fiume, cominciando dalle Rezie sino all'Oceano, torri, castella e fortezze in gran copia, in siti proprii, affinchè servissero di freno alle nazioni barbare, le quali troppo spesso e troppo volentieri venivano a far delle scorrerie e a bottinare nel paese romano. Ma perchè volle azzardarsi ad alzare di là dal Reno una di queste fortezze nel monte Piri, gli Alamanni pretendendo ciò contrario ai patti della pace, giacchè non trovavano giustizia, nè volevano desistere da questa fabbrica i Romani, tutti un dì li misero a fil di spada, e non ne scappò alcuno, fuorchè Siagrio, segretario dell'imperadore, che ne portò la dolorosa nuova alla corte, e n'ebbe in ricompensa la perdita dell'uffizio. Ma questi col tempo risalì in posto, ed arrivò ad essere console, siccome vedremo. Furono in questi tempi le Gallie afflitte da gran copia d'assassini da strada, che non perdonavano alla vita delle persone; e fra gli altri fu colto da loro ed ucciso Costanziano, soprintendente alla scuderia imperiale, e fratello di Giustina Augusta moglie di Valentiniano [Ammian., lib. 28, c. 1.]. Abbiamo poi sotto il presente anno una lugubre descrizione delle giustizie, anzi delle crudeltà fatte in Roma da Massimino prefetto dell'annona, con permissione dell'Augusto Valentiniano, principe pur troppo privo di clemenza ed inclinato al rigore. Be parlano ancora Suida [Suidas.], Zonara [Zonar., in Annal.] e la Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandrin.]. Si fecero dunque in Roma de' fieri processi contra di molti nobili dell'uno e dell'altro sesso, per veri o per pretesi delitti di veleni, di adulterii e di mala amministrazione, e simili, con essere stati tormentati in tal congiuntura e condannati a morte varii di que' nobili, e forse giustamente i più, ma certo con troppo rigorosa giustizia. Pare che queste terribili inquisizioni continuassero molto tempo dipoi, e che non sia scorretto il testo di san Girolamo [Hieron., in Chron.], il quale ne parla all'anno 371, perchè anche Ammiano, in favellarne, rammenta Ampelio prefetto di Roma, il qual veramente in esso anno esercitò quella carica.

In poche parole racconta Ammiano [Ammian., lib. 27, cap. 5.] le imprese di Valente, con dire ch'egli verso la state, passato il Danubio, fece guerra ai Grutingi e Gotunni, nazione bellicosa fra i Goti. Osò ben Atanarico, il più potente de' principi di quella nazione, di far fronte ai progressi dell'armi romane; ma allorchè si venne ad un combattimento, toccò a lui di voltare le spalle: il perchè non indugiò a spedir deputati per pregar Valente di dargli la pace. Vittore ed Arinteo, generali, l'uno della cavalleria e l'altro della fanteria, spediti a trattarne, non poterono mai indurre Atanarico a passare di qua dal Danubio, allegando egli un giuramento fatto di non toccar mai il terreno de' Romani. Perciò in mezzo a quel fiume, dove egli venne in nave, fu d'uopo che anche Valente in un'altra si conducesse per istabilire i patti della concordia [Zosim., lib. 4, c. 11.]. Dopo di che Valente si restituì a Costantinopoli. Temistio [Themistius, Orat. X.] parla di questo abboccamento vantaggiosamente per la parte dell'imperadore, come dovea fare un panegirista. Verisimilmente questa pace quella fu che diede motivo ad esso Augusto di restituire al popolo di Costantinopoli un combattimento, o sia giuoco pubblico, che già era stato abolito [Idacius, in Chronico.]. E se fosse vero ch'egli rendesse ai pagani la libertà dei sagrifizii, come lasciò scritto Cedreno [Cedren., Histor.], avrebbe egli mal riconosciuta l'assistenza prestatagli da Dio fin quella guerra. Certamente anche Teofane [Theophan., Chronogr.] racconta ch'egli concedette licenza ai gentili di fare i loro sagrifizii e le feste lor proprie; e quell'agon restituito, ed accennato da san Girolamo ed Idacio, forse è un indicio di questo.


CCCLXX

Anno diCristo CCCLXX. Indizione XIII.
Damaso papa 5.
Valentiniano e
Valente imperadori 7.
Graziano imperadore 4.

Consoli

Flavio Valentiniano Augusto per la terza volta, e Flavio Valente Augusto per la terza.

Per qualche mese ancora dell'anno presente Olibrio sostenne la carica di prefetto di Roma, come s'ha dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Una d'esse ci rappresenta Principio in quella stessa dignità nel dì 29 d'aprile. Se ne può dubitare, dacchè Ammiano [Ammianus, lib. 28, cap. 4.], dopo d'aver parlato dei buoni e cattivi costumi d'Olibrio, immediatamente viene a quelli di Ampelio, come successore di lui in quella carica. Chi poi amasse di mirare un ritratto della nobiltà e plebe romana di questi tempi, non ha che da leggere quanto il suddetto Ammiano (con penna più d'un poco satirica) lasciò scritto, dopo aver favellato dei due sopra nominati prefetti. Il lusso, l'ignoranza, il fasto, l'effemminatezza, il dilettarsi di buffoni e adulatori, il darsi al giuoco e ad altri non pochi vizii, si veggono ivi descritti. Così la dappocaggine ed oziosità della plebe, l'essere spasimati dietro agli spettacoli, ed altri loro ridicoli difetti truovansi dipinti in quello storico, senza ch'io mi creda in obbligo di rapportar qua tutto il suo pungente racconto. Abbiamo molte leggi di Valentiniano Augusto [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.] date nell'anno presente quasi tutte in Treveri. Con esse spezialmente egli diede buon sesto agli studii delle lettere di Roma, prescrivendo buoni regolamenti per gli scolari che da varie parti concorrevano a quelle scuole, e non men per li medici che per gli avvocati. Famosa è poi una costituzione sua [L. 20, de Episc. Cod. Theodos.] indirizzata a papa Damaso, in cui proibisce ai cherici e monaci l'introdursi nelle case delle vedove e pupille, e il poter ricevere da esse o per donazione, o per testamento, o per legato, o fideicommesso, stabili o altri beni sotto pretesto di religione, cassando con ciò ogni contraria disposizione. Non si vietava già con questa legge il donare alle chiese; ma non so come si fece poi essa valere per escludere generalmente tutte le persone ecclesiastiche dalle donazioni pie, in maniera che poi fu d'uopo che Marziano Augusto nel secolo susseguente abolisse questo divieto, e lasciasse in libertà la pietà de' fedeli per poter donare ai luoghi sacri. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.] fu di parere che lo stesso Damaso papa fosse quegli che procurasse questa legge per reprimere l'avarizia degli ecclesiastici romani, giunta oramai all'eccesso: cotanto andavano essi a caccia della roba altrui sotto titolo di divozione e in profitto proprio. Di questo abuso in più d'un luogo fa menzione san Girolamo [Hieron., Epist. II ad Nepotian.], dolendosi non già della legge, ma bensì che il clero se la fosse meritata, con fare mercatanzia della religione. E il santo arcivescovo Ambrosio [Ambros., advers. relat. Symmach., et Epist. XII.] nè pur egli si lamenta di tal divieto, perchè è più da desiderare che la Chiesa abbondi di virtù che di roba. Solamente a lui pareva strano l'essere permesso il donare ai ministri de' templi de' gentili quel che si voleva, e vietato poi il fare lo stesso per quei della Chiesa.